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I film ritrovati. “It follows” il tanto acclamato horror americano finalmente in Italia

Nuovo appuntamento con la rubrica “I film ritrovati”, questa volta vi parlerò di “It follows” horror americano datato 2014. Alla sua uscita suscitò un putiferio. Approvazioni a destra e a manca, critici entusiasti e addirittura è stato classificato uno degli horror migliori del nuovo millennio. Niente di più sbagliato, classico b-movie scontato.

It follows

Il bello del cinema realizzato con pochi fondi è che gli autori devono sforzarsi se vogliono realizzare qualcosa di buono. Ma questo non è il caso di “It Follows”. Ci sono tutti gli elementi per realizzare veramente un buon film: l’incidere lento del tempo, il silenzio e l’assoluta mancanza di scopo nella violenza, in pratica si ritorna al passato; a quegli anni ottanta dove questi temi hanno fatto la fortuna dell’horror e consacrato dei personaggi (Jason, Freddy) a vere e proprie icone. Ma il talentuoso regista rovina tutto. Tecnicamente gira veramente un’ottima pellicola ma per quanto riguarda il resto, “It follow” è scontato, ridondante di luoghi comuni e insulso. Niente di più di un horror estivo di cui non si sentiva la mancanza e che deve la sua fortuna solamente ad una gigantesca pubblicità ingannevole volta solo a convincere lo spettatore che quello che sta guardano è un capolavoro indiscusso della cinematografia. Il classico caso in cui i mass media ci dicono una cosa e per noi comuni mortali è giusta a prescindere.
Questa la trama: Jay ( la brava Maika Monroe ) diciannovenne sguazza vivendo la sua giovinezza. Ma la tranquillità, ovviamente, svanisce subito. Una serata di passione si tramuta in orrore quando il ragazzo col quale ha appena fatto sesso la sequestra. Lui le confessa che con l’atto sessuale le ha passato una sorta di “maledizione”: d’ora in poi qualcosa la seguirà e può avere le sembianze di chiunque, conosciuto o non. Colui che la insegue sarà “lento ma non stupido” e se la raggiunge la uccide. Ora Jay deve affrontare questa maledizione, ad aiutarla ci saranno i suoi giovani amici.

It follows scena
Teen movie che strizza gli occhi ai film dello stesso tipo, “It follows” descrive continue fughe da fermi di questi ragazzi. L’entità da cui non si può fuggire non è altro che la metafora del mondo in cui vivono. Ottimo incipt che si perde nel voler scavare troppo a fondo. Ci sono regole ben precise se si vuole omaggiare i temi tanto amati negli anni ottanta. Si deve cercare solamente di sopravvivere senza ma e senza se. Qui una grande quantità di psicologia spicciola confonde lo spettatore senza portarlo mai ad un fine. Si cerca di enfatizzare il fatto che i giovani sono lasciati a se stessi, i genitori sono sempre assenti e non si curano di loro ma non si può fare con una “cosa” che ti segue lentamente e se tu prendi la macchina e scappi ci mette giorni per trovarti…Ma scherziamo? Se Freddy Krueger vedesse una cosa del genere ritornerebbe nei nostri sogni per farci capire veramente cosa significa non avere scampo. Quella era una realtà claustrofobica in cui nessuno sogna nemmeno più di andare via.
Quello che mi fa più scalpore è che il regista David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con “The myth of the american sleepove”. Aveva già dimostrato di saper raccontare la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere il suo stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. Ma toppa alla grande, confeziona un film scialbo e scontato in cui cerca di entrare troppo nel profondo ma non ha la capacità di gestire fino in fondo le reazioni psicologiche ed emotive dei personaggi. In pratica voto 10 per la messa in scena ma 2 per il resto.
Volete un consiglio? Evitatelo…evitatelo finché potete, altrimenti lentamente ed inesorabilmente vi inseguirà per il resto della vostra vita.
Un attesa di 2 anni buttata al vento.

FABIO BUCCOLINI

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“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “Piranha 3DD” trash allo stato puro

Dopo tre anni di “attesa”, è uscito in Italia il sequel di “Piranha 3D” di Alexandre Aja datato 2011. Come di consueto in Italia, niente sala cinematografica, si passa direttamente per l’home video…anzi in prima assoluta su Sky e poi distribuito in DvD e Blu-Ray.
Piranha 3DD cover 2
Tanto sanguinolenta quanto divertente operazione tridimensionale che, in un’epoca caratterizzata da una Settima arte sempre più povera di idee originali e in preda al continuo recupero di soggetti già trasformati in film, non poteva fare a meno di generare questo secondo episodio, non più diretto da Aja, ma dal John Gulager, il responsabile dei tre Feast.
Ecco la trama, se si può chiamare tale: “L’apertura di un nuovo e spettacolare parco acquatico diviene motivo di attrazione per i giovani di una tranquilla cittadina americana. Tra alti scivoli da cui lanciarsi e grandi piscine in cui sollazzarsi, i ragazzi vedranno trasformarsi il divertimento in incubo quando, attraverso le condutture idriche, un gruppo di piranha dai denti affilati come lame infesterà le acque del posto, uccidendo con attacchi rapidi e brutali chiunque capiti sotto tiro, con le autorità locali incapaci di fermarli e con la studiosa Maddy, insieme agli amici Kyle e Barry, intenta a trovare una soluzione per porre fine ai famelici attacchi”.
Piranha 3DD
Il cinema di John Gulager è puro cinema d’avanzi, proprio come recita il secondo capitolo della trilogia di “Feast”, appunto “Sloppy Seconds”. Ricicla, impasta, rifrigge gli ingredienti dei suoi film precedenti e, in questo caso del remake a cura di Alexandre Aja, e come nel menù di mezzogiorno di qualsivoglia ostaria/trattoria che si rispetti propone una “pasta pasticciata” che potrà risultare indigesta per alcuni e saporita per altri.
E il cast? Se non fosse per David Hasselhoff, che nel ruolo di se stesso qualche sorriso riesce a strapparlo, e per la piccola ma fulminante apparizione di Christopher Lloyd (quando un attore ha classe!) non sarebbe neanche il caso di parlarne. Persino Ving Rhames, che ci propone un bruttissimo omaggio a Planet Terror, riesce ad uscirne sconfitto, adattandosi perfettamente all’atmosfera di questa pellicola, che altro non è se non la pallida copia dell’originale.
Piranha 3DD ha in se la follia della parodia più truce che cerca di allontanarsi dalla seriosità del suo predecessore che al contrario si prendeva un po’ troppo sul serio, ma nel farlo eccede in senso opposto finendo per peccare di una compiaciuta idiozia nel senso più comico e delirante del termine, allontanandosi così anni luce dal suo predecessore, ma anche dall’originale di Joe Dante, prestandosi così ad una veloce e più consona fruizione casalinga.

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “Babadook” acclamato come capolavoro…ma scherziamo?

Molto spesso la pubblicità è ingannevole. Questo film ne è un esempio. Uscito in piena estate, è stato pubblicizzato come il miglior horror dell’anno paragonato a capolavori della cinematografia dell’orrore. Niente di più vero.
Babadook
Il progetto dell’australiana Jennifer Kent parte da un suo corto, “Monster”, del 2005. Trovati i fondi per produrre una pellicola vera e propria, imbastisce questo “Babadook”.Chiariamoci, non tutto è da buttare; l’idea di base è abbastanza curiosa o almeno voleva presentare il tema delle possessioni unita alla classica storia dell’uomo nero in maniera diversa dal solito.
Ecco a voi un accenno di trama: “Sei anni dopo la morte violenta del marito, Amelia è ancora in lutto. Lotta per dare un’educazione al figlio ribelle di 6 anni, Samuel, un figlio che non riesce proprio ad amare. I sogni di Samuel sono tormentati da un mostro che crede sia venuto per ucciderli entrambi. Quando l’inquietante libro di fiabe Babadook arriva in casa, Samuel è convinto che il Babadook sia la creatura che ha sempre sognato. Le sue allucinazioni diventano incontrollabili e il bambino sempre più imprevedibile e violento. Amelia, seriamente spaventata dal comportamento del figlio, è costretta a fargli assumere dei farmaci. Ma quando Amelia comincia a percepire una presenza sinistra intorno a lei, inizia ad insinuarsi nella sua mente il dubbio che la creatura su cui Samuel l’ha messa in guardia possa essere reale.
Babadook 2
Il film abbraccia una “filosofia più orientale”. Il legame madre-figlio e la paura di natura psicologica ricordano molto film come “The Ring” o “Dark Water”. L’opera è ricca di citazioni, lo stesso Babadook sembra ispirarsi ad alcuni classici del cinema espressionista come “L’uomo che ride” di Paul Leni.
Come tutte le pellicole orientali di rilievo in questo genere, “Babadook” cerca di creare terrore nello spettatore tramite il classico canone del “vedo non vedo” ma la tensione stenta ad arrivare. La pellicola parte dopo abbondanti 45 minuti, e tutta l’originalità e curiosità che aveva creato nei primi 5 si perde pian piano per strada arrivando ad un finale presso che scontato lasciando lo spettatore a chiedersi: ma perché? La curiosità di quest’ultimo non è data da un finale aperto che preannuncia un sequel ma a gravi carenze di sceneggiatura che mandano in confusione lo spettatore fino all’epica conclusione che si può classificare proprio come ridicola.
Una nota a favore dell’intero progetto è il sonoro davvero ben realizzato, con tanti scricchioli, rumori sinistri e porte che cigolano; l’unico senso di angoscia che suscita allo spettatore lo danno proprio questi elementi.
Se per l’aspetto horror il film non è affatto questo capolavoro che ci si aspettava, i tanti applausi della critica sono giustificati. Jennifer Kent scava a fondo nei tormenti della protagonista partendo da una mitologia ben radicata nell’immaginario horror e mostra come si potrebbe trovare la luce a patto di saper convivere con i propri demoni. Perché nonostante i nostri sforzi il male è parte integrante dell’animo umano, solo che non riusciamo a vederlo.
Molti film in Italia non arrivano e questo poteva tranquillamente restare reperibile solo tramite il “mercato” underground. C’erano e ci sono opere che, più di questa, avrebbero meritato il buio della sala.
Vi lascio con un quesito…secondo voi, ne avevamo veramente bisogno???

FABIO BUCCOLINI

“The green inferno” nessun grande scandalo ma un grande Eli Roth

Aberrante, feroce, estremo…una pubblicità che gridava allo scandalo. Perfino la censura si è messa in mezzo urlando a grande voce il divieto ai minori di 18 anni. Come al solito tutto fumo e niente arrosto. Si, il film di Roth è veramente feroce, il divieto a 18 anni se pur discutibile, è giustificato ma rimane, alla vista, il classico horror truculento.
the green inferno
Feroce, aberrante, efferato, estremo, inaccettabile, crudele. La campagna promozionale di The Green Inferno prospettava un film ben oltre l’immaginabile, ben oltre quanto avevamo già visto al cinema e non solo nei cannibal movie. Invece, di feroce, aberrante, efferato, estremo, inaccettabile e crudele non c’è poi così tanto. Il nuovo film di Eli Roth va preso per quello che è: un omaggio al filone cannibalico degli anni Settanta e Ottanta.
TGI
Dopo il selvaggio turismo sessuale e il consumistico delirio capitalista criticati nella trama da incubo di Hostel, il regista Eli Roth ha deciso in questo film di lasciare spazio agli ideali che nobilitano l’animo umano. Infatti in The Green Inferno vediamo dei giovani studenti degli Stati Uniti impegnarsi nella nobile causa di salvare la foresta amazzonica la sua popolazione dal rischio della distruzione da parte di multinazionali decise a tutto in nome del consumismo capitalista. Questi ragazzi, convinti ecologisti capiranno a loro spese di essere stati soggiogati da un vero e proprio farabutto che si proclamava loro leader. La tematica affrontata consente al regista di ribaltare diverse situazioni in modo tale da arrivare ad un epilogo crudele che vedrà questi studenti amici degli indigeni finire tra le grinfie di una tribù di cannibali.
The green inferno
Se avete lo stomaco debole e non riuscite a sopportare violenza e sangue, astenetevi dalla visione di questa pellicola. “The Green Inferno” è infatti un gore movie in piena regola, crudo e violento che omaggia quel cinema italiano (“Cannibal holocaust” su tutti) che nei lontani anni 70 e 80 avevano creato parecchio scandalo. Ora siamo abituati ad essere bombardati da immagini violente, il sangue scorre nei nostri telegiornali, eppure un film come questo ancora riesce a turbare.
The Green Inferno” conduce lo spettatore ad assistere ai dettagli più truculenti delle torture e della conservazione sotto sale e affumicatura della carne umana, ma ci mette a nudo anche le varie anime di Roth, prima tra tutte quella documentaristica. La sensazione che si ha, infatti, è di essere davanti ad un film diverso dai suoi soliti, che vuole non solo raccontare, ma anche mostrare le bellezze selvagge del Perù.
La cosa più sorprendente e indiscutibile è che il regista rimane agganciato alla realtà contemporanea e ai problemi che la attanagliano, lasciando da parte figure orrorifiche tradizionali quali mostri, serial killer e demoni.
Eli Roth continua a dirci chiaramente che il vero orrore non è al cinema ma nella realtà di tutti i giorni.
Attendete la fine dei titoli di coda per alzarvi…ne rimarrete sbalorditi!!!

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “The green inferno” finalmente in Italia…e già si grida allo scandalo

Parlando di questa pellicola molto attesa, inauguro una nuova rubrica, “I film ritrovati” cioè quei film che sembravano perduti nell’abisso e invece riescono a trovare una distribuzione anche in Italia. Torniamo a noi:
Dopo una gestazione veramente complicata dove anche le associazioni animaliste ci hanno messo lo zampino, il 24 settembre il cannibal-movie di Eli Roth vedrà il buio della sala.
The green inferno
Sono passati poco più di 2 anni da quando il pupillo di Tarantino, Eli Roth, si mise in testa di dirigere un aperto omaggio a “Cannibal Holocaust” del nostro Ruggero Deodato.
“The green inferno” non solo omaggia apertamente la pellicola di Deodato ma ne riprende anche il nome; infatti il titolo della pellicola di Roth e il titolo del documentario che il gruppo di giovani girano in “Cannibal holocaust”.
Ecco a voi un accenno di trama: “Justine, decide di entrare a far parte di un gruppo di attivisti che hanno in progetto di andare nella foresta amazzonica e incatenarsi a degli alberi che stanno per essere abbattuti. Il loro scopo e filmare il tutto e grazie ai Social Network mostrare a tutti la distruzione perpetrata dall’uomo. Il progetto ha successo, e felici i ragazzi si apprestano a tornare a casa. Durante il volo di ritorno l’aereo precipita nel bel mezzo della foresta amazzonica. Gli studenti sono feriti e terrorizzati. Nel frattempo, la tribù di nativi che erano andati a salvare raggiunge lentamente il luogo dell’incidente e, inaspettatamente, li prende in ostaggio.”

Il regista Eli Roth

Il regista Eli Roth


Un film molto atteso da tutti gli appassionati del cinema horror e sembra che questa volta Roth non ci sia andato leggero con squartamenti, splatter e banchetti di carne umana e di conseguenza a alzato un polverone persino per la censura.
La Commisione Censura Italiana ha infatti deciso di vietare il film ai minori di 18 anni, cosa decisamente rara nel nostro Paese a parte qualche caso isolato (l’ultimo è stato il secondo capitolo di Nymphomaniac di Lars Von Trier).
Decisione presa perché le prime proiezioni, tenutesi in occasione di anteprime stampa e Festival, non hanno sicuramente lasciato indifferenti gli spettatori. Alcune persone si sono sentite male durante la visione e altre sono svenute di fronte alle crudissime immagini del cannibal-horror di Roth….Una ragione in più per fiondarsi al cinema al day one!!!
Dopo moltissimi anni torna il cannibal-movie puro e crudo.
Chissà cosa comporterà questo ai tempi dei social network dove la massima aspirazione per un horror è paragonata ad un episodio di The vampire diaries…fra 2 giorni l’ardua risposta sarà svelata.
Sicuramente farà discutere…anche troppo!!!

I film dimenticati. “Triangle” un ottimo film che strizza l’occhio a “Donnie Darko”

Christopher Smith dopo un esordio commerciale come “Creep – Il chirurgo” e un horror-comedy come “Severance – Tagli al personale”, è uscito nel 2009 con questo titolo. Un horror dai toni fantascientifici ed estremamente personale. Ovviamente i bei film non possono essere editati in Italia, quindi, per chi lo voglia vedere, si faccia un bel giro tra i vari siti di streaming…ovviamente sub ita!
Triangle

Per il suo terzo lungometraggio di Smith sembra ormai inevitabile il destino beffardo di gioiello perduto dello scorso decennio, a cui solo una futura riscoperta potrà rendere giustizia. Il regista, impegnato anche nel ruolo di sceneggiatore, si misura con un argomento insidioso che ha visto molti prima di lui fallire, quello dei loop temporali. Curiosamente, l’ambientazione marina sembra quella più adatta a fare da sfondo ad un simile argomento, ma non ha molti precedenti cinematografici. Il vero colpo da maestro però è un altro, e cioè la scelta di non sviluppare la trama attraverso lo schema ormai stereotipato e stucchevole di una riproposizione continua del loop, percorrendo invece la strada dell’intreccio e del paradosso.
Ecco a voi un assaggio di trama senza spoiler ma fidatevi, è molto più complessa: Jess si trova su una barca a vela insieme a un gruppo di amici. Quando l’imbarcazione finisce in mezzo a una tempesta, il gruppo è costretto a salire su una nave deserta per salvarsi. Jess non è tranquilla: ha la sensazione di averla già vista in precendenza. Nonostante gli orologi della nave siano tutti fermi e nessuno della ciurma si faccia vivo, i ragazzi scoprono di non essere soli a bordo. Qualcuno gli sta dando la caccia facendoli misteriosamente sparire ad uno ad uno.
A rendere speciale questa pellicola, è l’inusuale contesto marittimo, scelta eccezionale per rendere ancora più metaforico questa sorta di naufragio psicologico in cui ci si affida completamente ai propri flussi di pensiero sperando di ritornare al più presto al raziocinio di partenza.
La monumentale struttura narrativa concepita da Smith è allo stesso tempo circolare e lineare, un labirinto senza uscita di cui ci viene chiaramente mostrato tanto l’inizio quanto la fine: ogni elemento in “Triangle” vive di un’ambiguità apparente che nasconde un significato ben preciso, comprensibile solamente ripercorrendo il fil rouge temporale che conduce a quel preciso elemento.
Ma è soprattutto nel gioco dei particolari, a volte nascosti nell’apparente normalità del momento, altre volte messi al centro dell’attenzione per infrangerla quell’apparenza, che Smith costruisce tassello per tassello un mosaico tanto ampio quanto perfettamente curato nel dettaglio.
“Triangle” non è esule da difetti. Soprattutto nelle parti più spettacolari come la tempesta e l’arrivo della nave, si perde quel senso di realismo che contraddistingue l’intera pellicola. Con un budget maggiore sicuramente si sarebbe potuto far meglio.
Di sicuro non un capolavoro, ma sicuramente un film che meritava più visibilità e che deve assolutamente essere riscoperto.

FABIO BUCCOLINI

“American horror story: Hotel”, anticipazioni e presunto cast

Nonostante la produzione sia blindata e nessuno dei produttori abbia mai rilasciato notizie ufficiali su “Hotel”, i fan si sono operati, hanno indagato e qualcosa è venuto fuori. Sia ben chiaro, non si sa se quello che è uscito in circolazione sia finzione o verità, ma nel corso degli anni ho imparato che il confine tra le due cose è veramente sottile.
Hotel

L’inizio della nuova serie è stato fissato per Ottobre 2015, ma per notizie certe bisognerà aspettare il Comic-con di San Diego perché Ryan Murphy si rifiuta di rilasciare delle anticipazioni su quella che potrebbe essere la trama di questa quinta stagione, che vedrà come protagonista Lady Gaga e l’assenza di Jessica Lange.
Le notizie sicure e confermate su quella che sarà questa quinta stagione sono davvero poche: la più sconvolgente è che Jessica Lange ha abbandonato la serie (ma la rivedremo nell’episodio pilota e forse nel finale di stagione) facendo posto a Lady Gaga a cui toccherà fare i conti con lo spettro di un vero e proprio mostro sacro del cinema.
L’altra notizia è che, bene o male, il resto del cast delle passate stagioni è stato quasi tutto conermato e ci sono delle new entry più tosto importanti. Ecco a voi i presunti protagonisti di “Hotel”: Matt Bomer, Cheyenne Jackson, Chloe Sevigny,Wes Bentley, Finn Wittrock, Evan Peters, Sarah Paulson, Kathy Bates, Michelle Pfeiffer, Lily Rabe, Alexander Skarsgard, Angela Basset, Denis O’Hare, Lady Gaga, Tammy Blanchard, Frances Conroy, Grace Gummer, Donald Sutherland, Steven Weber, Michael Chiklis e Christine Estabrook.
Detto questo il resto delle notizie sono solo rumors. Tra queste, la teoria che maggiormente si sta facendo strada su internet, è che Ryan Murphy, per la creazione di “Hotel” si sarebbe ispirato alla canzone degli Eagles, “Hotel California”, intorno alla quale aleggerebbe una vecchia storia: un gruppo di evangelici avrebbe sostenuto che la canzone parlasse di Anton LaVey, che secondo alcuni avrebbe acquistato un vecchio Hotel per trasformarlo in un tempio di Satana.
Comunque, come già vi avevo anticipato, sono solo rumors anche se particolarmente interessanti e credibili ma il silenzio stampa dei produttori continua senza sosta.
In pratica, per saperne di più su “American horror story: Hotel” bisogna solo ed esclusivamente pazientare.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Excision” un teen-movie deviato

“Excision” è una pellicola che si pone nel contesto dei teenager disturbati e nel settore “dangerous woman” a cui appartengono titoli come “The Woman” del nostro caro lucky McKee.
Excision
Il film è la versione cinematografica di un cortometraggio omonimo che lo stesso regista, Richard Bates Jr. qui alla sua opera prima, realizzò nel lontano 2008.
Pauline è una adolescente disadattata, che si districa impacciata tra le incomprensioni familiari, la scuola che la ghettizza e il rapporto sacrilego e sfacciato con la religione. L’unico rifugio sembra il mondo segreto delle sue fantasie erotiche venate di onnipotenza, mortifere e ricolme di sangue. La madre tenta di risolvere la situazione problematica obbligandola a partecipare ad un cotillon, mentre le condizioni della sorella Grace, malata di fibrosi cistica, peggiorano precipitosamente.
excision (1)
Il fulcro della pellicola è il concetto di excision, termine che letteralmente indica un’asportazione effettuata mediante recisione. In primo luogo è un richiamo al grande sogno di Pauline di diventare medico, causa della sua ossessione per il sangue e la carne. La sua follia e la sua vocazione si intrecciano portandola ad effettuare una rudimentale autopsia su un uccello morto. In secondo luogo è un taglio netto tra la realtà empirica e la sua percezione ad opera di Pauline. La realtà dice che Pauline è una ragazza apparentemente insignificante, disturbata ed estraniata, in pratica una sociopatica. Lei però si vede differente: una ragazza bellissima che consuma fantasie cosparse da litri di sangue. In terzo luogo, Pauline è estraniata dal suo ambiente. Ignorata dall’ambiente scolastico. Incompresa dallo psicoterapeuta. Invisibile agli occhi di un padre distratto e di una madre perennemente preoccupata dell’apparire e della formalità, le cui attenzioni sono rivolte in maniera preponderante alla malata figlia minore.
Pauline sembra proprio la sorella minore dell’indimenticabile “May” di Lucky McKee, film di argomento simile ma ben più folgorante (e disturbante).
Pauline
Tutto il film sembra sorreggersi sulla bravura delle due protagoniste, la Lords e Annalynne McCord, il cui mix tra trasandatezza e innocenza post pubertà cerca di rappresentare in maniera forte le pulsioni ribelli dei teenagers “emo”, il tutto con una scorrevolezza invidiabile, escursioni surrealiste (i sogni patinato-ematici della protagonista) e balzi nel cattivo gusto decisamente forti.
A metà tra l’horror e la commedia, Excision non è un capolavoro cinematografico, ma ha certamente il pregio di riuscire nell’intento di trasformare la comicità in grottesco, strappando allo spettatore sorrisi amari. Si ride per il nonsense di alcune scene, provando di tanto in tanto un po’ pena nei confronti della sua goffa protagonista, ma più d’ogni altra cosa si piange sul finale per l’agghiacciante conclusione adottata dal regista. Una risoluzione tanto feroce quanto efficace al punto che se avesse avuto un altro finale sarebbe stato un altro film…un mediocre film.
In pratica “Excision” è un film difficile perché passi tutto il tempo a ripeterti che lo spettacolo a cui stai assistendo è veramente troppo estremo (non tanto per il gore, quanto proprio per il modo in cui certe scene sono rappresentate), fino ad arrivare agli ultimi minuti del film, che conferiscono alla pellicola un valore che oltrepassa il narcisismo e i deliri post-adolescenziali. Una sequenza di rara durezza emotiva, costruita in modo meticoloso, fa precipitare il film nella follia affettiva più cupa e disarmante e fa cogliere tutto il talento di Bates Jr. nella direzione degli attori e nel montaggio delle scene per ottenere che il pugno nello stomaco ferrato sia il più forte.
Excision 2
La disperata inquadratura finale sarà più agghiacciante di qualsiasi rapporto necrofilo, autopsia su animali o assorbente in primo piano che vi sia stato mostrato e la sola cosa che riesci a dire è che, in realtà, Richard Bates Jr ha compiuto un capolavoro. Se, però, il vostro stomaco è debole, la vostra sensibilità spiccata e non siete in grado di ironizzare sui piccoli grandi disastri della vostra esistenza, lasciate perdere, questo film non fa decisamente per voi.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The loved ones” un feroce revenge-movie in salsa teen-movie

“The Loved Ones” arriva dall’Australia, terra magnifica e crudele quando è chiamata a portare in scena film horror in salsa da torture porn. Un esempio tra tutti “Wolf creek” di Greg McLean che il regista e sceneggiatore Sean Byrne dimostra di aver apprezzato. La pellicola funziona nella sua alchimia di generi e registri e appare come una bella ventata d’aria fresca nel filone dei film di tortura esplosi nell’ultimo decennio.
The loved ones

Non lasciatevi ingannare dalla locandina eccessivamente patinata o dalla trama decisamente banale. Il film si trasformerà presto in un piccolo compendio delle psicopatologie che un’adolescente deviata può sviluppare, se rifiutata dal ragazzo prediletto per il ballo di fine anno.
In seguito a un incidente d’auto in cui ha provocato la morte del padre, Brent Mitchell si rifugia nell’alcol e nelle droghe. Quando, all’avvicinarsi del ballo della scuola, la timida e impacciata Lola lo invita ad accompagnarla, Brent rifiuta perché ci andrà con la sua fidanzata. Prima del ballo, il ragazzo va a fare una passeggiata e d’improvviso perde conoscenza. Al risveglio si trova legato in una cucina che non conosce, dove appaiono Lola e suo padre che inscenano un singolare ballo di fine anno scolastico che ha come protagonisti Brent e la resistenza al dolore.
Ambientato nella periferia di un’anonima provincia australiana, vediamo sfilare una serie di personaggi e situazioni, istituzionalmente legati alla cinematografia di genere americana. La pellicola è condita da scene a sfondo ironico che si snodano in parallelo alla storia principale, alleggerendo la visione, senza distogliere troppo l’attenzione. La parte succosa del film si avvia quasi subito: l’anonima Lola chiede al bello e maledetto Brent di andare la ballo insieme, lui rifiuta e lei deciderà di vendicarsi.
L’esordiente Sean Byrne descrive la vita adolescenziale liberandola da qualunque ancoraggio geografico e temporale. Il film è ambientato in Australia ma questo necessariamente non traspare, dal momento che gli scenari e le dinamiche tra personaggi potrebbero appartenere anche al più classico teen movie americano, così come la collocazione temporale indefinita, che richiama prepotentemente gli anni ’80 senza che questo sia mai specificato. “The Loved Ones” gioca proprio su questa universalità narrativa per raccontare essenzialmente una storia di dolore e solitudine, stemperando il tutto con alcune scene tipicamente da commedia adolescenziale.
Le scene fortissime non mancano, il terrore serpeggia, niente è lasciato all’immaginazione, l’unità di tempo rende tutto maledettamente serrato. Il film punta dunque il dito verso una società che funziona al contrario, che dietro uno specchio di normalità e bontà nasconde del marcio. I canoni della bellezza e le regole del sentirsi parte di un gruppo di pari spronano alla follia e alla violenza; la famiglia, tabernacolo dell’educazione e della moralità, è in realtà un ricettacolo di pulsioni violente e oscene. Ogni volta che si pensa di essere arrivati al limite, all’ultimo scalino della sopportazione, eccone che se ne forma un altro e si continua a salire. La lobotomizzazione frontale più bollitore è roba da veterani del genere.
Gli attori son grandiosi, il ragazzo ha un viso e una storia che lo ami da subito, i due pazzi son talmente così allucinanti che ne diventiamo quasi oggettivamente affascinati.
Sean Byrne capovolge le regole e se l’eroe è un ragazzo un po’ emo, passivo e trasandato, la principessa del ballo, dall’aria innocente e dagli abiti rosa pastello è un mostro sadico e spietato. Al fianco di questo anomalo duetto ne risiede un altro altrettanto atipico, composto da Jamie, amico nerd e cicciotello di Brent, e Mia, affascinante goth girl particolarmente introversa. Jamie e Mia e il loro strambo rapporto rappresentano la parte comedy del film e questa coppia male assortita con le loro particolari avventure da prom night funziona bene.
Nonostante Byrne non inventi nulla, limitandosi a riproporre la formula del torture porn applicato al teen movie e alla tematica della famiglia disfunzionale, “The Loved Ones” ha una carica e una struttura d’insieme che convince. Il modo diretto con cui è narrata la storia, la contaminazione con la commedia e la giusta caratterizzazione dei personaggi fanno di “dell’opera una delle più riuscite recenti incursioni nel filone.
Horror piccolo, senza fronzoli, che non si atteggia ma ci va giù pesante, molto pesante.
Per chi ama i film ad alto tasso di ferocia è assolutamente consigliato, per gli altri, soprattutto se facilmente impressionabili, lo sconsiglio vivamente.
Ovviamente inedito in Italia…

FABIO BUCCOLINI

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