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I film dimenticati. “Love”, l’amore secondo Gaspar Noè

Presentato al Festival di Cannes 2015, l’ultimo lavoro di Noè gridava allo scandalo ancor prima di “nascere” ma nonostante le tante scene di nudo, il film si può definire una classica storia romantica vissuta fino in fondo.

Love locandina

Il film di Gaspar Noé passerà alla storia come primo film “d’autore” a proporre eiaculazioni in 3D.
Questa cosa è veramente triste, infatti non solo gran parte della pellicola è autobiografica (Gaspar Noé si diverte a infarcirlo di riferimenti alla sua vita personale e alle proprie ossessioni), ma finalmente qualcuno è riuscito a raccontare una storia d’amore senza censure dove l’iperrealismo fa da padrone. Lo sguardo di Noè sull’amore e sul sesso, sul sentimento e la passione e sulle dinamiche che li rendono appassionati è maturo e consapevole, non come un liceale alle prime armi; Noé non si nasconde affatto e il suo “Love” è un film che parla del sesso in termini sentimentali senza tralasciare niente.
Questa la trama: “Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell’anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell’arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono”.

Love
Storia d’amore sotto ectasy e cocaina, “Love” è il viaggio a ritroso di Murphy nella storia d’amore con la parigina Electra, aspirante artista dal passato burrascoso e il presente inquieto; un amore fatto di slanci ultraromantici e di tanto, tanto sesso fatto per passione, fatto per rabbia, fatto per provocazione, per sperimentazione. Sesso filmato da Noé con cognizione, che non risulta mai davvero pornografico.
Unico elemento inutile è il 3D., o meglio, l’assoluta inutilità della sua presenza fatta eccezione per una scena che giustifica le parole di chi cerca di vendere Love come un porno tridimensionale. Per il resto, la terza dimensione non serve a nulla.
Noè riesce a mettere in evidenza il suo pensiero senza tanti ghirigori, e imbastisce un delirio autoriale di 135 minuti dove nulla è lasciato al caso, ne sul piano narrativo ne su quello stilistico; la musica è sublime (vedi la sequenza dell’orgia, il cui accompagnamento sonoro è il tema scritto da John Carpenter per Distretto 13 – Le brigate della morte).
Il tutto in nome del realismo puro e crudo tanto amato del regista che confeziona la sua opera più personale e autoreferenziale.
Insomma come tutti i film dell’autore franco/argentino, è molto particolare e farà discutere.
“Love” o lo si ama o lo si odia, a voi l’ardua scelta!!!

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Enter the void” il viaggio psichedelico di Gaspar Noé

“Sperimentale”, è questa la parola più adatta in riferimento a quest’opera; dramma psichedelico e allucinatorio che conferma praticamente tutto il bagaglio cinematografico già messo in mostra dall’autore: sesso e violenza senza soluzione di continuità oltre a una massiccia dose di spettacolarizzazione visiva.
enter the void
In “Enter the void” non è tanto ciò che si vede a devastare, bensì proprio ciò che si lascia intendere. Questo film è duro. L’effetto è quello di una moltitudine di pugni ben assestati allo stomaco. Una visione che lascia tramortiti e che si fa forte di temi tanto cari a Noé. Uno su tutti, il complesso di Edipo. Qui torna ad essere riproposto, ma rielaborato e scaraventato in faccia a noi tutti con una violenza brutale, a tratti insostenibile.
Il manierismo del regista si vede soprattutto tramite le tecniche di ripresa utilizzate: la soggettiva e l’uso della cinepresa a mano che è il suo cavallo di battaglia (già ampiamente usata in “Irréversible”). Il montaggio si plasma perfettamente ai movimenti della macchina da presa, le sonorità sono ipnotiche, le luci stroboscopiche e la stupenda fotografia contribuiscono a creare una Tokyo eterea e maledetta.
Creatività e conformismo sicuramente non mancano in questa pellicola, ma la domanda sorge comunque spontanea…quale è la vera essenza di “Enter the void”? A mio parere, questo è un film che va vissuto come un’esperienza sensoriale straordinaria, è una sorta di inno alla sensorialità prodotta dall’uso degli stupefacenti, in un complesso edipico che è la causa di un’ostentazione del proibito che sfida pornografia e gore. Il tutto racchiuso in una durata che supera i 150 minuti.
enter the void scena
In pratica se si cercava l’esatto opposto di “The Tree of Life” è a questa pellicola che bisogna rivolgersi. Lì è la vita ad essere esaltata, senza negare il Male. Qui solo una faccia della medaglia viene spudoratamente esacerbata, il male “assoluto”.
Niente è messo a caso in un film che idolatra il Caso. A regnare incontrastato è un Caos senza soluzione di continuità. E d’altro canto come potrebbe essere diversamente? In un’immensa metropoli alla deriva, le esistenze sono regolate da dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la volontà del singolo. Un lungo, mortificante proclama all’autodistruzione, deresponsabilizzante e senza merito alcuno. Il tutto, tramite una crudezza delle immagini non indifferente. Non tanto per lo scandalo che può suscitare un rapporto sessuale ripreso con una certa dovizia di particolari. Né probabilmente per le immagini di un aborto consumato, con tanto di primissimo piano sul feto estirpato, non è certo una fellatio, un paio di tette o qualche allusione troppo spinta a scandalizzare; Perché, le ultime generazioni sono state ampiamente preparate in tal senso.
L’enorme merito di “Enter the void” è la sua massima aspirazione all’ultrarealismo, tema molto amato da Gaspar Noé. Il film non rinuncia a tutto ciò e anzi rilancia mettendo altra carne sul fuoco, dando vita un spirale delirante e suggestiva. Non è un caso che proprio nel progetto di una vita, Noè si sia lasciato trasportare dal suo smisurato egocentrismo. Il “vuoto” che la pellicola porta con sé nel titolo sembra essere proprio lo specchio di un regista che, aggrovigliando una matassa infinita di idee, le districa tutte senza nessun problema e crea la sua opera visivamente migliore.
Negli anni a venire si parlerà di questo film come di un cult (i presupposti ci sono tutti), ma continuerà sempre a dividere il pubblico e critica.
Io lo amo…e voi?

FABIO BUCCOLINI

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