I film dimenticati. “Fight club” il capolavoro incompreso di David Fincher

Fischiato e deriso alla sua uscita, acclamato in seguito all’uscita in home video, “Fight club” rappresenta il disagio della società moderna.

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“Fight club” si svolge con tono di commedia nera raccontando la vita di un impiegato divenuto nevrotico e infelice a causa dell’oppressione da parte della società.
Quando è uscita nelle sale cinematografiche questa pellicola ha suscitato molte polemiche. Nonostante non abbia avuto un grande successo al botteghino, dopo l’uscita in home video, grazie al passaparola è diventato un vero Cult Movie e Tyler Durden è diventata l’icona di molti giovani.
Dopo i sette peccati capitali di “Seven”, Fincher colpisce ancora…E colpisce sul serio. Crudo e violento al punto giusto, sembra essere il tentativo di analizzare i meandri più profondi della psiche umana prendendo come cavia un insonne consulente per una casa automobilistica (Edward Norton) che sembra trovare un pò di pace nella sua frustrazione frequentando corsi d’ascolto per affetti da malattie incurabili. Il protagonista si troverà di lì a poco alle prese con il suo alter-ego (Brad Pitt), che si rivelerà presto come tutto ciò che avrebbe voluto essere e che non è riuscito a diventare. Dopo una serie di eventi i “due” fonderanno un club dove le persone possono combattere senza regole e senza conseguenze e tutto questo per divertimento. La violenza in “Fight Club” è lo sfogo: la sua componente taboo svanisce per lasciar posto a quella perversa e divertente. Un tocco registico unico ed esilarante con un contorno di un’interpretazione magistrale da parte di Norton e di Pitt che mostrano ancora una volta un’abilità geniale e superba, hanno reso questo film uno dei più grandi capovalori del cinema moderno.
Decadente, ironico, cinico, “Fight Club” è tutto questo e molto ancora. E’ l’odissea di un uomo comune alla ricerca di se stesso; è anche la piccola-grande rivoluzione di quell’uomo nei confronti del mondo che lo circonda. E’ “Taxi Driver” ma corretto e riveduto, aggiornato all’epoca contemporanea. E’ il paradigma di ogni nevrosi che tortura l’uomo moderno: paura delle malattie, frustrazioni sul lavoro, un amore catastrofico ed autodistruttivo.
Un film cattivo e nichilista condito da una violenza fuori dal normale, che lo rende realisticamente duro e crudo, pieno di risvolti psicologici e denunce verso una società oramai in ginocchio.

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Fincher è a dir poco magistrale nell’ interpretazione del romanzo. Egli, infatti, rappresenta egregiamente le atmosfere cupe di Palahniuk, i crudissimi combattimenti del Fight Club e la spaventosa ambiguità del protagonista, riuscendo dove molti altri avrebbero sicuramente fallito. Rimodellando il finale per un effetto “più realistico” il nominato regista dimostra a tutti la sua vera bravura; riesce a creare un film iconoclasta, emblema dell’anticonformismo diventando immediatamente un film di culto. A contribuire ancor di più al successo sono gli attori. Brad Pitt è sublime nel suo ruolo, perfetto nei panni del pazzo anarchico e furioso sfoggia per il 90% del film tutta la sua bellezza interpretativa e il fisico marmoreo che forse un po’ cozza con i tanto acclamati ideali Durdeniani; un Norton a suo agio nei panni dello schizofrenico, messo un po’ in disparte dal compagno, dimostra comunque un notevole talento e una grande espressività. A chiudere il cerchio una Helena Bonham Carter che rappresenta tutto l’universo femminile di cui necessita il protagonista, dotata di un carisma fuori dal comune e di una femminilità fuori dal convenzionale. Un capolavoro sotto diversi punti di vista, denso di significati e di critiche verso uno stile di vita, racchiudendo in sé tutto il talento letterario di Palahniuk e arricchito dalla bravura di un Fincher in grande forma.
Un cult del cinema di fine millennio che nessuno dovrebbe perdersi.
E ricordate…dopo aver visto “Fight Club”, non dite a nessuno di averlo visto: è la regola.

FABIO BUCCOLINI

“Dracula”: la miniserie Netflix che convince ma…delude

Gli autori di “Sherlock” tornano alla ribalta con un nuovo progetto, riscrivere la storia del succhiasangue più famoso della storia della letteratura.

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Portare sul piccolo schermo una storia come quella di Dracula non è un progetto facile. Il racconto del conte è complesso, particolare e soprattutto chi ci avrebbe provato, deve fare i conti con il “Dracula di Bram Stoker” di Francois Ford Coppola del 1992.
Gatiss e Moffat ci provano, mettono il loro estro a disposizione del romanzo di Stoker e ne viene fuori un racconto gotico/moderno che convince ma solo a metà.
Dopo aver visto il primo episodio, ci si rende conto di quanto questo nuovo Dracula sia un degno tributo al vecchio conte, tanto rispettoso delle sue origini e del suo essere più profondo, quanto innovativo. La prima parte procede veloce e il personaggio della suora (sicuramente fuori dal comune perché senza fede e appassionata di occulto) è un ottimo antagonista. Il secondo episodio sembra inizialmente avere la stessa struttura del precedente; il segreto da scoprire è ciò che è successo sulla nave Demeter, in rotta verso l’Inghilterra. I 90 minuti assomigliano molto a un giallo di Agatha Christie. Se già in questo secondo capitolo la storia inizia a vacillare, il terzo episodio, che si svolge in un’ambientazione inaspettata (senza spoilerare niente), è purtroppo il punto più basso della miniserie.
L’impronta dei due autori si nota sin da subito: nei personaggi e nei loro dialoghi, nella costruzione ed evoluzione della storia, nei toni. C’è un grosso “ma”: la visione di Gatiss e Moffat si allontana sia da quella del romanzo originale di Bram Stoker, sia dalle varie rivisitazioni cinematografiche. Ciò nonostante, i primi minuti sembrano voler andare proprio nella direzione di Coppola, poi il racconto si evolve in direzioni poco coerenti con un finale che lascia perplessi e, per certi versi, insoddisfatti. C’è forse nei piani un secondo atto? L’ipotesi spiegherebbe alcuni vuoti e quella sensazione di incompiuto che si avverte sui titoli di coda.
Se qualche difetto questa miniserie ce l’ha, è anche vero che la magistrale interpretazione di Claes Bang ci fa chiudere un occhio sulle pecche della co-produzione di BBC e Netflix.

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Claes Bang regala una interpretazione straordinaria, premiata dalla assoluta centralità che viene data al suo eclettico conte Dracula: ironico, istrione, selvaggio, filosofo, gentiluomo, mostruoso e affamato (di conoscenza e virtù); arricchito dalle tante somiglianze con le versioni di Christopher Lee o di Bela Lugosi più che con il conte di Gary Oldman.
Il suo contraltare è l’indomita e sempre sopra le righe suor Agatha , attratta dall’oscuro e dal malvagio e decisamente delusa da Dio. È lei la figlia prediletta dei due creatori, attraverso la quale operano chirurgicamente sullo sviluppo della serie e possono armeggiare con i loro giocattoli preferiti.
Qui lo scopo è di avventurarsi in una rivisitazione totale del personaggio di Dracula e dall’immaginario a lui legato, prendendone le distanze e cercando di superarlo.
Non aspettatevi un Dracula alla Gary Oldman o una regia perfettamente bilanciata come quella di Coppola, ma nell’universo televisivo attuale questo omaggio al conte può definirsi riuscito.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Loro” l’Italia secondo Paolo Sorrentino

A quasi due anni dall’uscita nelle sale“loro”, il dittico di Paolo Sorrentino sulla vita di Silvio Berlusconi, è scomparso dalla circolazione.

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“loro”, il progetto del regista premio Oscar sulla vita di Silvio Berlusconi è praticamente caduto nel dimenticatoio. Grande attesa per questa pellicola che ottenne un notevole riscontro di pubblico e critica ma che al momento è visibile solo nei circuiti “underground” oppure acquistando un dvd edizione estera. Sembra che in Italia abbia avuto la stessa fine, se pur in maniera estremamente diversa, del film di Ciprì e Maresco “Totò che visse 2 volte”.
Iniziamo con il dire che l’aneddoto di film basato sulla figura di Berlusconi e più che altro un pretesto per invitare gli spettatori in sala. Infatti la pellicola è un racconto dell’Italia degli ultimi 20/30 anni. Allora vi chiederete: perché sfruttare la figura di una delle personalità imprenditoriali e politiche più controverse? Semplice; perché silvio Berlusconi è italiano e lo scopo di Sorrentino è di fare film sugli Italiani. Berlusconi è un archetipo dell’italianità e attraverso lui puoi raccontare gli italiani.
Distribuito nei cinema in due parti distinte scritto da Sorrentino assieme ad Umberto Contarello e basato su un soggetto dello stesso Sorrentino, “Loro” trae spunto da eventi realmente accaduti e da personaggi esistenti per rivelarsi però un’opera di pura finzione, senza intenti cronachistici o documentaristici.
Il regista realizza un biopic atipico non convenzionale e plasma la sua opera come una sorta di commedia nera, poco interessata a sviluppi agiografici o a giudizi morali sui personaggi coinvolti. Diviso in due parti solo per ragioni distributive ma considerabile come un film unico, tende a smarcarsi da alcuni degli stilemi legati alla produzione del regista, con una messa in scena che rimane complessa e curata ma anche più compiuta e lineare, attraverso una regia più semplice ed essenziale rispetto ai noti vezzi stilistici del regista napoletano.

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Se “Loro 1” costituisce una grottesca rappresentazione di tutto ciò che è “finto” e volutamente kitsch, “Loro 2” rinuncia a un possibile discorso metacinematografico legato al precedente cinema di Sorrentino, ma prosegue invece con coerenza nella lucida descrizione della società come un eterno show televisivo e come una continua illusione, marciando con precisione lungo il solco tematico tracciato dalla prima parte. “Loro 2” appare meno artificioso rispetto al primo capitolo, ma è incentrato comunque su un immaginario volutamente “basso”: l’immaginario da Tv trash e palesemente artificiale.
Con tutta l’operazione, Sorrentino pare offrire una visione della vita come un’enorme e articolata messa in scena: uno spettacolo in prima serata che viene assunto come realtà da tutti i suoi attori, siano essi protagonisti o comparse. Nel microcosmo malinconico e triste di “Loro”, Sorrentino cerca di mostrare il falso e la finzione come valori fondanti, l’ossessione dell’apparire in un mondo in cui qualunque cosa può essere definita una recita.
In questo discorso, forse divisivo ma comunque coerente, il Berlusconi di Servillo (che si sdoppia anche nel misterioso Ennio, sorta di alter-ego dello stesso Berlusconi) è dipinto a metà tra uno show-man da strapazzo e un imbonitore alla ricerca di attenzioni, anch’egli al centro di un perenne palcoscenico, personaggio tragicomico alla ricerca della costante approvazione degli altri. In entrambe le parti abbiamo il varietà, lo show in prima serata su una qualunque rete televisiva, il modo di atteggiarsi e di vivere, il Berlusconi barzellettiere che afferma di conoscere il copione della vita, di intuire desideri e dolori dei clienti, e afferma che voleva essere il più ricco del paese, il capo del Governo, amato da tutti. Ma a differenza di “Loro 1”, in cui lo sguardo filmico era basato sulla falsità e l’esasperazione, in “Loro 2” si assiste allo scontro tra l’artificio e una realtà capace di svelare le menzogne e di minare le false certezze: dal rifiuto di una giovane al crollo di un rapporto privato, fino al crollo pubblico e ben più tragico. Se “Loro 1” sanciva il trionfo della bugia, “Loro 2” racconta l’annullamento di qualunque costruzione, il fallimento dell’immaginario superficiale e fasullo, la sconfitta della cultura dell’apparenza a fronte della solitudine: una realtà, quest’ultima, difficile da affrontare per tutti.
Se con la prima parte si nota la falsità, o per lo più i sogni infranti degli italiani, tutto quello che noi vorremmo essere, nella seconda parte Sorrentino ci riporta alla realtà e ci dimostra che non è tutto oro quello che luccica.
Un’opera fatta per gli italiani, basata sull’Italia odierna e diretta magistralmente da un italiano.
La verità e che non ne sappiamo abbastanza.

FABIO BUCCOLINI

“JOKER”, QUANDO LA PAZZIA DIVENTA NORMALITA’

Dopo la vittoria del Leone d’oro al festival di Venezia, approda nelle sale uno dei film più attesi, acclamati e criticati dell’anno; il “Joker” di Todd Phillips, un viaggio dentro la mentalità umana.

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Joker non è certo il classico film tratto da fumetti. È un racconto tragico che scrive un nuovo capitolo sul personaggio DC Comics e che immagina le origini della crudeltà perversa che lo rappresenta. La sua deriva violenta è la svolta di un passato di emarginazione e sopraffazione. È il riscatto di chi ha subìto prevaricazioni.
L’anima di tutta la pellicola è lui, Joaquin Phoenix, i suoi strazianti primi piani e la sua dolorosa risata da iena. Denti storti, lacrime, un corpo magrissimo che si contorce in un ballostraziante e che davanti a quella tenda sembra compiere una trasformazione. Quell’uomo sta mutando in qualcos’altro, sta letteralmente cambiando pelle. Arthur Fleck sta diventando Joker. Non un Joker, ma il Joker, la nemesi di Batman che tutti conosciamo, lo psicopatico pagliaccio assassino di Gotham City.
Il Cinema è stracolmo d’interpretazioni attoriali superbe ma sono pochissime quelle così potenti da estasiare in modo tanto istantaneo, accecante e ad entrare sfolgoranti nell’immaginario collettivo con immensa dirompenza e grandiosa prepotenza.
Per interpretare un personaggio così complesso e stratificato ci voleva l’interprete perfetto e Joaquin Phoenix non solo è straordinario nel ruolo, ma sembra nato per interpretarlo. Dimagrito in modo impressionante, stravolto in un’espressione che rende la sua faccia una maschera, l’attore ha fatto un lavoro mostruoso sul corpo, trovando almeno quattro differenti risate, muovendosi come un animale in gabbia e ballando in un modo mai visto prima al cinema, uno stile che sembra un’arte marziale ma allo stesso tempo lo fa sembrare leggero e incorporeo.
Il premio Oscar per il migliore attore protagonista del 2020 è già assegnato.

Joker

Fa riflettere che un regista sostanzialmente legato alla commedia abbia scritto e diretto un film che la commedia non la tocca praticamente mai, neanche da lontano, e che anzi tinteggia alcuni degli aspetti più grotteschi della vita, mettendo al centro della sua vicenda un emarginato con problemi mentali e inseguendo l’ispirazione di un certo cinema a la Scorsese che, non a caso, era stato coinvolto nelle fasi iniziali dello sviluppo del film.
Scorsese è uno spettro lontano nel Joker di Phillips, una figura di ispirazione a cui il regista tende costantemente riuscendo a comprenderne ed emularne le tematiche.
L’intuizione più interessante di Joker sta proprio nel fatto che non ci troviamo di fronte a un film di supereroi dalla fotografia patinata, ma a un vero e proprio film d’autore, a un dramma che trasforma il personaggio dei fumetti in un uomo in carne e ossa, vittima della violenza della società e di un’ingiustizia sociale che causa rabbia e frustrazione.
Questo Joker non è una figura enigmatica che snocciola frasi filosofiche, ma un uomo che soffre e che si sente dimenticato e invisibile, un essere umano lanciato come un proiettile verso il baratro per cui finiamo per provare empatia e che ci rimanda un riflesso inquietante di noi stessi. Tutti ci siamo sentiti almeno una volta frustrati, tutti abbiamo subito delle ingiustizie e fatto pensieri terribili: Tutti noi siamo “Joker”.
Per l’intera durata il film sconvolge lo spettatore, lo immerge totalmente nella mentalità psicopatica del protagonista e quando i titoli di coda si avvicinano, ciò che tutti si chiederanno è: Ma Fleck è il vero principe del crimine di Gotham o è stato l’ispirazione per qualcun altro?; sicuramente la genesi della Gotham di Batman, di come sia diventata una città sull’orlo del baratro.
Joker è una metafora, il prodotto della malattia mentale di un uomo e di una società che lo ha ignorato e brutalizzato.

“Credevo che la mia vita fosse una tragedia, invece è una cazzo di commedia”

FABIO BUCCOLINI

“IL SIGNOR DIAVOLO” IL RITORNO ALLE ORIGINI DI PUPI AVATI

Dopo alcune pellicole non troppo degne di nota, Pupi Avati torna in sala con una storia basata su un suo romanzo che sa tanto di un ritorno alle origini della sua carriera.

Il signor diavolo

Il ritorno all’horror padano giova a Pupi Avati; “Il signor diavolo” è lavoro ben riuscito grazie alle cupe atmosfere e all’analisi del potere del Male, della superstizione e della religione bigotta degli Anni ’50 nel cattolicissimo Veneto.
Esiste una certa aura mitologica intorno agli horror di Pupi Avati. Con “La casa dalle finestre che ridono” in testa, la modesta pattuglia di film realizzati tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ha generato un culto alimentato anche dal contrasto con quella che è stata la filmografia di Avati da lì in poi.
“Il Signor Diavolo” è un film che entra completamente nell’ottica del “classico” horror all’italiana, genere che in realtà non ha più rappresentanti da un bel pezzo, che è fiorito principalmente nello scorso decennio per mano di cineasti ormai molto anziani come Dario Argento e Lucio Fulci.
Si tratta di una pellicola che non può piacere a tutti gli amanti attuali del genere horror, ma che incontra sicuramente i gusti di chi apprezza appunto le particolarità tecniche che il genere ha da sempre: in particolare, se si ama un certo modo di usare la macchina da presa, una certa fotografia ed una certa gestione della narrazione si potrà godere immensamente di un film che dal punto di vista tecnico è semplicemente perfetto, in cui l’ambientazione tetra e le inquadrature fanno da soli gran parte del lavoro.
“Il signor diavolo” ha come pregio principale, prima di ogni valutazione narrativa, quello di un’ambientazione bellissima, cupa, adagiata lungo la laguna livida e calma che è quella di Comacchio per larga parte, ma traslata narrativamente un po’ più a nord a Venezia.
Il risultato è un film cupo, in certi tratti addirittura pessimista, che fotografa ed analizza come l’irrazionale, le paure, la malvagità e la costante ricerca dell’uomo di potere di toccare con mano il potere satanico diventino gli strumenti con cui l’oscurantismo e il potere della religione si impadroniscano dell’essere umano.

 

FABIO BUCCOLINI

“C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD” LA FIABA DI QUENTIN TARANTINO

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA OPERA PIU’ INTIMISTA TARANTINO TORNA CON IL SUO NONO FILM AFFRONTANDO UN GENERE ANCORA INESPLORATO, LA FAVOLA.

C'era una volta a...Hollywood

 

Dopo “The hateful eight” il regista del Tennessee torna con un film totalmente diverso. Una favola hollywoodiana piena di omaggi dove nulla è lasciato al caso.
“C’era una volta a…Hollywood” potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di” Pulp Fiction”. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969.
A Hollywood, nel 1969, ci sono un attore e la sua controfigura (che è anche un factotum e un amico); uno lo specchio dell’altro, vivono in maniera simbiotica. Come nel film di Tarantino vivono in maniera simbiotica le tante storie che racconta: quella della strage di Bel Air; quella del cinema (e della televisione americana), in quegli anni stava vivendo la fine di un’epoca e l’avvento della New Hollywood; e dei suoi protagonisti.
Il regista prende questi tre piani e li mescola, li rende uno la controfigura dell’altro, in un mix quasi indistinguibile di finzione, o finzione nella finzione, e realtà.
Tutto “C’era una volta… a Hollywood” è basato su questo intreccio di personaggi, storie e piani narrativi.
Per Tarantino, il riscatto può avvenire soltanto sul piano della riscrittura della Storia, depositaria di un’autenticità al contatto con la quale la finzione hollywoodiana ritrova improvvisamente una sua ragione d’essere. In modo ancora più lucido che in “Bastardi senza gloria”, viene così a essere spazzata via ogni pretesa di attendibilità del cinema agli eventi documentati, alla verità dei manuali e delle cronache, in favore di un potere di affabulazione immaginaria che non conosce confini.
Sì, i western ora si girano in Italia; ma Hollywood rimane pur sempre la terra di mezzo del cinema, luogo di metamorfosi magiche e magicamente noncuranti della Storia, dove due perdenti possono improvvisamente ritrovare la foggia e le forme dell’eroismo maschile.
La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta.
Spettacolari le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.
Certo, Tarantino si diverte a far fare a botte Cliff Booth e Bruce Lee, o a raccontare la parentesi italiana della carriera di Dalton, ma è tutto un divertissement citazionista e occasionale, e si vede che in realtà gli interessa poco. Quello che gli interessa è dare vita a un mondo nuovo nato dalla sovrapposizione di storia e storie, pavimentare la strada per dove vuole arrivare col suo film.
A quel punto sappiamo già cosa accadrà, e da un pezzo, anche perché il giochino per il regista non è nuovo: quello che non sappiamo è come, e con che toni. Un cocktail di registri che per Tarantino sono la sintesi massima del potenziale salvifico del cinema. Altro che cinema che insegna la violenza e devia le menti, come in una battuta fin troppo ovvia negli momenti finali del film.
Tarantino dimostra di essere sempre meno interessato allo stile brutale che l’ha reso famoso, ma che comunque continua a citare e omaggiare di continuo, nelle pieghe e nella forma del suo racconto, i film che ama. E qui conferma di essere sempre più lanciato verso un cinema che sia puramente teorico rispetto a sé stesso e alla sua storia.
Proprio quando “C’era una volta a…Hollywood” trova il suo finale perfetto ( in cui altro non si può fare che battere le mani) gli oltre centosessanta minuti della pellicola sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino”; è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

 

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “31” il nuovo incubo slasher di Rob Zombie

Dopo qualche anno di pausa dalla sua creazione più intimista “Le streghe di Salem”, il regista/cantante torna alla carica con una pellicola visionaria e super violenta dove tutto è lecito e niente scontato.
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Forse ascoltando l’istinto del musicista e forse cercando una via di fuga da quel ruolo poco gradito, Zombie ha architettato la propria rinascita seguendo le regole non scritte dei ritorni discografici: una pausa di riflessione lunga tre anni e il riaffacciarsi sulle scene con un’opera minimale che lo riporta alle origini. Il regista è uno che è sempre stato abituato a lottare per la propria creatività, fin da quel “La casa dei 1000 corpi”, massacrato dalle forbici pre-censura della Lionsgate. Gli è andata meglio in seguito per gli “Halloween” e con “Le streghe di Salem” si è potuto prendere (quasi) tutta l’autonomia che ha voluto. Da allora Rob Zombie è diventato come Lars Von Trier a Cannes: “regista non grato” e così l’idea geniale: tirare sui i soldi necessari col crowdfunding e girare un film senza dovere rendere conto a nessuno. Neanche agli investitori…così nasce “31”.
La trama è semplice e ridotta all’osso: “È la notte del 31 ottobre 1976. Un gruppo di giostrai ambulanti viene rapito nelle lande desolate del Texas. I rapitori sono dei potenti e ricchi signori, membri di un’associazione, che coinvolgono i malcapitati in un gioco di terrore, morte e sopravvivenza”.
Zombie volge lo sguardo indietro non solo al passato della sua carriera da regista, ma a quello del cinema horror più in generale, fuggendo come sempre dalle mode contemporanee realizzando uno slasher crudo e carnale, che affonda le sue radici nel mondo di Tobe Hooper.
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Costruendo con pochi sforzi questo contesto Zombie ha gioco facile per attingere a piene mani a quell’immaginario creato negli anni e recuperare idee di seconda mano, ma ad oggi ancora efficaci. Assistiamo così all’ennesimo carnevale macabro robzombesco a base di freak assassini: nani nazisti, clown sanguinari, ricconi travestiti e, soprattutto, persone comuni trasfigurate in carnefici dall’istinto di sopravvivenza. Non mancano le efferatezze, anzi si trovano dietro ogni angolo, ma per la maggior parte del tempo, e la prima volta in un film del regista, non si percepisce un senso di questa violenza che non sia meramente ludico.
Non si tratta della faccia di Doom Head, che non vediamo l’ora di rivedere in azione, ma di quella di Rob Zombie, uscito dalla crisalide in cui si era infilato a Salem in una forma inattesa: più furbo che efferato, più attento alla maschera che al volto che nasconde, più interessato alla confezione che ai mille particolari che ogni buon demiurgo dissemina nei mondi che crea.
Il film riesce ad arrivare sul grande schermo e, come succede spesso, spacca la critica in due. Zombie è riuscito nell’intento di creare personaggi malvagi che catturino il pubblico. Situazione già vista con il personaggio di Captain Spaulding. Questa volta tocca a Doom Head, interpretato da Richard Brake che lo ha reso un personaggio angosciante, spietato ed estremo.
Grazie al suo tocco personale Zombie crea delle vere e proprie opere d’arte su pellicola, amalgamando alla perfezione i personaggi con lo scenario che racconta. Il tutto è sostenuto da una colonna sonora che riprende grandi classici della musica mai dimenticati.
“31” non è un film per tutti. Gli amanti del genere apprezzeranno i dettagli e i ricordi al cinema del passato che fanno ancora battere il cuore. Sicuramente in un’industria dove negli ultimi tempi gareggiano remake su remake, questo film è una perla per gli occhi.
Rob, continua così!!!

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The limits of control” il capolavoro introvabile di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna sulla via del guerriero con un film che richiama molto del suo “Ghost Dog”, dove un killer solitario segue scrupolosamente un codice preciso per raggiungere i suoi scopi.

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Si tratta di un oggetto filmico ineffabile e di difficile collocazione, nel quale Jarmusch flirta col noir ma con una messa in scena radicale e una scrittura che si avvia verso l’astrazione lynchiana. Assistendo alla proiezione del film, alla maggior parte degli spettatori sorgerà solo un grande punto interrogativo lungo quasi 120 minuti, vuoi per la ripetitività delle scene, vuoi per l’apparente inconcludenza narrativa. Infine, in pochi hanno veramente parlato di quest’opera, il che è quasi un controsenso: solitamente meno si capisce qualcosa più si tenta di sviscerarlo anche nei dettagli meno significativi, con l’unico obiettivo di poterlo controllare del tutto.
Un accenno di trama: “Un killer dai modi fare estremamente posati e meticolosi decide di mettere fine alla sua carriera con una ultima missione criminale, per poi ritirarsi e godersi la pensione anticipata. L’ultimo lavoro deve essere svolto in Spagna, tra Madrid, Siviglia e la Sierra desertica. Il compito non è semplice, per raggiungere l’obiettivo il killer dovrà seguire alcuni indizi molto improbabili e seguire le tracce lasciate da alcuni bizzarri personaggi incontrati lungo il suo percorso”.

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“The Limits of Control”, nel suo essere sfuggente, è un film dalla forte identità; qualità che ormai si perdona sempre più difficilmente, perché porta lontano dalle soluzioni più semplici e conosciute. Un film fatto di figure senza nome catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.
Le critiche negative lo trovano inconcludente, ma The Limits of Control non è un film vuoto, bensì svuotato, e ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è “Dead man” senza i suoi duelli, “Ghost dog” senza codice, “Coffee and cigarettes” senza la sua chiusura tematica e spaziale. Si tratta di un film sulla percezione, della realtàdi quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quel che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni e intuizioni.
“The Limits of Control” ammalia e cattura a dispetto di uno stile visivamente grandioso ma ritmicamente respingente, perfetta espressione di un pensiero senza compromessi che si fa metafora di un mondo interiore e non pronto a liberarsi da ogni limitazione.
Opera minore, dunque, sia per risultato che per ricezione? Per alcuni sicuramente sì, per altri un cult non compreso…decidete voi!!!

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “It follows” il tanto acclamato horror americano finalmente in Italia

Nuovo appuntamento con la rubrica “I film ritrovati”, questa volta vi parlerò di “It follows” horror americano datato 2014. Alla sua uscita suscitò un putiferio. Approvazioni a destra e a manca, critici entusiasti e addirittura è stato classificato uno degli horror migliori del nuovo millennio. Niente di più sbagliato, classico b-movie scontato.

It follows

Il bello del cinema realizzato con pochi fondi è che gli autori devono sforzarsi se vogliono realizzare qualcosa di buono. Ma questo non è il caso di “It Follows”. Ci sono tutti gli elementi per realizzare veramente un buon film: l’incidere lento del tempo, il silenzio e l’assoluta mancanza di scopo nella violenza, in pratica si ritorna al passato; a quegli anni ottanta dove questi temi hanno fatto la fortuna dell’horror e consacrato dei personaggi (Jason, Freddy) a vere e proprie icone. Ma il talentuoso regista rovina tutto. Tecnicamente gira veramente un’ottima pellicola ma per quanto riguarda il resto, “It follow” è scontato, ridondante di luoghi comuni e insulso. Niente di più di un horror estivo di cui non si sentiva la mancanza e che deve la sua fortuna solamente ad una gigantesca pubblicità ingannevole volta solo a convincere lo spettatore che quello che sta guardano è un capolavoro indiscusso della cinematografia. Il classico caso in cui i mass media ci dicono una cosa e per noi comuni mortali è giusta a prescindere.
Questa la trama: Jay ( la brava Maika Monroe ) diciannovenne sguazza vivendo la sua giovinezza. Ma la tranquillità, ovviamente, svanisce subito. Una serata di passione si tramuta in orrore quando il ragazzo col quale ha appena fatto sesso la sequestra. Lui le confessa che con l’atto sessuale le ha passato una sorta di “maledizione”: d’ora in poi qualcosa la seguirà e può avere le sembianze di chiunque, conosciuto o non. Colui che la insegue sarà “lento ma non stupido” e se la raggiunge la uccide. Ora Jay deve affrontare questa maledizione, ad aiutarla ci saranno i suoi giovani amici.

It follows scena
Teen movie che strizza gli occhi ai film dello stesso tipo, “It follows” descrive continue fughe da fermi di questi ragazzi. L’entità da cui non si può fuggire non è altro che la metafora del mondo in cui vivono. Ottimo incipt che si perde nel voler scavare troppo a fondo. Ci sono regole ben precise se si vuole omaggiare i temi tanto amati negli anni ottanta. Si deve cercare solamente di sopravvivere senza ma e senza se. Qui una grande quantità di psicologia spicciola confonde lo spettatore senza portarlo mai ad un fine. Si cerca di enfatizzare il fatto che i giovani sono lasciati a se stessi, i genitori sono sempre assenti e non si curano di loro ma non si può fare con una “cosa” che ti segue lentamente e se tu prendi la macchina e scappi ci mette giorni per trovarti…Ma scherziamo? Se Freddy Krueger vedesse una cosa del genere ritornerebbe nei nostri sogni per farci capire veramente cosa significa non avere scampo. Quella era una realtà claustrofobica in cui nessuno sogna nemmeno più di andare via.
Quello che mi fa più scalpore è che il regista David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con “The myth of the american sleepove”. Aveva già dimostrato di saper raccontare la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere il suo stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. Ma toppa alla grande, confeziona un film scialbo e scontato in cui cerca di entrare troppo nel profondo ma non ha la capacità di gestire fino in fondo le reazioni psicologiche ed emotive dei personaggi. In pratica voto 10 per la messa in scena ma 2 per il resto.
Volete un consiglio? Evitatelo…evitatelo finché potete, altrimenti lentamente ed inesorabilmente vi inseguirà per il resto della vostra vita.
Un attesa di 2 anni buttata al vento.

FABIO BUCCOLINI

“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

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