Archivio mensile:settembre 2014

I film dimenticati. “Totò che visse due volte”: il film vietato a tutti che deve essere assolutamente visto

Parlando di “Totò che visse due volte” parliamo di uno dei film italiani più controversi e attaccati degli ultimi 20 anni. Caso mediatico di censura cinematografica. Il film venne vietato a tutti per poi essere sbloccato in appello.

Toto che visse due volte

In questa pellicola diretta magistralmente dalla coppia Daniele Ciprì e Franco Maresco, si trova di tutto e il contrario di tutto: nichilismo, materialismo, religione, poesia, violenza, ma soprattutto vita.
Diviso in tre episodi, è ambientato in una Palermo mostruosa e apocalittica piena di personaggi grotteschi, blasfemi, vittime di un mondo dove Dio è stato ucciso portandosi dietro tutti i valori di una umanità ormai al tramonto.
Bene o male quello che sta succedendo oggi. Forse possiamo parlare di una pellicola che ha anticipato i tempi. Datata 1998, il film affronta temi che a causa della crisi globale, oggi ci troviamo a vivere. La nostra società non esiste più, ci hanno portato via tutto e noi ci adattiamo alla vita odierna diventato esseri grotteschi che non abbiamo nessuna morale e che portiamo al degrado tutto quello che abbiamo di fronte.
Il film è diviso in tre episodi. Primo episodio: Perennemente deriso e umiliato da tutti, il povero Paletta approfitta di ogni occasione per dare libero sfogo ai propri desideri sessuali. Vi si lascia andare senza ritegno, e molti lo seguono, dando vita a scene di autoerotismo collettivo. Quando arriva in città la famosa prostituta Tremmotori, gruppi di uomini vanno da lei, e Paletta, pur di partecipare, si spinge a rubare nell’edicola votiva dell’Ecce Homo, protetta dal boss mafioso del quartiere. Ma prima che riesca ad avvicinarsi alla donna, viene a sua volta derubato. Tuttavia è riconosciuto colpevole del furto, e condannato dal boss ad essere messo in croce.
Secondo episodio. Intorno al letto di morte di un omosessuale di mezza età sono riuniti la madre ed altre persone. Fefè, l’anziano amante dell’uomo, tarda ad arrivare perché impaurito dalla possibile reazione di Bastiano, violento fratello del morto. I presenti rievocano nella mente la storia dei due amanti, dei loro approcci, dei loro rapporti. Infine Fefè arriva, è disperato e affamato. Aspetta allora il momento propizio durante la notte e toglie all’amante morto un prezioso anello. I topi che infestano dentro la stanza e fuori la città lo assediano e gli impediscono di godere del suo gesto disonesto.
Terzo episodio. Un Messia vecchio e rugoso, detto Totò, cammina attraverso i luoghi controllati dalla mafia, accompagnato da Giuda, un gobbo iroso che insiste nel pretendere da lui una immediata guarigione dalla sua deformità. Nel frattempo il mafioso Lazzaro, sconfitto nella guerra tra clan, viene sciolto nell’acido per ordine del boss don Totò. I familiari chiedono al Messia di provare a farlo resuscitare. La cosa riesce, e Lazzaro fugge per vendicarsi. Nelle miserie della periferia, un angelo viene aggredito e derubato delle ali, un falso angelo ne prende il posto, crede di poter trarre vantaggio dalla sua condizione ma tre bruti sono attratti dalle sue sembianze e lo violentano. Da una pianura alcune persone osservano il Messia su una collina, lui brutalmente ordina loro di andare via perché non ha niente da dire. Un handicappato, che ha continue pulsioni sessuali, vede una statua della Madonna e vi si sfoga contro. Intanto Giuda denuncia il Messia Totò al boss don Totò. Prelevato durante l’ultima cena, il Messia è condannato a morire nella vasca piena di acido. E lì rimane, mentre sul colle sono issate tre croci dove vengono crocefissi come ladroni i protagonisti degli altri due episodi e, in sostituzione del Messia, un povero scemo sorridente.
Di questo film si è parlato tanto. Uomini di spettacolo, addetti ai lavori, tutti uniti e pronti a stigmatizzare l’abominio di Totò che visse due volte nel nome di una moralità che, chissà perché, esce fuori solamente quando qualcuno attacca il perbenismo che fa da padrone alla nostra Italia. Totò che visse due volte, a prescindere dal valore della pellicola o dal gradimento del pubblico, è un film che sconvolge perché si serve delle nostre certezze per comunicarci a bruciapelo il disfacimento del mondo. Uomini che perdono la loro consistenza di esseri umani per diventare semplici ruderi esistenziali mimetizzati tra le rovine di un universo postindustriale che non ha alcuna speranza di rinnovarsi. Anche la religione, l’ultima ancora a cui attaccarsi prima del naufragio definitivo, non offre alcuna garanzia: un povero “cristo” di periferia, Totò appunto, è la perfetta immagine della perversione dei tempi che non permettono nemmeno ad una icona sacra di svolgere pienamente il proprio compito.
Ciprì e Maresco conoscono profondamente il cinema ed il suo funzionamento, ogni loro inquadratura sfrutta apertamente ogni possibilità che il linguaggio cinematografico offre.
Totò che visse due volte ha invece il merito di proporre una storia che può essere considerata paradigmatica di un’intera umanità allo sbando essendo, al contempo, rivestito da una struttura narrativa solida e valida.
Tra gli echi pasoliniani nell’uso massiccio del dialetto, o la bella fotografia in bianco e nero, qui diretta dal bravo Luca Bigazzi e una visione nichilista del mondo e della spiritualità. Si presenta come uno dei film più originali, sperimentali e coraggiosi fatti in Italia negli ultimi vent’anni.
Alla vigilia dell’uscita nelle sale, la pellicola venne bloccata dalla censura perché considerata vietata a tutti (è l’ultimo film ad avere avuto un giudizio del genere in Italia). Successivamente il giudizio della commissione censura cambiò, permettendo l’uscita nelle sale ma denunciando gli autori per vilipendio della religione di Stato. Dopo il processo, ne uscirono tutti indenni.
Vi lascio con le parole con cui Ciprì e Maresco hanno commentato il loro lavoro: “Il film è permeato di un forte sentimento religioso, ma non certo di Chiesa… è il sentimento di chi si sente abbandonato, di un’umanità affranta che sente la mancanza di Dio, come accade, facendo le dovute proporzioni, ai personaggi di Dostoevskij”.
Imperdibile!!!

 

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Dellamorte Dellamore”: L’ultimo vero horror del XX secolo

Dellamorte Dellamore non é il film di Dylan Dog e non é neanche soltanto uno splatter sugli zombie. Non è un film sull’indagatore dell’incubo perché il romanzo di Sclavi è ispirato a quest’ultimo solo in minima parte (si fa confusione perché l’aspetto fisico di Dylan Dog é ispirato proprio a Rupert Everett).

Dellamorte Dellamore

Per la ricchezza e la robustezza del soggetto e per una grande scenografia di Antonello Geleng, il film più che uno zombie movie può essere classificato come una commedia nera.
Francesco Dellamorte è il guardiano del cimitero di Buffalora: é un uomo triste e solitario, preso in giro dal resto degli abitanti della cittadina. Ogni notte però, con l’aiuto dell’assistente Gnaghi, si trasforma in cacciatore di zombie (che si svegliano nel suo cimitero sette giorni dopo la sepoltura).
Questo é a grandi linee l’impianto principale della trama, che serve a delinearne i principali aspetti: un uomo schiacciato in una realtà chiusa e costretto ad una eterna ripetizione delle sue pene.
Il film non si articola però secondo uno svolgimento lineare, ma come una sequenza di singoli episodi semi-connessi ( può far venire in mente mulholland drive di David Lynch) in cui il collante vero e proprio é in effetti la presenza dei protagonisti.
Durante il film Dellamorte si innamora di diverse donne (tutte interpretate dalla stessa attrice: é un omaggio al film Duello a Berlino di Michael Powell & Emeric Pressburger). Tutte le volte la storia d’amore finisce male.
La prima si eccita solo negli ossari e finisce uccisa dal marito-zombie.
La seconda ha invece una fobia per il pene, il che spinge Dellamorte ad “adeguarsi”.
Tutte queste vicende conducono Francesco alla follia finale: egli si convince che sia meglio sparare alle persone prima che muoiano per evitare che tornino in vita da zombie (e spezzare finalmente la sua ciclica sofferenza).
Si dirige quindi in città per uccidere coloro che si prendevano gioco di lui e con loro l’ultima incarnazione della sua amata.
Non riesce nel suo intento quindi la soluzione che gli pare più ovvia è quella della fuga. Ben presto si troverà a constatare che forse non esiste neanche un mondo al di fuori del suo ristretto universo. Tenta allora la carta della soluzione estrema, il suicidio, ma viene ancora una volta trattenuto, il che lascia intendere che il protagonista é costretto nel suo universo da legami ben più forti di quelli puramente “fisici”.
Detto questo è abbastanza semplice capire le tematiche di un film all’apparenza semplice ma in fondo complesso. Una tristezza ciclica impossibile da spezzare, la dicotomia amore-morte, la figura della donna forza della natura, il tutto condito nello humor nero tipico di Sclavi (da non dimenticare anche un’accenno di satira sociale, nella sottotrama del sindaco che specula persino sulla figlia morta).
Notevoli infine alcuni riferimenti visivi: il bacio nella cripta che ricalca il quadro “Gli amanti” di Magritte o la riproduzione de “L’isola dei morti” di Böcklin.
Insomma, se pur con alcuni difetti, “Dellamorte Dellamore” si dimostra essere ancora oggi un film interessante, originale, lontano dai gusti commerciali del pubblico nostrano che, non a caso, non premiò affatto il lavoro di Soavi ma che ebbe molta fortuna all’estero.

 

FABIO BUCCOLINI

“Porno”. “Trainspotting 2” si farà!!…Ma solo nel 2016

La tanto attesa reunion tra Mark e la sua banda di amici è ormai alle porte e prenderà spunto da “Porno” di Irvine Welsh.
Porno

Era il 1996 quando uscì il film cult “Trainspotting” del regista Danny Boyle. Le vicende di Mark Renton, Begbie, Sick Boy e Spud, ragazzi “ di una Edimburgo simbolo di desolazione e marginalizzazione, raccontate in modo sorprendentemente dissacrante e quanto mai crudo, fecero intravedere, forse per la prima volta, uno spicchio di mondo giovanile che si opponeva alla vita borghese della provincia.
I milioni di amanti di questo film in tutto il mondo aspettano da anni il sequel e avevano quasi perso la speranza quando, inaspettatamente, Danny Boyle ha affermato di voler girare la tanto attesa seconda parte.
In teoria dovrebbe arrivare nel 2016, ad esattamente 20 anni di distanza da “Trainspotting”. E l’altra grande notizia che sta destando un’enorme curiosità è che il regista ha dichiarato di voler mantenere gli stessi attori che hanno fatto parte del cast del primo film.
“Prima o poi sarebbe successo – dice Boyle alla rivista The playlist – , c’è sempre stato un piano a lungo termine riguardante il sequel. Se lo sceneggiatore è in grado di realizzare una storia abbastanza decente, non credo che ci saranno ostacoli per impedire un ritorno di Ewan McGregor o qualsiasi altro componente del cast.
L’atteso seguito sarà ancora una volta basato su un romanzo di Irvine Welsh, autore di “Trainspotting”. Questa sarà la volta di “Porno”, in cui ritroviamo i ragazzi nove anni dopo: le loro vite non sono più sconvolte da problemi di droga, ma si trovano alle prese con l’avvio di una nuova attività, legata appunto all’industria del porno.
Ma, come dichiarato dallo stesso regista, “Porno” sarà solo una base per il film. Non sarà basato tutto sul libro ma ci saranno spazi anche per molte sorprese esterne al romanzo.
La domanda di rito è la seguente: saranno in grado di non deludere le attese dei fan?…Ma soprattutto ne avevamo davvero bisogno di questo sequel?
Vedremo…

 

FABIO BUCCOLINI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: