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“Noi – Us”, la terrificante critica sociale di Jordan Peele

Dopo essere stato acclamato da critica e pubblico per il suo “Scappa – Get out” Peele torna alla carica con un’opera all’apparenza scontata ma con un messaggio sociale devastante.

“Us”, che esce in Italia con il titolo “Noi”, non è una scelta casuale. La famiglia di cui si narra nel film rappresenta un semplice pretesto per discutere gli emarginati, gli esclusi, tutte quelle minoranze sociali che, per qualche ragione, vengono dimenticate, lasciate a marcire sul fondo del mondo. L’idea è tanto semplice quanto straordinaria; Peele cala l’asso, espandendo la sua idea di cinema e rendendola incredibilmente più matura. Dissemina indizi e riferimenti, gioca con la narrazione di superficie, ma è nel/dal sottosuolo che costruisce con perfezione unica le geometrie di un incubo dal quale sarà impossibile fuggire.

La sinossi del film è estremamente semplice e scontata, come la narrazione di superficie di cui parlavo pocanzi: Accompagnata dal marito e dai figli, Adelaide torna nella casa sulla spiaggia dove è cresciuta. Quattro sconosciuti mascherati, però, bussano alla loro porta, dando vita ad un incubo inimmaginabile.

La sceneggiatura in “Noi” è persino più ambiziosa e contorta di quella di Get Out, già di per sé ottima. La premessa qui è intrigante, suggestiva, inusuale. Gli horror hanno abituato lo spettatore all’idea del “cattivo”, dell’entità malvagia da sconfiggere o dalla quale fuggire. In questo caso il cattivo siamo invece noi stessi, ovvero nello specifico le proiezioni malvagie dei protagonisti, le loro nemesi.

La poetica di Peele è ormai chiara, e la sua voglia di raccontare le minoranze, sfruttando la sua caparbia volontà di utilizzare solo attori afroamericani come protagonisti, non fa che accentuare una sorta di “razzismo contrario” che, se da una parte rischia di far deflagrare l’opinione pubblica su se stessa nel corso del tempo, è funzionale alla cattiveria insita nella scrittura di queste opere.

In “Noi” c’è tutto: tensione, spavento, atmosfera, storia, ironia, sangue, emozioni. Forse non sarà l’horror tutto jumpscare e urla che ormai il mercato propone incessantemente (e che il pubblico invoca a grande richiesta) ma parliamo in ogni caso di una pellicola che merita solo elogi, così come il suo regista ed i suoi attori. Un’inquietante ed avvincente favola dark dell’orrore dove, per restare uniti e salvarsi, non bisogna più scappare via da loro, ma da noi stessi.

La densa mole di spunti non appesantisce il racconto, che nella calibrata alternanza di scene di azione e momenti di tensione guadagna un equilibrio dinamico e coinvolgente. Non mancano per la verità alcune incongruenze narrative, che nel filone horror sono quasi un difetto congenito. Il parziale rigetto della verosimiglianza è però consapevole; “Noi” si appella piuttosto alla simbolicità dell’inconscio, per il quale le coincidenze sono manifestazioni coerenti di una sincronicità sottesa e l’estraneità è una distorsione psicologica del familiare. Si spiega in tal modo la presenza all’interno del testo filmico di un vasto alfabeto simbolico di matrice pop. A questo proposito merita particolare attenzione la t-shirt in cui campeggia il Michael Jackson di “Thriller”, umano e zombie, uomo e donna, nero e bianco, definito da Peele stesso “santo patrono dell’ambiguità”.

Le risate e gli stilemi dell’horror raccontano semplicemente la capacità di Peele di divertirsi, fondata sul suo background artistico. Ciò non toglie che le tematiche affrontate siano attuali e potenti, in grado di far riflettere e senza troppi mezzi termini. Per questo, per una volta, la chiara spiegazione finale, che non lascia adito ad interpretazioni, è perfetta.

Vi lascio con l’idea di base del film, con la quale Jordan Peele parla agli spettatori e…all’umanità intera:

Geremia 11:11: “Perciò, così parla l’Eterno: ecco, io faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò.”

A noi l’arduo compito di riflettere, riflettere…riflettere.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Climax” l’horror secondo Gaspar Noé

Il nuovo film di Gaspar Noé è la folle notte di un gruppo di ballerini, fra eros e droghe, in un’inarrestabile discesa negli abissi del delirio.

Climax poster

Da un certo punto di vista Gaspar Noé, più che un regista, potrebbe essere visto come un dj. D’altronde i suoi film sono un po’ come un invito a ballare: l’unica cosa che lo spettatore deve fare è decidere se lasciarsi trasportare dalla musica e dalle luci psichedeliche oppure se abbandonare il locale per evitare il mal di testa. Non ci sono mezze misure o sfumature; è difficile poter pensare di rimanere seduti in disparte a guardare gli altri che ballano. E forse, mai come con “Climax”, il regista argentino è riuscito a tradurre questa sua idea di cinema per immagini. Il film viene definito come un mashup tra “Step Up” e “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È un paragone tanto bizzarro quanto calzante per dare un’idea dell’opera di uno degli autori più controversi del cinema contemporaneo, girata in appena due settimane in una scuola abbandonata della periferia di Parigi e presentata alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2018. Un film radicale fin dalla sua impostazione, che il regista franco-argentino trasforma in un’allucinata parabola di frenesia e di morte sviluppata nel corso di novanta, frastornanti minuti.
“Climax” è uno di quei titoli che puoi amare o odiare: il fascino è direttamente proporzionale alla repulsione. Forse è una sfida fare tanti film mutanti tutti insieme. Che ribaltano il concetto di tempo. in un unico spazio. Dove comincia? Dove finisce? La nascita e la morte. L’euforia e la disperazione. Quest’opera è frenesia, estasi, tormento e tenebre. Potrebbe partire dalla fine. Come “Irréversible”. Un ventina di giovani ballerini si riunisce per uno stage di tre giorni in un collegio in disuso. Ballano, si ubriacano, sembrano tutti su di giri. Poi c’è qualcosa nella sangria. E il clima cambia rapidamente.

Climax

Un vortice visivo che tende a risucchiare personaggi e spettatori in un’escalation di sensazioni ed eventi senza via d’uscita. Un ballo mortale in cui i corpi progressivamente si deformano, perdono la propria unicità e grazia, diventando un magma di carne, sudore e sangue di cui a tratti sembra quasi di sentirne l’odore. Un climax viscerale orchestrato per mettere ancora una volta al centro del discorso l’inesorabile forza distruttiva del tempo che, come un inarrestabile conto alla rovescia, travolge ogni cosa riportandola al punto di partenza. Visivamente potentissimo. Strutturalmente estremamente audace. Con un piano sequenza inarrestabile in un ballo collettivo senza respiro. Tra Erik Satie e i Rolling Stones. In un clima di festa, di colori che esplodono. Un massacro di cui Noé ci rende spettatori, ma mantenendo sempre un netto distacco emotivo rispetto a personaggi di cui sappiamo poco e nulla: è l’assunto di un film in cui il coinvolgimento sensoriale – i suoni, le luci, i colori, il dinamismo dell’azione – surclassa quello emotivo. Un film concepito come un tenebroso baccanale, in cui la dimensione dionisiaca sconvolgerà qualunque ipotesi di razionalità e di ordine, fino al rovesciamento (letterale) di questo microcosmo circoscritto, teatro di un rituale orgiastico destinato a culminare in un inevitabile tributo di sangue.
Gli eccessi sono la parola d’ordine in questo dramma dalle derive ironiche, grottesche, dai sussulti thriller, con il destino di alcuni comprimari che provoca una crescente suspense mista a disagio e diverse sequenze che sono già diventate cult.
Dopo un viaggio istintivo e puramente emotivo come quello proposto da “Climax”, nel momento in cui la musica finisce e le luci si riaccendono, restano nella mente sensazioni, flash e sonorità confuse; ma il rischio è che tutto venga dimenticato in fretta, che di indelebile rimanga poco: perché il cinema di Gaspar Noé è un’esperienza al contempo travolgente e fine a se stessa, ipnotica e respingente, geniale, divertente, estrema e…gratuita.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The limits of control” il capolavoro introvabile di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna sulla via del guerriero con un film che richiama molto del suo “Ghost Dog”, dove un killer solitario segue scrupolosamente un codice preciso per raggiungere i suoi scopi.

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Si tratta di un oggetto filmico ineffabile e di difficile collocazione, nel quale Jarmusch flirta col noir ma con una messa in scena radicale e una scrittura che si avvia verso l’astrazione lynchiana. Assistendo alla proiezione del film, alla maggior parte degli spettatori sorgerà solo un grande punto interrogativo lungo quasi 120 minuti, vuoi per la ripetitività delle scene, vuoi per l’apparente inconcludenza narrativa. Infine, in pochi hanno veramente parlato di quest’opera, il che è quasi un controsenso: solitamente meno si capisce qualcosa più si tenta di sviscerarlo anche nei dettagli meno significativi, con l’unico obiettivo di poterlo controllare del tutto.
Un accenno di trama: “Un killer dai modi fare estremamente posati e meticolosi decide di mettere fine alla sua carriera con una ultima missione criminale, per poi ritirarsi e godersi la pensione anticipata. L’ultimo lavoro deve essere svolto in Spagna, tra Madrid, Siviglia e la Sierra desertica. Il compito non è semplice, per raggiungere l’obiettivo il killer dovrà seguire alcuni indizi molto improbabili e seguire le tracce lasciate da alcuni bizzarri personaggi incontrati lungo il suo percorso”.

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“The Limits of Control”, nel suo essere sfuggente, è un film dalla forte identità; qualità che ormai si perdona sempre più difficilmente, perché porta lontano dalle soluzioni più semplici e conosciute. Un film fatto di figure senza nome catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.
Le critiche negative lo trovano inconcludente, ma The Limits of Control non è un film vuoto, bensì svuotato, e ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è “Dead man” senza i suoi duelli, “Ghost dog” senza codice, “Coffee and cigarettes” senza la sua chiusura tematica e spaziale. Si tratta di un film sulla percezione, della realtàdi quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quel che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni e intuizioni.
“The Limits of Control” ammalia e cattura a dispetto di uno stile visivamente grandioso ma ritmicamente respingente, perfetta espressione di un pensiero senza compromessi che si fa metafora di un mondo interiore e non pronto a liberarsi da ogni limitazione.
Opera minore, dunque, sia per risultato che per ricezione? Per alcuni sicuramente sì, per altri un cult non compreso…decidete voi!!!

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “It follows” il tanto acclamato horror americano finalmente in Italia

Nuovo appuntamento con la rubrica “I film ritrovati”, questa volta vi parlerò di “It follows” horror americano datato 2014. Alla sua uscita suscitò un putiferio. Approvazioni a destra e a manca, critici entusiasti e addirittura è stato classificato uno degli horror migliori del nuovo millennio. Niente di più sbagliato, classico b-movie scontato.

It follows

Il bello del cinema realizzato con pochi fondi è che gli autori devono sforzarsi se vogliono realizzare qualcosa di buono. Ma questo non è il caso di “It Follows”. Ci sono tutti gli elementi per realizzare veramente un buon film: l’incidere lento del tempo, il silenzio e l’assoluta mancanza di scopo nella violenza, in pratica si ritorna al passato; a quegli anni ottanta dove questi temi hanno fatto la fortuna dell’horror e consacrato dei personaggi (Jason, Freddy) a vere e proprie icone. Ma il talentuoso regista rovina tutto. Tecnicamente gira veramente un’ottima pellicola ma per quanto riguarda il resto, “It follow” è scontato, ridondante di luoghi comuni e insulso. Niente di più di un horror estivo di cui non si sentiva la mancanza e che deve la sua fortuna solamente ad una gigantesca pubblicità ingannevole volta solo a convincere lo spettatore che quello che sta guardano è un capolavoro indiscusso della cinematografia. Il classico caso in cui i mass media ci dicono una cosa e per noi comuni mortali è giusta a prescindere.
Questa la trama: Jay ( la brava Maika Monroe ) diciannovenne sguazza vivendo la sua giovinezza. Ma la tranquillità, ovviamente, svanisce subito. Una serata di passione si tramuta in orrore quando il ragazzo col quale ha appena fatto sesso la sequestra. Lui le confessa che con l’atto sessuale le ha passato una sorta di “maledizione”: d’ora in poi qualcosa la seguirà e può avere le sembianze di chiunque, conosciuto o non. Colui che la insegue sarà “lento ma non stupido” e se la raggiunge la uccide. Ora Jay deve affrontare questa maledizione, ad aiutarla ci saranno i suoi giovani amici.

It follows scena
Teen movie che strizza gli occhi ai film dello stesso tipo, “It follows” descrive continue fughe da fermi di questi ragazzi. L’entità da cui non si può fuggire non è altro che la metafora del mondo in cui vivono. Ottimo incipt che si perde nel voler scavare troppo a fondo. Ci sono regole ben precise se si vuole omaggiare i temi tanto amati negli anni ottanta. Si deve cercare solamente di sopravvivere senza ma e senza se. Qui una grande quantità di psicologia spicciola confonde lo spettatore senza portarlo mai ad un fine. Si cerca di enfatizzare il fatto che i giovani sono lasciati a se stessi, i genitori sono sempre assenti e non si curano di loro ma non si può fare con una “cosa” che ti segue lentamente e se tu prendi la macchina e scappi ci mette giorni per trovarti…Ma scherziamo? Se Freddy Krueger vedesse una cosa del genere ritornerebbe nei nostri sogni per farci capire veramente cosa significa non avere scampo. Quella era una realtà claustrofobica in cui nessuno sogna nemmeno più di andare via.
Quello che mi fa più scalpore è che il regista David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con “The myth of the american sleepove”. Aveva già dimostrato di saper raccontare la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere il suo stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. Ma toppa alla grande, confeziona un film scialbo e scontato in cui cerca di entrare troppo nel profondo ma non ha la capacità di gestire fino in fondo le reazioni psicologiche ed emotive dei personaggi. In pratica voto 10 per la messa in scena ma 2 per il resto.
Volete un consiglio? Evitatelo…evitatelo finché potete, altrimenti lentamente ed inesorabilmente vi inseguirà per il resto della vostra vita.
Un attesa di 2 anni buttata al vento.

FABIO BUCCOLINI

“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The loved ones” un feroce revenge-movie in salsa teen-movie

“The Loved Ones” arriva dall’Australia, terra magnifica e crudele quando è chiamata a portare in scena film horror in salsa da torture porn. Un esempio tra tutti “Wolf creek” di Greg McLean che il regista e sceneggiatore Sean Byrne dimostra di aver apprezzato. La pellicola funziona nella sua alchimia di generi e registri e appare come una bella ventata d’aria fresca nel filone dei film di tortura esplosi nell’ultimo decennio.
The loved ones

Non lasciatevi ingannare dalla locandina eccessivamente patinata o dalla trama decisamente banale. Il film si trasformerà presto in un piccolo compendio delle psicopatologie che un’adolescente deviata può sviluppare, se rifiutata dal ragazzo prediletto per il ballo di fine anno.
In seguito a un incidente d’auto in cui ha provocato la morte del padre, Brent Mitchell si rifugia nell’alcol e nelle droghe. Quando, all’avvicinarsi del ballo della scuola, la timida e impacciata Lola lo invita ad accompagnarla, Brent rifiuta perché ci andrà con la sua fidanzata. Prima del ballo, il ragazzo va a fare una passeggiata e d’improvviso perde conoscenza. Al risveglio si trova legato in una cucina che non conosce, dove appaiono Lola e suo padre che inscenano un singolare ballo di fine anno scolastico che ha come protagonisti Brent e la resistenza al dolore.
Ambientato nella periferia di un’anonima provincia australiana, vediamo sfilare una serie di personaggi e situazioni, istituzionalmente legati alla cinematografia di genere americana. La pellicola è condita da scene a sfondo ironico che si snodano in parallelo alla storia principale, alleggerendo la visione, senza distogliere troppo l’attenzione. La parte succosa del film si avvia quasi subito: l’anonima Lola chiede al bello e maledetto Brent di andare la ballo insieme, lui rifiuta e lei deciderà di vendicarsi.
L’esordiente Sean Byrne descrive la vita adolescenziale liberandola da qualunque ancoraggio geografico e temporale. Il film è ambientato in Australia ma questo necessariamente non traspare, dal momento che gli scenari e le dinamiche tra personaggi potrebbero appartenere anche al più classico teen movie americano, così come la collocazione temporale indefinita, che richiama prepotentemente gli anni ’80 senza che questo sia mai specificato. “The Loved Ones” gioca proprio su questa universalità narrativa per raccontare essenzialmente una storia di dolore e solitudine, stemperando il tutto con alcune scene tipicamente da commedia adolescenziale.
Le scene fortissime non mancano, il terrore serpeggia, niente è lasciato all’immaginazione, l’unità di tempo rende tutto maledettamente serrato. Il film punta dunque il dito verso una società che funziona al contrario, che dietro uno specchio di normalità e bontà nasconde del marcio. I canoni della bellezza e le regole del sentirsi parte di un gruppo di pari spronano alla follia e alla violenza; la famiglia, tabernacolo dell’educazione e della moralità, è in realtà un ricettacolo di pulsioni violente e oscene. Ogni volta che si pensa di essere arrivati al limite, all’ultimo scalino della sopportazione, eccone che se ne forma un altro e si continua a salire. La lobotomizzazione frontale più bollitore è roba da veterani del genere.
Gli attori son grandiosi, il ragazzo ha un viso e una storia che lo ami da subito, i due pazzi son talmente così allucinanti che ne diventiamo quasi oggettivamente affascinati.
Sean Byrne capovolge le regole e se l’eroe è un ragazzo un po’ emo, passivo e trasandato, la principessa del ballo, dall’aria innocente e dagli abiti rosa pastello è un mostro sadico e spietato. Al fianco di questo anomalo duetto ne risiede un altro altrettanto atipico, composto da Jamie, amico nerd e cicciotello di Brent, e Mia, affascinante goth girl particolarmente introversa. Jamie e Mia e il loro strambo rapporto rappresentano la parte comedy del film e questa coppia male assortita con le loro particolari avventure da prom night funziona bene.
Nonostante Byrne non inventi nulla, limitandosi a riproporre la formula del torture porn applicato al teen movie e alla tematica della famiglia disfunzionale, “The Loved Ones” ha una carica e una struttura d’insieme che convince. Il modo diretto con cui è narrata la storia, la contaminazione con la commedia e la giusta caratterizzazione dei personaggi fanno di “dell’opera una delle più riuscite recenti incursioni nel filone.
Horror piccolo, senza fronzoli, che non si atteggia ma ci va giù pesante, molto pesante.
Per chi ama i film ad alto tasso di ferocia è assolutamente consigliato, per gli altri, soprattutto se facilmente impressionabili, lo sconsiglio vivamente.
Ovviamente inedito in Italia…

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Big bad wolves” il noir israeliano che non dimenticherete molto facilmente

Viene da Israele uno dei film più interessanti dell’anno. E’ una storia nera di vendetta che sa impressionare, ma è anche così abile da contaminare di continuo il proprio incedere verso l’inferno di momenti di grande comicità che non alleggeriscono ma addirittura appesantiscono la materia trattata.
Big-Bad-Wolves

Adoro la figura del grande lupo cattivo. Perché il grande lupo cattivo non è altro che malvagità fatta di furbizia e stupidità, radicata nei contesti sociali (politici) e istituzionali. Il grande lupo cattivo è il male riconosciuto e accettato che, la maggior parte delle volte, si riesce a fingere agnello. Ed è proprio di tutto questo che parla, secondo me, un film come Big Bad Wolves.
Arrivato con la benedizione di Quentin Tarantino, che l’ha inserito nella personale top ten dei migliori film del 2013, “Big bad wolves” non deluderà le attese dei tarantiniani doc, vista la gran dose di cinefilia, humor e violenza gratuita che regala. Il film conferma inoltre l’ottimo stato del cinema israeliano, qui testato su un versante più di genere che autoriale.
Stato d’Israele. Una serie di brutali omicidi fa incontrare e scontrare la vita di tre uomini: Il padre dell’ultima vittima in cerca di vendetta, un investigatore che usa spesso operare aldilà dei confini della legge e il principale sospettato degli omicidi, un insegnante di religione arrestato e rilasciato a causa di un errore della polizia.
Se al loro esordio i due registi si erano avventurati nel filone dello slasher piegandolo alla loro personale (e abbastanza originale) visione, in questa seconda prova affrontano il thriller e il genere torture.
“Big bad wolves” è un film che, inizialmente, potrebbe far pensare a opere come “Prisoners”, ma pian piano si distacca da una certa visione occidentale del tema, andando a cadere nell’analisi sociale con un certo distacco emotivo. Riesce persino ad evitare la trappola del già visto, infatti siamo di fronte ad un film che tutto ciò che mostra è fine alla storia e niente è gratuito.
Lo spunto di partenza è abbastanza semplice e tutto sommato anche risaputo: c’è in giro un serial killer che si dedica a rapire, seviziare e uccidere bambine, c’è un poliziotto dai metodi spicci che esagera nell’interrogare un sospetto e per questo motivo viene sospeso, c’è il padre di una vittima, disperato, in cerca di vendetta e convinto che il sospetto di cui sopra sia in effetti il colpevole. Il bello è che il tutto viene raccontato mescolando assieme tre film diversi. Da un lato c’è il thriller con mistero, poi c’è il film più truce, quello dedicato all’accanimento sul pover’uomo, infine c’è la commedia, assolutamente dark, che davvero a tratti fa schiantare dal ridere, perché propone personaggi che scivolano spesso nella macchietta.
Ovviamente, la chiave per poter apprezzare “Big bad wolves” sta anche in una questione di sensibilità personale, nel non farsi problemi di fronte a un racconto che mescola in maniera assolutamente organica tutte le componenti di cui sopra. “Big bad wolves” si prende tremendamente sul serio, ma allo stesso tempo non lo fa, scherza un sacco mentre sferra pugni nello stomaco, unisce e amalgama tutto, senza alternare. In questo, ha qualcosa che ricorda la sensibilità del cinema dall’estremo oriente e può risultare spiazzante, soprattutto nel momento in cui ti dice chiaro e tondo che stai ridendo di cose sulle quali non c’è proprio nulla da ridere. Dove invece non può lasciare dubbi è sull’incredibile cura per l’immagine, che esplode fin dal primo secondo e non molla un attimo fino alla fine.
Bellissimo da vedere. Solo nella sequenza di apertura c’è più cinema che negli ultimi dieci anni di film italiani. Verrà rivalutato negli anni.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “White bird in a blizzard” il lavoro più intimista di Gregg Araki

L’assenza è uno dei temi cinematografici più sfruttati, al copioso numero di autori affascinati da questo tema si aggiunge anche Gregg Araki che firma la sceneggiatura e la regia di “white bird in blizzard”, la sua opera più intimista.
White bird in a blizzard

“White bird in a blizzard”, dopo Mysterious skin”, è forse il film più ambizioso del talentuoso regista cult Gregg Araki (di cui già vi avevo parlato in questo articolo https://fabiobuccolini85.wordpress.com/2014/01/30/gregg-araki-un-genio-ai-limiti-della-follia/). Per cominciare, questa volta dirige un cast formato da grandi nomi: l’astro nascente Shailene Woodley (“Divergent”), la bella e brava Eva Green e, in una parte secondaria, Thomas Jane (“The Punisher”).
Un bel salto in avanti per un autore di titoli underground ma dal grande valore artistico come “Kaboom” e “Doom Generation”.
Come per “Mysterious skin”, qui Araki non scrive di proprio pugno la sceneggiatura, ma adatta l’omonimo romanzo di Laura Kasiscke.
Sono gli anni ottanta e la famiglia Connors se la cava bene. Bella casa, bel quartiere e una figlia, Kat, che sta maturando senza molti problemi. I suoi genitori non si stimano più: non parliamo neanche lontanamente d’amore. La mamma, casalinga perfetta e disperata, cerca i segreti dell’orgasmo nei libri. Il padre, lavoratore indefesso e uomo buono, non guarda più con quegli occhi una moglie ancora splendida e sbava sui giornali porno, in cantina. Finché la donna di casa sparisce. Non dice addio. Iniziano le ricerce e nei due anni successivi, quella Kat che aveva scoperto il sesso e l’amicizia, la trasgressione e lo stordimento, tenterà di fare i conti con il vuoto che le ha lasciato in eredità. Ogni tanto la sogna. Nuda e infreddolita, nella bufea, cosa significherà? Presto la verità verrà a galla…
Quello di “White bird in a blizzard” è un Araki intimista, molto distante dalle sue solite produzioni.
Abbandona le esplosioni pop che hanno contraddistinto i suoi lavori più famosi e gioca con sentimenti più intrinsechi come l’assenza. Racconta un dramma familiare tinto di venature thriller seguendo un filo semi logico preso in prestito dai vecchi noir anni 50. La mano del regista si vede molto, e non lascia da parte del tutto le sue origini da cineasta indie, infatti il film viene raccontato attraverso frequenti flashback (le parti migliori di tutta la pellicola)dove si ritrova in pieno il visionario talento di Araki: la trattenuta concessione agli elementi mystery, rimane espresso attraverso gli sporadici e visionari sogni della sua protagonista.
Chiariamoci, non è un capolavoro e nemmeno il miglior film del registo nippo/americano, ma la sua costruzione ambigua che strizza l’occhio al teen movie, lo rendono esteticamente perfetto.
Grazie alla bellezza di alcune immagini e l’ottima performance di Eva Green, “White Bird in a Blizzard” nonostante una partenza fiacca riesce a trascinare lo spettatore fino al classico colpo di scena finale.
Gregg Araki è sempre Gregg Araki e dandogli in mano anche un prodotto commerciale come questo riesce a imprimergli spessore senza cadere mai nel banale.
Alcuni fan resteranno sbalorditi perché non troveranno tutti i tratti distintivi del cineasta, ma che a dir si voglia Araki è sempre Araki…benvenuti nel suo mondo.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Il mistero del bosco” un piccolo gioiello di Lucky McKee

Mckee continua le proprie incursioni nel genere horror e ci regala un prodotto, sicuramente sconosciuto ai più, che omaggia a tutto tondo Dario Argento.
Il mistero del bosco

Perdere tempo a sottolineare l’impronta lasciata dall’inquietante Dario Argento nella cultura cinematografica è inutile. Senza il delirio stregonesco di “Suspiria”, infatti, lo sceneggiatore David Ross non avrebbe mai avuto modo di costruire lo script de “Il mistero del bosco.
La trama della pellicola riprende molto da “Suspiria”: La Falburn Academy è una prestigiosa scuola femminile nascosta nel cuore della foresta. La nuova studentessa, Heather Fasulo, è molto diversa delle altre: sente delle voci e ha delle terrificanti visioni. Quando le sue compagne cominciano a sparire, Heather capisce che a Falburn niente è come sembra e che la lezione più importante della scuola è una sola: nessuno sfugge al bosco.
Come possiamo vedere, è palese che la maggior parte della pellicola è biologicamente costruita come un grande omaggio/citazione ad Argento: dal collegio only for girls sperduto nei boschi alle tre streghe danzanti , passando ovviamente per la protagonista furbetta e socialmente disadattata.
“Il mistero del bosco” percorre infatti sentieri sicuri, nei quali un horror elegante è sempre in agguato, armato di scelte narrative che lo distanziano quel tanto che basta dal caposaldo argentiano.
Buon lavoro di script e una certa attenzione ai particolari. Attenzione riscontrabile anche in coloriti passaggi di trama che dimostrano come la struttura portante del film sia solida e che, nonostante la palese derivazione, possa anche rilevarsi accattivante.
In “Il mistero del bosco” c’è una totale devozione a un’atmosfera oscura e opprimente, impreziosita da un’ambientazione (gli anni ’60) e relativo tema portante genuinamente sinistri.
Su tutto gigioneggia McKee: la sua regia è precisa, attenta e visionaria, e, complice un efficace lavoro di taglia e cuci in sala di montaggio, ci regala almeno un paio di scene di indimenticabile bellezza. Il regista filma angosce e turbamenti con gradita personalità e grande impatto visivo.
Non siamo di fronte a un film privo di errori che rimarrà negli annali del cinema, ma è un buon prodotto che stupisce anche per una certa originalità.
E’ un buon film, con alcune scene da brivido e un’atmosfera sicuramente di grande suggestione; per alcuni versi verrebbe quasi da paragonarlo a “Suspiria”, con cui si nota una certa somiglianza a livello di contenuti, ma naturalmente il confronto con il capolavoro di Dario Argento è qualitativamente inappropriato. La prima parte della narrazione può risultare un pò lenta, ma poi il film riesce a “prendere quota”, malgrado non ci sia una presenza eccessiva di splatter se non qualche scena gore nel finale.
In conclusione, “Il Mistero del Bosco” può risultare non molto originale nella trama, a volte anche prevedibile, ma è sicuramente un film che si lascia guardare e che fa’ trascorrere il tempo velocemente durante la sua visione senza annoiare mai lo spettatore.
Un film consigliato a tutti gli amanti dell’horror ma specialmente a coloro che amano il grande regista italiano.
Assolutamente da vedere.

FABIO BUCCOLINI

“Martyrs” in arrivo il remake made in USA

Dopo la mia recensione del film di Pascal Laugier, vi annuncio che, dopo una gestazione molto complessa e durata anni, il chiacchierato remake americano è in arrivo. SPOILER a fine articolo.
martyrs
(La prima locandina del film)

Era dal dicembre 2008 che la notizia spopolava in rete. Anche Pascal Laugier, intervistato da Ain’t It Cool News, spiegò che erano in corso alcune trattative con dei produttori americani intenzionati a realizzarne il rifacimento. Poi nei mesi successivi ci furono conferme e smentite che fecero arenare il progetto. Infatti dal maggio 2010, quando fu annunciato che Mark L. Smith aveva terminato la scrittura della sceneggiatura non se ne seppe più niente. Nel 2014 le voci ricominciarono a circolare e la produzione annunciò che Daniel Stamm sarebbe stato il regista del remake. L’autore de “L’ultimo esorcismo” dopo la lettura della sceneggiatura era entusiasta e non vedeva l’ora di cominciare, ma dopo vari diverbi con la produzione decise di abbandonare il progetto perché non consono con la sua idea di realizzazione. Dopo questa notizia, sembrava che questo “Martys” versione americana non si doveva fare poi la svolta all’European Film Market di Berlino. Il remake di “Martyrs” è tornato prepotentemente alla ribalta ed è stato mostrato un primo poster grazie al quale si è reso noto che sarà diretto da Kevin e Michael Goetz, i registi del thriller psicologico Scenic Route. Ma non solo, dopo alcuni giorni si è venuto a sapere che il film non era stato solo rimesso in produzione ma che le riprese sono già finite.
Martyrs 1
(La prima immagine del film)

Le protagoniste di questa nuova versione sono: Troian Bellisario (“Pretty little liars”), Bailey Noble (famosa per aver interpretato Adilyn Bellefleur in “True Blood”), Kate Burton (“Stay”, “Grosso Guaio a Chinatown”) e Blake Robbins (“Rubber”).
La sinossi della pellicola sembra rimasta molto simile a quella originale: Lucie, una ragazzina di 10 anni, fugge dal deposito dove è stata tenuta prigioniera. Viene accolta in un orfanotrofio ma è rimasta profondamente traumatizzata ed è tormentata da incubi notturni. Il suo unico conforto è Anna, una ragazza della sua età. Passati 10 anni gli incubi non sono passati, ma Lucie riesce finalmente a trovare la famiglia che l’ha torturata quando era solo una bambina. Lei e Anna si avvicinano ad una verità sempre più straziante, ritrovandosi intrappolate in un incubo. Se non riescono a fuggire le attende il destino di un martire.
Nonostante tutto ancora non si sa se la sceneggiatura sia rimasta la stessa o se siano state fatte modifiche sostanziali. Restiamo in attesa di nuove informazioni.
Prodotto dalla Blumhouse in collaborazione con la The Safran Company, il nuovo “Martyrs” viene già promosso come “il film dell’orrore definitivo”, anche se, come succede ogni volta, ogni film horror in uscita viene pubblicizzato così.
Si attende primo trailer.
Vi lascio con un interrogativo: Avevamo bisogno di un nuovo remake, soprattutto di una pellicola perfetta così come era?
A voi le risposte.
ATTENZIONE SPOILER:
“La differenza sostanziale è che la versione americana avrebbe mantenuto in vita entrambe le ragazze, mentre nella versione francese una delle due muore molto presto”.

FABIO BUCCOLINI

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