Archivio mensile:aprile 2014

Torna a casa Sam! “La casa”, remake dell’horror diretto, nel lontano 1984, da Sam Raimi e prodotto da Bruce Campbell

Un’operazione come quella del nuovo La casa è di quelle che destano istintivamente un certo scetticismo, La domanda che viene spontanea è sempre la stessa: “perché rifare un classico, perfettamente attuale, e godibile, ancora oggi?” Una buona risposta può essere dettata da considerazioni economiche (il richiamo, sui fan dell’originale) e artistiche (la mancanza di idee).

La casa

Adesso, si tratta di capire come si affronta la nuova versione di un classico:una rilettura, un adattamento del soggetto allo spirito dei tempi, o una mera fotocopia dell’originale (si veda lo Psycho di Gus Van Sant).
Questa introduzione è per specificare che la versione 2013 di Evil Dead (da noi per l’appunto “La casa”) si colloca da qualche parte tra le prime due categorie, sopra citate.
Fare una fotocopia del La casa originale, sarebbe stato difficile (la nuova generazione interpreta l’horror in maniera diversa) e forse commercialmente poco sensato.
Lo stesso Sam Raimi (che ha prodotto il film insieme all’protagonista dell’originale Bruce Campbell) ne era probabilmente ben consapevole, così, il film diretto da Fede Alvarez cerca di non tradire lo spirito dalla pellicola del 1981, adattandolo alla realtà del cinema “di paura” di tre decenni dopo.
L’operazione portata avanti da Alvarez (al suo primo lungometraggio) è in gran parte riuscita: anche se è necessario fare alcune, inevitabili, precisazioni. Il trailer, circolante già da diversi mesi, aveva mostrato con chiarezza che il nuovo film non avrebbe fatto sconti sul piano della graficità: se la serie si è sempre caratterizzata per il gore esplicito, per la ricerca dell’effetto-shock che non lesina in dettagli repulsivi, qui lo spirito non viene tradito. Di sangue ne scorre molto, e in più viene quasi del tutto annullato quell’effetto grottesco, da cartoon sanguinolento, che aveva caratterizzato il sequel La casa 2 (e che sfocerà nel sostanziale cambio di registro de L’armata delle tenebre). Un punto in comune di questo reboot con l’originale è la sua “serietà”.
L’intento è tenere incollato alla sedia lo spettatore per poi farlo “saltare” nei punti giusti, puntando sul ritmo e sulla successione degli spaventi, più che sulla costruzione dell’atmosfera.
La sceneggiatura reinventa, di fatto, il soggetto originale, eliminando il personaggio di Ash e costruendo, intorno al soggetto originale (un gruppo di amici in gita in un cottage di campagna) una storia di tossicodipendenza e di amicizie tradite.
Come si scoprirà presto, i personaggi sono in realtà delineati in modo piuttosto basilare, mentre il cuore del film resta la loro sanguinolenta odissea contro i temibili demoni, incautamente risvegliati. La fine dei ragazzi viene scandita attraverso i quadri del Necronomicon , che predice attraverso le sue illustrazioni, la sorte che toccherà ad ognuno di loro.
La nuova sceneggiatura più “costruita”, finisce per sottrarre un po’ al carattere anarchico che aveva sempre caratterizzato la saga.
Pur essendo riuscito a ricreare, riadattandolo all’horror moderno, questo remake paga inevitabilmente qualcosa in termini di fascino “indipendente”: manca, cioè, un po’ di quella spontaneità da piccolo film, fatto con lo stomaco più che con la testa, che aveva decretato il successo dell’originale.
Malgrado la sovrabbondanza di effetti splatter, la regia di Alvarez è piuttosto pulita e leggibile, anche se priva di grandi invenzioni. Le inquadraturi artigianali di Raimi sono ormai un vago ricordo.
In tempi di orrori asettici e inoffensivi, la scossa del nuovo La casa è comunque salutare.
Il regista fa quello che può per restituirne il suo pathos: quello di un horror tosto e per stomaci forti, con tanta emoglobina, una buona quantità di spaventi.

 

FABIO BUCCOLINI

Nymphomanic vol.2. Il ritorno nell’universo di Lars Von Trier

Dopo una prima parte che ha destato molto scalpore, Nymphomaniac torna al cinema con la sua seconda ed ultima parte, dove a scandalizzare non è proprio la parte pornografica, ma il bisogno di una donna di essere ascoltata.

Nymphomaniac vol.2

Seconda parte della storia di Joe, legata sugli aspetti più oscuri della sua vita adulta, e sui motivi che l’hanno portata sotto le cure del suo “salvatore” Seligman.
Il film riparte precisamente dove si era interrotto con il vol. 1. Joe è cresciuta, non trova più soddisfazione, ma non molla. Continua la sua battaglia con la “malattia” fino ad un finale epico e inaspettato.
Cosa dire? Dopo la visione di entrambi i capitoli con una percezione piena dell’intera opera posso dire solo una cosa: vero e proprio capolavoro!!!
Lars Von Trier chiude la sua personale trilogia della depressione (iniziata con Antichrist e proseguita con Melancholia) con la sua opera migliore.
Affina il suo stile registico, non lascia niente al caso e racconta una storia scomoda ma che non puoi fare a meno di amare. Ti immedesimi a tal punto che tutto il resto non esiste, vuoi solo vedere fino a che punto si sporgerà Joe per far fronte alla sua sessualità.
Questo secondo volume è molto più cupo e psicologicamente più complesso del primo. Nella prima parte, il sesso padroneggiava mentre in questa, la protagonista diventa più cupa e ingorda. Va alla ricerca di qualcosa che la soddisfi in maniera definitiva, prova di tutto ma non riesce a vedere la strada alla fine del tunnel. Resta sola, alla ricerca di qualcosa che non arriverà mai.
Tra sadismo, filosofia e religione riparte il percorso di Joe che possiamo definire come alla ricerca della sua anima.
Alla fine della visione, non rimane la vista dei nudi che, come si può prevedere, abbondano. Ma si pensa solo ed esclusivamente alla “povera” protagonista.
Lars Von Trier fa un lavoro psicologico non indifferente e riesce a soddisfare a pieno i desideri dello spettatore. Ammettiamolo, quando andiamo al cinema noi ci aspettiamo sempre qualcosa da ciò che vediamo, come se fosse una dipendenza, qualcosa di cui abbiamo bisogno in quel preciso momento.
Von Trier ci accontenta, riaccende tutte le nostre libido e ci offre una pellicola senza peli sulla lingua che vuole solo far felice lo spettatore.
Un capolavoro indiscusso che sicuramente non riceverà la gloria che dovrebbe avere.
Nell’attesa di visionare la versione integrale che forse verrà presentata al Festival di Venezia.
Farà riflettere. Da vedere, rivedere e rivedere ancora per apprezzarne la pienezza.
Questo è Lars Von Trier.

 

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Livide” l’atteso ritorno degli autori di “A l’interieur”

Dopo l’exploit di A l’interieur, i registi d’oltralpe tornano con un film meno violento ma più cupo ed inteso che strizza l’occhio a Suspiria di Dario Argento. Ovviamente inedito in Italia.

Livide

Ancora turbata dal recente suicidio della madre, Lucie decide di ritornarnare a lavorare e di occuparsi di anziani in preda a varie forme di demenze senili. Le viene assegnata una vecchia e autorevole insegnante di danza che ora si trova in uno stato di coma cerebrale, la Signora Jessel. Un giorno Lucy viene par caso a conoscenza del fatto che la Signora Jessel nasconde un cospicuo tesoro nella sua enorme villa di campagna dove è costretta a vivere da sola. L’idea di Lucy è quella di andare alla caccia di questo famigerato tesoro facendosi aiutare dai suoi amici William e Ben e quando il trio si ritrova nottetempo a cercare lo scrigno delle meraviglie, sprofonda indicibilmente nel bel mezzo di un terrificante incubo soprannaturale che cambierà per sempre la vita di Lucy.
La realtà dei fatti, piaccia o non piaccia, è questa: i francesi in fatto di horror, al giorno d’oggi, sono quelli con più immaginazione. Anche un titolo come Frontier(s), forse il loro prodotto meno riuscito, è un horror di tutto rispetto. Ovviamente in Italia questa corrente non è assolutamente seguita con il rispetto dovuto, infatti parliamo di un paese (il nostro) in cui siamo solo capaci di criticare in negativo pellicole di rara bellezza come Martyrs e A l’interieur.
Il film risulta livido come un trauma che ritorna, ma anche livido come la cianosi che nella scenografia diretta da Bustillo e Maury domina una messa in scena cimiteriale cosparsa di morte fin dai titoli di testa.
Dopo A l’interieur, il capolavoro torture porn del loro esordio, Bustillo e Maury ampliano le proprie prospettive e non girano un horror vero e proprio. Lo si può definire più un film drammatico a tinte fantasy dove la morte aleggia sin dalle prime scene e non sono le scene più efferate a sconvolgere ma il dolore intrinseco della protagonista principale. Come ci hanno abituati, i cineasti francesi usano un abbondante dose di violenza, ma è sempre fine a se stessa e il tutto viene sempre giustificato.
Ispirandosi a Suspiria, il capolavoro del maestro del brivido Dario Argento, i cineasti sfornano un film di rara bellezza dove tutto sembra possibile ma niente è reale. Psicologicamente la pellicola manderà lo spettatore K.O. ma d’altronde questo è quello che ci si aspetta da un vero e proprio film dell’orrore.
Già è stato annunciato un remake americano dell’opera…sempre diretta da Bustillo e Maury.
Ovviamente in Italia il film è irreperibile ma chi volesse vederlo può acquistare il dvd francese, oppure cercarlo nei circuiti underground presenti in rete….sub ita.

FABIO BUCCOLINI

“Un matrimonio da favola” che non brilla ma diverte

Dopo l’inutile “rievocazione storica” con “Sapore di te” (uscito a febbraio), Carlo ed Enrico Vanzina ci riprovano e portano al cinema un’altra “favoletta” che molto presto verrà dimenticata.

Un matrimonio da favola

Cinque compagni di liceo, inseparabili a scuola, si ritrovano vent’anni dopo la maturità. Daniele (Ricky Memphis), l’unico ad aver fatto carriera, invita tutti al suo matrimonio a Zurigo con Barbara (Andrea Osvart), la figlia del noto banchiere svizzero per cui lavora. Gli ex compagni accettano entusiasti: è l’occasione per una rimpatriata, anche se per loro la vita non è stata altrettanto generosa, ognuno aveva mete e sogni ma nessuno è riuscito a realizzarli. Rivedendosi i cinque amici ritrovano il calore e la complicità di un tempo ma si trovano anche a rimettere in gioco le loro vite e le loro aspirazioni. Durante quel lungo week end in Svizzera avranno modo di raddrizzare i loro destini, in una girandola di equivoci, situazioni comiche e rocamboleschi colpi di scena in cui i cinque faranno saltare i loro precari equilibri ed ognuno finalmente troverà il coraggio di esprimere la sua vera natura. Il matrimonio di Daniele non sarà esattamente “da favola”, ma i cinque ex compagni si ritroveranno dopo vent’anni come il giorno della maturità, pronti a ricominciare le loro vite.
Che dire? Sono ben lontani i fasti di gloria della premiata ditta Vanzina degli anni 80/90. Il film è una copia di una copia di una copia degli stessi prodotti che i figli del grande Steno ci proprinano da oltre 20 anni. Sono in gioco sempre gli stessi luoghi comuni: i classici innamorati che si sposano, gli amici che si ritrovano dopo anni di silenzio, le classiche gag che succedono ai protagonisti, ma soprattutto il classico finale buonista, riflessivo e moralista che ultimamente si vede nelle pellicole italiane.
Nonostante tutte queste pecche, non si può dire che questo “Matrimonio da favola” sia totalmente una delusione.
Sicuramente un prodotto di intrattenimento che sarebbe stato ben accolto da un pubblico televisivo. Sul grande schermo perde tutta la sua forza e gli spettatori non escono del tutto soddisfatti. Un film che al cinema non sa ne di te ne di me, mentre per la televisione farebbe molta compagnia hai telespettatori che non trovano meglio da vedere.
L’unica nota positiva dell’intera produzione è il cast. Nomi famosi contribuiscono a far emergere questa pellicola dal totale anonimato e nel farlo si divertono e si vede. Non interpretazioni di rilievo ma sicuramente divertenti che riescono a far sorridere gli spettatori.
Un film che sicuramente non resterà impresso nella mente del pubblico ma che, dopo tutte le pellicole scadenti che Vanzina ha portato al cinema, cerca di rialzare una carriera cinematografica che ultimamente non ha brillato.

 

FABIO BUCCOLINI

“Nymphomaniac vol.1”, benvenuti nel mondo di Lars Von Trier

La prima parte della discussa opera sulla sessualità di uno dei registi più “controversi” degli ultimi anni è arrivata anche in Italia ed è un capolavoro visivo indiscutibile….uno degli apici più alti del regista danese.
Nymphomaniac poster

Quando si parla di Lars Von Trier non possiamo assolutamente aspettarci qualcosa di normale. Tutto quello che fa, pensa e gira, è un inno allo scandalo. Possiamo ricordare la sua apparizione al Festival di Cannes due anni fa che a causa di dichiarazioni antisemite è stato letteralmente cacciato dal festival e nonostante tutto il suo film Melancholia è stato premiato.
In Italia Nyphomaniac è arrivato con il divieto ai minori di anni 14. Nonostante sia stato reputato dalla censura non troppo scandaloso da precluderlo agli adolescenti, io non ne consiglio la visione ai minorenni. Sia ben chiaro non per le scene di sesso esplicite, in rete si trova anche di peggio, ma perché alle menti più sensibili ed impressionabili può essere interpretato con un inno al libertismo. Cosa più sbagliata non esiste, non è un opera che parla di libertà sessuale anzi il contrario. E’ una storia che parla di amore e di riscatto, il tutto ben condito con quantità abbondante di erotismo esplicito.
Trier on questo Nymphomaniac conclude la sua personale trilogia della depressione. Dopo l’horror di Antichrist, e la fantascienza di Melancholia adesso arriva la sessualità esplicità con Nymphomaniac, storia di una ninfomane che si racconta ad uno sconosciuto dividendo la sua vita in otto capitoli.
Non posso dare un giudizio finale vero e proprio a questa pellicola datosi che la sua seconda parte uscira il 24 aprile al cinema.
Questa prima parte è un tripudio di immagini e suoni. Il regista gira con vari modi stilistici: dallo stile del suo tanto amato dogma 95 con macchina a spalla fino a immagini al rallentatore che fanno sembrare il tutto un videoclip musicale.
Sicuramente la maggior parte degli spettatori che andranno in sala a vedere questo film si aspettano il classico film porno…niente di più errato. Dopo un fantastico prologo con sottofondo la musica dei Ramstein, a tutto si pensa tranne che all’erotismo esplicito che il regista ci mette in primo piano senza farsi tanti problemi.
La cosa fantastica è che pur parlando di sessualità, durante il corso delle 2 ore, ti immergi talmente tanto nella storia che nonostante ci vengano mostrati organi genitali a destra e a manca, la pornografia passa in secondo piano perché ben giustificata all’interno delle situazioni mostrate.
Si parla di filosofia e musica. Il regista racconta di una donna distrutta da questa ossessione che pur provando a migliorare la sua vita non riesce a scrollarsi di dosso tutto quello che ha vissuto. Gli pesa come un macigno e invece di migliorare peggiora, diventando sempre più dipendente. Si sforza di provare qualcosa ma alla fine è solo un’esigenza mentale e fisica niente di più. E’ la biografia di una donna alla ricerca di una felicità che non arriva mai.
Von Trier paragona la sua voglia di sesso con Bach, accostandola alla sequenza di Fibonacci e intrecciando tutto che della sana filosofia di vita.
In sintesi: se andate al cinema aspettando di vedere solo un film porno evitate, mentre se volete vedere un bellissimo film che parla di vita, morte, amicizia e redenzione uscirete dalla sala soddisfatti.
Ovviamente in Italia è arrivata la versione censurata di 4 ore. Per vedere la versione integrale di oltre 5 ore e 30 minuti molto probabilmente si dovrà aspettare l’uscita in home video.
Dividerà pubblico e critica…d’altronde questo è Lars Von Trier…o lo si ama o lo si odia!!!

FABIO BUCCOLINI

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