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I film dimenticati. “The limits of control” il capolavoro introvabile di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna sulla via del guerriero con un film che richiama molto del suo “Ghost Dog”, dove un killer solitario segue scrupolosamente un codice preciso per raggiungere i suoi scopi.

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Si tratta di un oggetto filmico ineffabile e di difficile collocazione, nel quale Jarmusch flirta col noir ma con una messa in scena radicale e una scrittura che si avvia verso l’astrazione lynchiana. Assistendo alla proiezione del film, alla maggior parte degli spettatori sorgerà solo un grande punto interrogativo lungo quasi 120 minuti, vuoi per la ripetitività delle scene, vuoi per l’apparente inconcludenza narrativa. Infine, in pochi hanno veramente parlato di quest’opera, il che è quasi un controsenso: solitamente meno si capisce qualcosa più si tenta di sviscerarlo anche nei dettagli meno significativi, con l’unico obiettivo di poterlo controllare del tutto.
Un accenno di trama: “Un killer dai modi fare estremamente posati e meticolosi decide di mettere fine alla sua carriera con una ultima missione criminale, per poi ritirarsi e godersi la pensione anticipata. L’ultimo lavoro deve essere svolto in Spagna, tra Madrid, Siviglia e la Sierra desertica. Il compito non è semplice, per raggiungere l’obiettivo il killer dovrà seguire alcuni indizi molto improbabili e seguire le tracce lasciate da alcuni bizzarri personaggi incontrati lungo il suo percorso”.

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“The Limits of Control”, nel suo essere sfuggente, è un film dalla forte identità; qualità che ormai si perdona sempre più difficilmente, perché porta lontano dalle soluzioni più semplici e conosciute. Un film fatto di figure senza nome catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.
Le critiche negative lo trovano inconcludente, ma The Limits of Control non è un film vuoto, bensì svuotato, e ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è “Dead man” senza i suoi duelli, “Ghost dog” senza codice, “Coffee and cigarettes” senza la sua chiusura tematica e spaziale. Si tratta di un film sulla percezione, della realtàdi quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quel che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni e intuizioni.
“The Limits of Control” ammalia e cattura a dispetto di uno stile visivamente grandioso ma ritmicamente respingente, perfetta espressione di un pensiero senza compromessi che si fa metafora di un mondo interiore e non pronto a liberarsi da ogni limitazione.
Opera minore, dunque, sia per risultato che per ricezione? Per alcuni sicuramente sì, per altri un cult non compreso…decidete voi!!!

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “It follows” il tanto acclamato horror americano finalmente in Italia

Nuovo appuntamento con la rubrica “I film ritrovati”, questa volta vi parlerò di “It follows” horror americano datato 2014. Alla sua uscita suscitò un putiferio. Approvazioni a destra e a manca, critici entusiasti e addirittura è stato classificato uno degli horror migliori del nuovo millennio. Niente di più sbagliato, classico b-movie scontato.

It follows

Il bello del cinema realizzato con pochi fondi è che gli autori devono sforzarsi se vogliono realizzare qualcosa di buono. Ma questo non è il caso di “It Follows”. Ci sono tutti gli elementi per realizzare veramente un buon film: l’incidere lento del tempo, il silenzio e l’assoluta mancanza di scopo nella violenza, in pratica si ritorna al passato; a quegli anni ottanta dove questi temi hanno fatto la fortuna dell’horror e consacrato dei personaggi (Jason, Freddy) a vere e proprie icone. Ma il talentuoso regista rovina tutto. Tecnicamente gira veramente un’ottima pellicola ma per quanto riguarda il resto, “It follow” è scontato, ridondante di luoghi comuni e insulso. Niente di più di un horror estivo di cui non si sentiva la mancanza e che deve la sua fortuna solamente ad una gigantesca pubblicità ingannevole volta solo a convincere lo spettatore che quello che sta guardano è un capolavoro indiscusso della cinematografia. Il classico caso in cui i mass media ci dicono una cosa e per noi comuni mortali è giusta a prescindere.
Questa la trama: Jay ( la brava Maika Monroe ) diciannovenne sguazza vivendo la sua giovinezza. Ma la tranquillità, ovviamente, svanisce subito. Una serata di passione si tramuta in orrore quando il ragazzo col quale ha appena fatto sesso la sequestra. Lui le confessa che con l’atto sessuale le ha passato una sorta di “maledizione”: d’ora in poi qualcosa la seguirà e può avere le sembianze di chiunque, conosciuto o non. Colui che la insegue sarà “lento ma non stupido” e se la raggiunge la uccide. Ora Jay deve affrontare questa maledizione, ad aiutarla ci saranno i suoi giovani amici.

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Teen movie che strizza gli occhi ai film dello stesso tipo, “It follows” descrive continue fughe da fermi di questi ragazzi. L’entità da cui non si può fuggire non è altro che la metafora del mondo in cui vivono. Ottimo incipt che si perde nel voler scavare troppo a fondo. Ci sono regole ben precise se si vuole omaggiare i temi tanto amati negli anni ottanta. Si deve cercare solamente di sopravvivere senza ma e senza se. Qui una grande quantità di psicologia spicciola confonde lo spettatore senza portarlo mai ad un fine. Si cerca di enfatizzare il fatto che i giovani sono lasciati a se stessi, i genitori sono sempre assenti e non si curano di loro ma non si può fare con una “cosa” che ti segue lentamente e se tu prendi la macchina e scappi ci mette giorni per trovarti…Ma scherziamo? Se Freddy Krueger vedesse una cosa del genere ritornerebbe nei nostri sogni per farci capire veramente cosa significa non avere scampo. Quella era una realtà claustrofobica in cui nessuno sogna nemmeno più di andare via.
Quello che mi fa più scalpore è che il regista David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con “The myth of the american sleepove”. Aveva già dimostrato di saper raccontare la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere il suo stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. Ma toppa alla grande, confeziona un film scialbo e scontato in cui cerca di entrare troppo nel profondo ma non ha la capacità di gestire fino in fondo le reazioni psicologiche ed emotive dei personaggi. In pratica voto 10 per la messa in scena ma 2 per il resto.
Volete un consiglio? Evitatelo…evitatelo finché potete, altrimenti lentamente ed inesorabilmente vi inseguirà per il resto della vostra vita.
Un attesa di 2 anni buttata al vento.

FABIO BUCCOLINI

“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

“The Hateful eight”, l’apice della carriera di un cineasta innovatore

Dopo una gestazione travagliata finalmente è arrivata nelle sale la nuova opera di Quentin Tarantino, dove tutto è il contrario di tutto e ovviamente non ha mancato nel suscitare rumore tra chi lo adora e chi lo considera il passo falso della carriera perfetta del regista americano.

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Nella prefazione ho parlato di opera perché di questo si tratta. “The hateful eight” non è un film, è una vera e propria opera d’arte a partire dalle grandi musiche del nostro Ennio Morricone passando per una scenografia ai limiti della perfezione e il tutto contornato dalle riprese con pellicola ultrapanavision 70mm.
Era il lontano 2013 quando il regista Quentin Tarantino dichiarò al mondo intero che il suo prossimo film sarebbe stano un altro western dal titolo “The hateful eight” e che una prima bozza della sceneggiatura era già pronta. Passano i mesi e le notizie si fanno sempre più insistenti ma ad un tratto il fattaccio; la sceneggiatura finisce illegalmente in rete e il regista infuriato dichiara che il progetto sarà accantonato. Poi di nuovo una notizia bomba, Tarantino rimette mano alla sceneggiatura ( si vocifera che questo sia successo grazie alla forte insistenza di Samuel L. Jackson) e annuncia che le riprese del film inizieranno a fine 2014.
Ecco la trama: “Una diligenza viaggia nell’innevato inverno del Wyoming. A bordo c’è il cacciatore di taglie John “The Hangman” (Il Boia) Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue, diretti verso la città di Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, si aggiungono il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un famoso cacciatore di taglie, e Chris Mannix, che si presenta come nuovo sceriffo di Red Rock. Infuria la tempesta di neve e la compagnia trova rifugio presso l’emporio di Minnie, dove vengono accolti non dalla proprietaria, ma da quattro sconosciuti: il messicano Bob, il boia di Red Rock Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il generale della Confederazione Sanford Smithers. La bufera blocca gli otto personaggi che ben presto capiscono che raggiungere la loro destinazione non sarà affatto semplice.”

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Il tanto temuto sequel di “Django Unchained” è lontano anni luce, per le ambientazioni claustrofobiche e per i suoi intrecci narrativi, si avvicina molto allo stile del primo Tarantino ma pensare a “Le iene” e “Pulp fiction” porterebbe comunque fuori strada. La pellicola per l’effettivo utilizzo degli spazi, dei tempi e delle dinamiche tra i personaggi richiama scenari prettamente teatrati o opere di Agata Christie (Q. per la seconda parte della pellicola si è ispirato molto a “Assassinio sull’Orient Express”).
Per tutta la durata del film, viene a mancare il solito clima Tarantiniano, “The Hateful Eight” è magistrale, cupo, violento e davvero tanto spettacolare, è un gioco di specchi e di maschere di quelli che piace tanto mettere in scena al regista del Tennessee, che ancora una volta si bea di se stesso e si dilunga in dialoghi perfetti ed infiniti.
La pellicola imprime nello spettatore un senso di oppressione ai limiti della sopportazione che lo sopraffà per tutta a durata e lo disarma completamente.
La tensione che domina tutto il film esplode come una granata invisibile ma terrificante; in breve tutto diventa insostenibile, tanto per gli interpreti quanto per lo spettatore, che rimane disorientato per la violenza con cui si manifesta. Il finale è sofferto per quanto riguarda gli standard di Tarantino, ci troviamo davanti al trionfo del dramma di una situazione irreparabilmente dolorosa e certamente amara. Un finale in cui è tangibile l’idea di disgrazia che a tutti gli effetti non lascia troppo spazio all’immaginazione.

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Per questo mistery da camera in cui la violenza sale lenta per poi esplodere implacabile sul finale, Tarantino si affida a un cast di attori con cui ha già lavorato, primo fra tutti Samuel L. Jackson, cui si aggiunge una cattivissima Jennifer Jason Leigh che per la sua interpretazione è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista.
“The Hateful Eight” è un film lento, denso, difficile, verboso, teatrale. Ma bellissimo. Meno “commerciale” del suo predecessore ma certamente più maturo.
Che vi piaccia o no, merita assolutamente la visione, ma preparatevi psicologicamente…usciti dalla sala non lo dimenticherete con molta facilità.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Enter the void” il viaggio psichedelico di Gaspar Noé

“Sperimentale”, è questa la parola più adatta in riferimento a quest’opera; dramma psichedelico e allucinatorio che conferma praticamente tutto il bagaglio cinematografico già messo in mostra dall’autore: sesso e violenza senza soluzione di continuità oltre a una massiccia dose di spettacolarizzazione visiva.
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In “Enter the void” non è tanto ciò che si vede a devastare, bensì proprio ciò che si lascia intendere. Questo film è duro. L’effetto è quello di una moltitudine di pugni ben assestati allo stomaco. Una visione che lascia tramortiti e che si fa forte di temi tanto cari a Noé. Uno su tutti, il complesso di Edipo. Qui torna ad essere riproposto, ma rielaborato e scaraventato in faccia a noi tutti con una violenza brutale, a tratti insostenibile.
Il manierismo del regista si vede soprattutto tramite le tecniche di ripresa utilizzate: la soggettiva e l’uso della cinepresa a mano che è il suo cavallo di battaglia (già ampiamente usata in “Irréversible”). Il montaggio si plasma perfettamente ai movimenti della macchina da presa, le sonorità sono ipnotiche, le luci stroboscopiche e la stupenda fotografia contribuiscono a creare una Tokyo eterea e maledetta.
Creatività e conformismo sicuramente non mancano in questa pellicola, ma la domanda sorge comunque spontanea…quale è la vera essenza di “Enter the void”? A mio parere, questo è un film che va vissuto come un’esperienza sensoriale straordinaria, è una sorta di inno alla sensorialità prodotta dall’uso degli stupefacenti, in un complesso edipico che è la causa di un’ostentazione del proibito che sfida pornografia e gore. Il tutto racchiuso in una durata che supera i 150 minuti.
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In pratica se si cercava l’esatto opposto di “The Tree of Life” è a questa pellicola che bisogna rivolgersi. Lì è la vita ad essere esaltata, senza negare il Male. Qui solo una faccia della medaglia viene spudoratamente esacerbata, il male “assoluto”.
Niente è messo a caso in un film che idolatra il Caso. A regnare incontrastato è un Caos senza soluzione di continuità. E d’altro canto come potrebbe essere diversamente? In un’immensa metropoli alla deriva, le esistenze sono regolate da dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la volontà del singolo. Un lungo, mortificante proclama all’autodistruzione, deresponsabilizzante e senza merito alcuno. Il tutto, tramite una crudezza delle immagini non indifferente. Non tanto per lo scandalo che può suscitare un rapporto sessuale ripreso con una certa dovizia di particolari. Né probabilmente per le immagini di un aborto consumato, con tanto di primissimo piano sul feto estirpato, non è certo una fellatio, un paio di tette o qualche allusione troppo spinta a scandalizzare; Perché, le ultime generazioni sono state ampiamente preparate in tal senso.
L’enorme merito di “Enter the void” è la sua massima aspirazione all’ultrarealismo, tema molto amato da Gaspar Noé. Il film non rinuncia a tutto ciò e anzi rilancia mettendo altra carne sul fuoco, dando vita un spirale delirante e suggestiva. Non è un caso che proprio nel progetto di una vita, Noè si sia lasciato trasportare dal suo smisurato egocentrismo. Il “vuoto” che la pellicola porta con sé nel titolo sembra essere proprio lo specchio di un regista che, aggrovigliando una matassa infinita di idee, le districa tutte senza nessun problema e crea la sua opera visivamente migliore.
Negli anni a venire si parlerà di questo film come di un cult (i presupposti ci sono tutti), ma continuerà sempre a dividere il pubblico e critica.
Io lo amo…e voi?

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The loved ones” un feroce revenge-movie in salsa teen-movie

“The Loved Ones” arriva dall’Australia, terra magnifica e crudele quando è chiamata a portare in scena film horror in salsa da torture porn. Un esempio tra tutti “Wolf creek” di Greg McLean che il regista e sceneggiatore Sean Byrne dimostra di aver apprezzato. La pellicola funziona nella sua alchimia di generi e registri e appare come una bella ventata d’aria fresca nel filone dei film di tortura esplosi nell’ultimo decennio.
The loved ones

Non lasciatevi ingannare dalla locandina eccessivamente patinata o dalla trama decisamente banale. Il film si trasformerà presto in un piccolo compendio delle psicopatologie che un’adolescente deviata può sviluppare, se rifiutata dal ragazzo prediletto per il ballo di fine anno.
In seguito a un incidente d’auto in cui ha provocato la morte del padre, Brent Mitchell si rifugia nell’alcol e nelle droghe. Quando, all’avvicinarsi del ballo della scuola, la timida e impacciata Lola lo invita ad accompagnarla, Brent rifiuta perché ci andrà con la sua fidanzata. Prima del ballo, il ragazzo va a fare una passeggiata e d’improvviso perde conoscenza. Al risveglio si trova legato in una cucina che non conosce, dove appaiono Lola e suo padre che inscenano un singolare ballo di fine anno scolastico che ha come protagonisti Brent e la resistenza al dolore.
Ambientato nella periferia di un’anonima provincia australiana, vediamo sfilare una serie di personaggi e situazioni, istituzionalmente legati alla cinematografia di genere americana. La pellicola è condita da scene a sfondo ironico che si snodano in parallelo alla storia principale, alleggerendo la visione, senza distogliere troppo l’attenzione. La parte succosa del film si avvia quasi subito: l’anonima Lola chiede al bello e maledetto Brent di andare la ballo insieme, lui rifiuta e lei deciderà di vendicarsi.
L’esordiente Sean Byrne descrive la vita adolescenziale liberandola da qualunque ancoraggio geografico e temporale. Il film è ambientato in Australia ma questo necessariamente non traspare, dal momento che gli scenari e le dinamiche tra personaggi potrebbero appartenere anche al più classico teen movie americano, così come la collocazione temporale indefinita, che richiama prepotentemente gli anni ’80 senza che questo sia mai specificato. “The Loved Ones” gioca proprio su questa universalità narrativa per raccontare essenzialmente una storia di dolore e solitudine, stemperando il tutto con alcune scene tipicamente da commedia adolescenziale.
Le scene fortissime non mancano, il terrore serpeggia, niente è lasciato all’immaginazione, l’unità di tempo rende tutto maledettamente serrato. Il film punta dunque il dito verso una società che funziona al contrario, che dietro uno specchio di normalità e bontà nasconde del marcio. I canoni della bellezza e le regole del sentirsi parte di un gruppo di pari spronano alla follia e alla violenza; la famiglia, tabernacolo dell’educazione e della moralità, è in realtà un ricettacolo di pulsioni violente e oscene. Ogni volta che si pensa di essere arrivati al limite, all’ultimo scalino della sopportazione, eccone che se ne forma un altro e si continua a salire. La lobotomizzazione frontale più bollitore è roba da veterani del genere.
Gli attori son grandiosi, il ragazzo ha un viso e una storia che lo ami da subito, i due pazzi son talmente così allucinanti che ne diventiamo quasi oggettivamente affascinati.
Sean Byrne capovolge le regole e se l’eroe è un ragazzo un po’ emo, passivo e trasandato, la principessa del ballo, dall’aria innocente e dagli abiti rosa pastello è un mostro sadico e spietato. Al fianco di questo anomalo duetto ne risiede un altro altrettanto atipico, composto da Jamie, amico nerd e cicciotello di Brent, e Mia, affascinante goth girl particolarmente introversa. Jamie e Mia e il loro strambo rapporto rappresentano la parte comedy del film e questa coppia male assortita con le loro particolari avventure da prom night funziona bene.
Nonostante Byrne non inventi nulla, limitandosi a riproporre la formula del torture porn applicato al teen movie e alla tematica della famiglia disfunzionale, “The Loved Ones” ha una carica e una struttura d’insieme che convince. Il modo diretto con cui è narrata la storia, la contaminazione con la commedia e la giusta caratterizzazione dei personaggi fanno di “dell’opera una delle più riuscite recenti incursioni nel filone.
Horror piccolo, senza fronzoli, che non si atteggia ma ci va giù pesante, molto pesante.
Per chi ama i film ad alto tasso di ferocia è assolutamente consigliato, per gli altri, soprattutto se facilmente impressionabili, lo sconsiglio vivamente.
Ovviamente inedito in Italia…

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Martyrs” il feroce film di Pascal Laugier

Lo amerete o lo odierete, mettetevi il cuore in pace. Non avrete le classiche reazioni da visione dei torture movies odierni. Un pugno allo stomaco senza precedenti ai danni dell’incauto spettatore non preparato spiritualmente. Con queste premesse ci si aspetterebbe di trovarsi davanti l’ennesima cavolata alla Saw o a qualche clone di Hostel. Invece no, “Martyrs” è il classico film che non ti aspetti ed è proprio quando pensi di aver visto tutto ecco che si ricomincia da capo.
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Con “Martyrs”, volenti o nolenti, si va oltre. Già la struttura è un segno di distacco rispetto ai “colleghi”, il film di Pascal Laugier non segue una sua linea coerente, e si divide in tre. Tre momenti nettamente staccati, diversi. E, di conseguenza, le reazioni saranno tante durante la pellicola, contrastanti e probabilmente diverse. Si giungerà alla fine segnati, irritati o disgustati. Comunque vada, sorpresi per aver visto qualcosa che si pensava forse diverso.
Ecco la trama: Lucie è scomparsa da un anno, viene ritrovata mentre cammina lungo una strada, in stato catatonico, confusa, non ricorda nulla. La polizia scopre il luogo dove la giovane è stata rinchiusa, un vecchio mattatoio abbandonato. Lucie non porta alcun segno di abuso sessuale o di violenza. Quindici anni dopo, Lucie si trova in una casa in mezzo alla foresta, ha un fucile in mano, si sentono dei colpi…Lucie ha ucciso un uomo.
Non è il film più violento della storia, come qualcuno ha strillato, ma è decisamente uno dei più estremi. Nella pellicola di Pascal Laugier tira un’arietta di angoscia malata e perversa che non ci si poteva aspettare.
“Martyrs” cambia rotta e nei suoi bruschi cambiamenti diventa addirittura disperato perché il suo regista vuole scrivere qualcosa di mai detto prima, ragionando seriamente sul dolore.
Non ci si spaventa molto ma la tensione è elevatissima, sopratutto perchè Laugier ribalta completamente il linguaggio dell’horror contemporaneo per creare qualcosa di nuovo che non è più un horror, nè un thriller nè un film d’exploitation ma tutto quanto insieme, in un calderone infernale difficilmente dimenticabile.
insomma, “Martyrs” è un film che raggiunge a pieno il suo obiettivo: quello di far paura. Paura che filtra tra famiglie apparentemente tranquille e tra sette di sperimentatori mistici. Paura che filtra sempre e comunque dall’uomo.

FABIO BUCCOLINI

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