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I film dimenticati. “Underground” il capolavoro di Emir Kusturica

Kusturica epico e surreale ci accompagna in questa favola balcanica che si dipana dai tortuosi meandri della seconda guerra mondiale fino alla guerra etnica tra serbi e bosniaci. Palma d’oro al festival di Cannes 1995.

Parlare di “Underground” del serbo Kusturica è un’impresa pressocché difficile: è un film immenso. Quasi tre ore di durata a coronare la storia rimossa di un paese senza più storia, dove si mescolano registri, personaggi, immaginari.

Un’opera, premiata con la palma d’oro al festival di Cannes 1995, insieme tragica e coloratissima dove Kusturica ha il tocco della leggerezza: come pochi altri riesce a raccontare l’orrore della guerra e il dramma della morte con eccezionali cadenze da commedia (sì, in alcuni punti fa pure sorridere e ridere) e anche dove si rischia il pianto (nel finale), “Underground” nega ogni pietà e compassione inquadrando i suoi personaggi con impeto quasi surrealista.

“Underground” nasce come un affresco corale in chiave grottesca su mezzo secolo di storia jugoslava. Dalla guerra alla guerra, dall’invasione nazista di Belgrado del 1941 alla polveriera degli anni 90. E’ il manifesto dell’estetica caotica di Kusturica, l’apoteosi della sua debordante fantasia. Il film gronda di immagini, e la più forte è proprio quella del titolo; “La Jugoslavia è una cantina” – ci dice Kusturica, rievocando la caverna di Platone, dove gli schiavi vedono solo le ombre deformate della verità. Ma underground è anche sinonimo delle caves dove studenti, intellettuali e disertori resistevano a ritmo di rock al regime titoista, così come dei rifugi dove la popolazione di Sarajevo cercava scampo al furore dell’assedio.

Questa la sinossi del film: “Nel 1941, dopo il primo raid aereo tedesco su Belgrado, comincia l’ascesa del compagno Marko. Lui e il suo amico Blacky convincono il loro clan a rifugiarsi in un sotterraneo e a fabbricare armi e altri prodotti per il mercato nero.”

Scorbutico e politicamente scorretto, Kusturica è in realtà uno dei registi più vezzeggiati in Europa, dove ha fatto incetta di premi (Leone d’oro a Venezia per “Ti ricordi di Dolly Bell?”, Palma d’oro a Cannes per “Papà è in viaggio d’affari”). Gli mancava ancora l’affondo per conquistarsi definitivamente un posto tra i maestri della cinematografia; per farlo, torna nelle viscere della sua Jugoslavia.

Regia, scrittura e fotografia sono terribilmente evocative e artistiche, incredibilmente funzionali alla storia da raccontare, senza troppi fronzoli. Persino le tre ore (che scorrono tutte d’un fiato: impossibile annoiarsi, a meno che non lo si guardi distrattamente) sono necessarie per mostrare, conoscere e amare questa “grottesca commedia dell’umanità”. Sullo sfondo una guerra invisibile distrugge case, corpi e ricordi; i personaggi (estremamente sopra le righe) vivono, inconsapevolmente sfruttati, in un bunker sotterraneo fino al 1961 quando, nel 1992, non subiscono una nuova battaglia. Alcuni nascono, altri muoiono. Ci si ama, ci si odia, ci si tradisce, ci si sposa, si fa festa. Il paradossale e coinvolgente percorso di queste anime è cadenzato da un’allegra colonna sonora gitana e man mano che scorrono i minuti, si passa ben presto ad un’insostenibile umanità.

Opera cruciale, immancabile nella filmografia di un cinefilo che si rispetti. Un film d’autore, certo, ma fruibile e apprezzabile da tutti: rimane impresso e invoglia una seconda visione.

“Underground” resta un’opera epocale, che ha segnato uno spartiacque nella stessa cultura dei Balcani.

Un film che è un necrologio, un’atroce parabola, ma anche un inno alla vitalità sfrenata degli “slavi del Sud”.

“La guerra è guerra quando due fratelli si uccidono a vicenda.”

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Doom generation” la gioventù secondo Gregg Araki

Un film necessario per capire cosa sono stati gli anni 90, e cosa sarebbe accaduto in futuro. Un vero e proprio capolavoro underground generazionale volutamente eccessivo e sgradevole.

Film manifesto della poetica di Gregg Araki, “Doom Generation” è un apocalittico on the road ambientato sullo sfondo di un desertico paesaggio americano. Il regista palesa veramente sotto gli occhi di tutti il vuoto di una generazione condannata tra programmi televisivi dementi, AIDS e sale da videogames, disoccupazione e perdita dei valori; scodella un mix tra Tarantino, il David Lynch di “Cuore Selvaggio”, sequenze erotiche ai limiti del porno e colonna sonora martellante in stile Rave party.

 Esteticamente vicino agli “Assassini “nati” di Oliver Stone, è come trovarsi di fronte ad uno spettacolo selvaggio che solo apparentemente è avulso e distante dalla realtà di quei giovani negletti e alienati cresciuti davanti ai bagliori del tubo catodico e dei video Mtv.

Questa la sinossi: “Jordan White (James Duval) e Amy Blue (Rose McGowan) sono una giovane coppia che intraprende un viaggio senza meta on the road. Incontrano Xavier Red (Johnathan Schaech) a un rave e lo prendono a bordo, ma le cose sfuggiranno loro di mano. Tra omicidi, risse e sesso a tre, il viaggio continuerà all’insegna del nonsense”.

Tra gli attori una bellissima Rose McGowan agli inizi della carriera che spicca su tutti e non disdegna di mostrare il suo corpo, il suo rossetto rosso e gli occhialoni scuri.

Araki dirige un film apparentemente estremo ma estremamente sincero. Costruisce un’opera andando contro le regole hollywoodiane: un road movie ambientato prevalentemente in interni, un linguaggio senza mezzi termini, coreografie sessuali che sfiorano il soft-core arrivando a raccontare lo sguardo dei suoi personaggi in termini onirici, con un certo gusto weird e non-sense. Non vuole spiegare il perchè delle cose; semplicemente non gliene può fregar di meno, non c’è un perché. Tutto quello che sembrerebbe un nulla di fatto, è assolutamente perfetto: non ci sono coordinate da seguire, non c’è inizio o fine, è solo un’isola nel deserto. 

L’autore ci mostra quello che non gli piace con stile ironico e grottesco. Lo splatter fumettistico e i personaggi sono al di fuori dei canoni, sconvenienti e sporchi come il mondo che li circonda.

Insomma, “Doom Generation” è un delirio, un atto di coraggio praticamente snobbato dal mondo intero che può irretire, irritare, farsi amare e comprendere. Imperfetto e strampalato, però almeno qualcuno ci ha provato a dipingere (senza voler far cassa) quella massa informe che è la generazione x e solo per questo merita di essere un cult.

Un film essenziale per comprendere a pieno gli anni 90.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Lo zio di Brooklyn”, l’esordio alla regia di Ciprì e Maresco

Franco Maresco e Daniele Ciprì, riprendendo il discorso affrontato con Cinico TV filmano un alieno, un uomo attualissimo e volutamente freak. Una bomba che colpisce e devasta l’immaginario e la prassi del cinema italiano. Un capolavoro.

Il primo lungometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco è un’opera anarchica e frammentata, costellata da gran parte degli attori non professionisti già visti sul piccolo schermo e capace di sorprendere lo spettatore non tanto per la storia, quanto invece per le intuizioni meta-cinematografiche che ricordano continuamente di trovarsi di fronte un pasticcio dissacrante e irriverente. L’immaginario legato alla Sicilia tutto famiglia, processioni, religione, rituali, mafia e virilità (il cast, lunghissimo, non comprende neanche una donna) è piegato all’eccesso e all’iperbole tragicomica: i due autori radicalizzano la propria idea di cinema; fare di necessità virtù coi pochi mezzi a disposizione per privilegiare una messa in scena in cui la desolazione della scenografia sia più presente possibile, ed esasperano la propria visione del mondo rivelando come fonti di ispirazione il neo-realismo pasoliniano e la leggerezza felliniana.

Questa la trama: “Nella periferia palermitana, nell’atmosfera da dopo bomba, è arrivato un misterioso “mammasantissima” americano, che la famiglia Gemelli dovrà ospitare e nascondere. Intorno all’uomo, che non parla mai, non dorme mai, non mangia mai, si muovono una serie di personaggi strani ed inquietanti: maghi, boss mafiosi, nani che intrecciano le loro vite in una commedia cinica”.

Nell’orrido dell’immaginario anni Novanta, nei colori accesi di una televisione trasudante disimpegno, nella vaga e vana resistenza di un cinema sempre meno spigoloso e scomodo, in cui l’impegno si traduce in una collocazione di genere e non più in una postura intellettuale, etica e morale, “Lo zio di Brooklyn” è un atto politico, corrosivo e che non concede appigli né spiragli. Se si accetta la crudezza esibita del film si viene triturati. Se non la si accetta… Si viene triturati lo stesso. Anche per questo il pensiero egemone della cultura italiana, a partire da buona parte della critica, vi si scagliò contro, in un processo preventivo che ebbe poi la sua coda allucinata e allucinante qualche anno più tardi, con “Totò che visse due volte” (quì la recensione https://fabiobuccolini85.wordpress.com/2014/09/09/i-film-dimenticati-toto-che-visse-due-volte-il-film-vietato-a-tutti-che-deve-essere-assolutamente-visto/). Evidentemente un film come questo non s’ha da fare, perché gli stracci che mostra con furore sono a conti fatti i figli più nobili e sinceri del neorealismo. A venticinque anni di distanza dalla sua realizzazione “Lo zio di Brooklyn” è ancora un oggetto non identificato che si disperde nel nulla. La sua polvere la si è nascosta sotto il tappeto, per evitare che gli invitati al banchetto della produzione cinematografica ne avvertano la presenza. Riprendere le fila del discorso è ormai utopico, perché l’Italia è andata avanti standardizzandosi sempre più. Ma la “bombetta”, come la chiama Maresco, può sempre esplodere in faccia ai banchettanti.

“Lo zio di Brooklyn” non fu solo un debutto, bensì il biglietto da visita di due teorici e intellettuali che restituì linfa vitale al dibattito cinematografico e culturale (arrivato all’apice con Totò che visse due volte) e segnò l’inizio di un rigore e un’indipendenza creativa (il rapporto con De Laurentis si interruppe subito dopo le polemiche di stampa e opinione pubblica, in primis siciliana) ancora inalterati.

FABIO BUCCOLINI

“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Excision” un teen-movie deviato

“Excision” è una pellicola che si pone nel contesto dei teenager disturbati e nel settore “dangerous woman” a cui appartengono titoli come “The Woman” del nostro caro lucky McKee.
Excision
Il film è la versione cinematografica di un cortometraggio omonimo che lo stesso regista, Richard Bates Jr. qui alla sua opera prima, realizzò nel lontano 2008.
Pauline è una adolescente disadattata, che si districa impacciata tra le incomprensioni familiari, la scuola che la ghettizza e il rapporto sacrilego e sfacciato con la religione. L’unico rifugio sembra il mondo segreto delle sue fantasie erotiche venate di onnipotenza, mortifere e ricolme di sangue. La madre tenta di risolvere la situazione problematica obbligandola a partecipare ad un cotillon, mentre le condizioni della sorella Grace, malata di fibrosi cistica, peggiorano precipitosamente.
excision (1)
Il fulcro della pellicola è il concetto di excision, termine che letteralmente indica un’asportazione effettuata mediante recisione. In primo luogo è un richiamo al grande sogno di Pauline di diventare medico, causa della sua ossessione per il sangue e la carne. La sua follia e la sua vocazione si intrecciano portandola ad effettuare una rudimentale autopsia su un uccello morto. In secondo luogo è un taglio netto tra la realtà empirica e la sua percezione ad opera di Pauline. La realtà dice che Pauline è una ragazza apparentemente insignificante, disturbata ed estraniata, in pratica una sociopatica. Lei però si vede differente: una ragazza bellissima che consuma fantasie cosparse da litri di sangue. In terzo luogo, Pauline è estraniata dal suo ambiente. Ignorata dall’ambiente scolastico. Incompresa dallo psicoterapeuta. Invisibile agli occhi di un padre distratto e di una madre perennemente preoccupata dell’apparire e della formalità, le cui attenzioni sono rivolte in maniera preponderante alla malata figlia minore.
Pauline sembra proprio la sorella minore dell’indimenticabile “May” di Lucky McKee, film di argomento simile ma ben più folgorante (e disturbante).
Pauline
Tutto il film sembra sorreggersi sulla bravura delle due protagoniste, la Lords e Annalynne McCord, il cui mix tra trasandatezza e innocenza post pubertà cerca di rappresentare in maniera forte le pulsioni ribelli dei teenagers “emo”, il tutto con una scorrevolezza invidiabile, escursioni surrealiste (i sogni patinato-ematici della protagonista) e balzi nel cattivo gusto decisamente forti.
A metà tra l’horror e la commedia, Excision non è un capolavoro cinematografico, ma ha certamente il pregio di riuscire nell’intento di trasformare la comicità in grottesco, strappando allo spettatore sorrisi amari. Si ride per il nonsense di alcune scene, provando di tanto in tanto un po’ pena nei confronti della sua goffa protagonista, ma più d’ogni altra cosa si piange sul finale per l’agghiacciante conclusione adottata dal regista. Una risoluzione tanto feroce quanto efficace al punto che se avesse avuto un altro finale sarebbe stato un altro film…un mediocre film.
In pratica “Excision” è un film difficile perché passi tutto il tempo a ripeterti che lo spettacolo a cui stai assistendo è veramente troppo estremo (non tanto per il gore, quanto proprio per il modo in cui certe scene sono rappresentate), fino ad arrivare agli ultimi minuti del film, che conferiscono alla pellicola un valore che oltrepassa il narcisismo e i deliri post-adolescenziali. Una sequenza di rara durezza emotiva, costruita in modo meticoloso, fa precipitare il film nella follia affettiva più cupa e disarmante e fa cogliere tutto il talento di Bates Jr. nella direzione degli attori e nel montaggio delle scene per ottenere che il pugno nello stomaco ferrato sia il più forte.
Excision 2
La disperata inquadratura finale sarà più agghiacciante di qualsiasi rapporto necrofilo, autopsia su animali o assorbente in primo piano che vi sia stato mostrato e la sola cosa che riesci a dire è che, in realtà, Richard Bates Jr ha compiuto un capolavoro. Se, però, il vostro stomaco è debole, la vostra sensibilità spiccata e non siete in grado di ironizzare sui piccoli grandi disastri della vostra esistenza, lasciate perdere, questo film non fa decisamente per voi.

FABIO BUCCOLINI

“Vizio di forma” il sogno psichedelico di Paul Thomas Anderson

Anderson porta il libro di Pynchon sullo schermo nella migliore versione possibile. Ne accentua gli elementi sentimentali e dipinge con una forte immaginazione visiva un’epoca psichedelica dove la vita è tutta sesso droga e rock’n’roll e in cui uno strambo detective, perennemente fatto (sembra il dott. Gonzo di “Paura e delirio a Las Vegas”), è impegnato a risolvere un misterioso enigma.
Vizio di forma

Era da molto tempo che Paul Thomas Anderson voleva portare al cinema un’opera letteraria di Thomas Pynchon. Dopo vari tentativi aveva accantonato il progetto perché le sue opere sono troppo complesse per poter essere rappresentate in un film. Dopo il capolavoro “The manster” riprende in mano quest’idea e decide di portare al cinema Vizio di forma, l’unica opera, a detta del regista, abbastanza lineare da poter essere rappresentata.
Ecco a voi una breve sintesi della trama: Al centro della storia un investigatore privato, Doc Sportello, che esercita il suo lavoro nella Los Angeles degli anni Settanta. Una visita inattesa della sua ex lo coinvolge in un caso bizzarro dove ogni sorta di personaggi, surfisti, traffichini, tossici, rocker, strozzini, assassini, detective della LAPD, ed un musicista sax che lavora in incognito sembrano essere implicati. Se non bastasse anche una misteriosa entità conosciuta come Golden Fang, che potrebbe essere solo una manovra per eludere il fisco messa in piedi da alcuni dentisti, sembra avere una parte rilevante in questo intrigo senza fine.
“Vizio di forma” mescola tantissimi generi e cambia registro un’infinità di volte. Torna sui suoi passi, accelera, sterza…in pratica c’è di tutto in questo grande miscuglio.
A tratti geniale e a tratti confuso si ha l’impressione che ci sia troppa carne al fuoco e, ogni tanto, ci si perde nell’epopea pulp di Doc. Non si può classificare come il nuovo “Paura e delirio a Las Vegas” e, nonostante lo spessore di alcune sue parti, non è nemmeno paragonabile a “America oggi”, è una via di mezzo di entrambi che varia molto spesso tra l’uno e l’altro.
Il valore aggiunto che innalza tuta la pellicola è il suo attore protagonista, Joaquin Phoenix. Un attore versatile, capace di interpretare, con lo stesso regista, due ruoli assolutamente opposti ed è riuscito, in entrambi i casi, a donarci performance da brividi. Il resto del cast, che lo accompagna nelle sue interminabili peripezie, è composta da attori di altissimo livello come Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Benicio del Toro, Jena Malone, Johanna Newsom e Martin Short, oltre che dalla splendida Sasha Pieterse.
Non ci sono scene o personaggi superflui in “Vizio di forma”, tutto è connesso in modo imperscrutabile, come se un burattinaio si divertisse a incrociare i fili che muovono le sue marionette. A dare un ordine al caos ci pensa la voce fuori campo di Sortilège, l’amica di Doc, alla cui bocca vengono affidate le parole scritte da Pynchon.
Nell’interezza della pellicola, si intravede benissimo il lampo di genio del regista che, utilizzando una spettacolare fotografia e colori saturi, collega ciascun personaggio con una semplicità fuori dal comune.
In conclusione “Vizio di forma” è un film costellato di sorprese e folgoranti intuizioni, che ci restituisce il gusto e il senso di una visione non prevedibile in puro stile Tarantiniano.
Sicuramente non un film perfetto ma con cui il regista californiano conferma la sua versatilità e la sua capacità di adattarsi ad ogni tipo di genere.
Molto probabilmente dividerà critica e pubblico ma questa è la vera forza della pellicola, cioè la capacità di far parlare di se…nel bene o nel male.
Da vedere e rivedere per comprenderne a pieno il messaggio.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Wetlands” un capolavoro degli eccessi

Lo hanno soprannominato “50 sfumature di schifo”, ma è un film straordinario che merita la visione. Presentato a Locarno nel 2013, il lavoro del tedesco Wnendt svela la storia di una giovanissima che fa del proprio corpo una palestra di trasgressione estrema. Tante le sequenze hard che sconfinano nello splatter grottesco. Ovviamente invisibile in Italia.
Wetlands

“Wetlands, in italiano più o meno “zone umide”, è la storia della giovane Helen, con un’infanzia difficile alle spalle dovuta alla separazione dei genitori, che racconta la propria vita trascorsa nella ricerca estrema del piacere. In ogni suo aspetto, dalla masturbazione con i vegetali, fino allo sconfinamento nel lato lercio delle più represse pulsioni sessuali. Di qui la sua battaglia tutta splatter contro l’igiene che la porterà a scambiarsi assorbenti usati con l’amica Corinna.
Un accenno di spiegazione psicologica del comportamento della ragazza è nelle immagine alternate che la raccontano bambina vittima di piccoli traumi infantili, del divorzio dei genitori, con un padre che cerca altre donne e una madre che compensa la solitudine attraverso la religione.
La cosa che da dell’inverosimile e che “Wetaands” è un titolo, notissimo in Germania, che viene dal bestseller di Charlotte Roche e che è stato oggetto di dibattiti sui media.
La differenza abissale tra il libro e il film e che il primo è scritto in prima persona e raccoglie memorie, fantasie, ribellioni pensieri dell’autrice; mentre il secondo ha tradotto tutto questo in immagini andandoci molto più leggero. Mai il primo piano degli organi sessuali, ma tanto nudo, tanti dettagli, sperma e sangue in quantità. Questo rende la pellicola non erotica ma provocatoria, volutamente splatter spazzando via ogni possibile tabù.
in “Wetlands”, Carla Juri (che interpreta la diciottenne Helena, ossessionata dai fluidi), È bravissima, in primo luogo perché è in grado di allontanarsi da tutto quello che possa averle fatto ribrezzo o imbarazzata nel girare la parte, e poi perché non dà l’idea di fare niente di straordinariamente fuori dal normale.
Insomma una pellicola grottesca, anche se apprezzata universalmente dalla critica. Tante immagini di nudo, ma senza mostrare mai i genitali. D’altronde con il porno non ha niente a che fare, ma esprime un linguaggio estremo per provocare una riflessione nella mente dello spettatore.
Se vi capita guardate “Wetlands”. Merita tutta la vostra attenzione.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Totò che visse due volte”: il film vietato a tutti che deve essere assolutamente visto

Parlando di “Totò che visse due volte” parliamo di uno dei film italiani più controversi e attaccati degli ultimi 20 anni. Caso mediatico di censura cinematografica. Il film venne vietato a tutti per poi essere sbloccato in appello.

Toto che visse due volte

In questa pellicola diretta magistralmente dalla coppia Daniele Ciprì e Franco Maresco, si trova di tutto e il contrario di tutto: nichilismo, materialismo, religione, poesia, violenza, ma soprattutto vita.
Diviso in tre episodi, è ambientato in una Palermo mostruosa e apocalittica piena di personaggi grotteschi, blasfemi, vittime di un mondo dove Dio è stato ucciso portandosi dietro tutti i valori di una umanità ormai al tramonto.
Bene o male quello che sta succedendo oggi. Forse possiamo parlare di una pellicola che ha anticipato i tempi. Datata 1998, il film affronta temi che a causa della crisi globale, oggi ci troviamo a vivere. La nostra società non esiste più, ci hanno portato via tutto e noi ci adattiamo alla vita odierna diventato esseri grotteschi che non abbiamo nessuna morale e che portiamo al degrado tutto quello che abbiamo di fronte.
Il film è diviso in tre episodi. Primo episodio: Perennemente deriso e umiliato da tutti, il povero Paletta approfitta di ogni occasione per dare libero sfogo ai propri desideri sessuali. Vi si lascia andare senza ritegno, e molti lo seguono, dando vita a scene di autoerotismo collettivo. Quando arriva in città la famosa prostituta Tremmotori, gruppi di uomini vanno da lei, e Paletta, pur di partecipare, si spinge a rubare nell’edicola votiva dell’Ecce Homo, protetta dal boss mafioso del quartiere. Ma prima che riesca ad avvicinarsi alla donna, viene a sua volta derubato. Tuttavia è riconosciuto colpevole del furto, e condannato dal boss ad essere messo in croce.
Secondo episodio. Intorno al letto di morte di un omosessuale di mezza età sono riuniti la madre ed altre persone. Fefè, l’anziano amante dell’uomo, tarda ad arrivare perché impaurito dalla possibile reazione di Bastiano, violento fratello del morto. I presenti rievocano nella mente la storia dei due amanti, dei loro approcci, dei loro rapporti. Infine Fefè arriva, è disperato e affamato. Aspetta allora il momento propizio durante la notte e toglie all’amante morto un prezioso anello. I topi che infestano dentro la stanza e fuori la città lo assediano e gli impediscono di godere del suo gesto disonesto.
Terzo episodio. Un Messia vecchio e rugoso, detto Totò, cammina attraverso i luoghi controllati dalla mafia, accompagnato da Giuda, un gobbo iroso che insiste nel pretendere da lui una immediata guarigione dalla sua deformità. Nel frattempo il mafioso Lazzaro, sconfitto nella guerra tra clan, viene sciolto nell’acido per ordine del boss don Totò. I familiari chiedono al Messia di provare a farlo resuscitare. La cosa riesce, e Lazzaro fugge per vendicarsi. Nelle miserie della periferia, un angelo viene aggredito e derubato delle ali, un falso angelo ne prende il posto, crede di poter trarre vantaggio dalla sua condizione ma tre bruti sono attratti dalle sue sembianze e lo violentano. Da una pianura alcune persone osservano il Messia su una collina, lui brutalmente ordina loro di andare via perché non ha niente da dire. Un handicappato, che ha continue pulsioni sessuali, vede una statua della Madonna e vi si sfoga contro. Intanto Giuda denuncia il Messia Totò al boss don Totò. Prelevato durante l’ultima cena, il Messia è condannato a morire nella vasca piena di acido. E lì rimane, mentre sul colle sono issate tre croci dove vengono crocefissi come ladroni i protagonisti degli altri due episodi e, in sostituzione del Messia, un povero scemo sorridente.
Di questo film si è parlato tanto. Uomini di spettacolo, addetti ai lavori, tutti uniti e pronti a stigmatizzare l’abominio di Totò che visse due volte nel nome di una moralità che, chissà perché, esce fuori solamente quando qualcuno attacca il perbenismo che fa da padrone alla nostra Italia. Totò che visse due volte, a prescindere dal valore della pellicola o dal gradimento del pubblico, è un film che sconvolge perché si serve delle nostre certezze per comunicarci a bruciapelo il disfacimento del mondo. Uomini che perdono la loro consistenza di esseri umani per diventare semplici ruderi esistenziali mimetizzati tra le rovine di un universo postindustriale che non ha alcuna speranza di rinnovarsi. Anche la religione, l’ultima ancora a cui attaccarsi prima del naufragio definitivo, non offre alcuna garanzia: un povero “cristo” di periferia, Totò appunto, è la perfetta immagine della perversione dei tempi che non permettono nemmeno ad una icona sacra di svolgere pienamente il proprio compito.
Ciprì e Maresco conoscono profondamente il cinema ed il suo funzionamento, ogni loro inquadratura sfrutta apertamente ogni possibilità che il linguaggio cinematografico offre.
Totò che visse due volte ha invece il merito di proporre una storia che può essere considerata paradigmatica di un’intera umanità allo sbando essendo, al contempo, rivestito da una struttura narrativa solida e valida.
Tra gli echi pasoliniani nell’uso massiccio del dialetto, o la bella fotografia in bianco e nero, qui diretta dal bravo Luca Bigazzi e una visione nichilista del mondo e della spiritualità. Si presenta come uno dei film più originali, sperimentali e coraggiosi fatti in Italia negli ultimi vent’anni.
Alla vigilia dell’uscita nelle sale, la pellicola venne bloccata dalla censura perché considerata vietata a tutti (è l’ultimo film ad avere avuto un giudizio del genere in Italia). Successivamente il giudizio della commissione censura cambiò, permettendo l’uscita nelle sale ma denunciando gli autori per vilipendio della religione di Stato. Dopo il processo, ne uscirono tutti indenni.
Vi lascio con le parole con cui Ciprì e Maresco hanno commentato il loro lavoro: “Il film è permeato di un forte sentimento religioso, ma non certo di Chiesa… è il sentimento di chi si sente abbandonato, di un’umanità affranta che sente la mancanza di Dio, come accade, facendo le dovute proporzioni, ai personaggi di Dostoevskij”.
Imperdibile!!!

 

FABIO BUCCOLINI

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