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“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Love”, l’amore secondo Gaspar Noè

Presentato al Festival di Cannes 2015, l’ultimo lavoro di Noè gridava allo scandalo ancor prima di “nascere” ma nonostante le tante scene di nudo, il film si può definire una classica storia romantica vissuta fino in fondo.

Love locandina

Il film di Gaspar Noé passerà alla storia come primo film “d’autore” a proporre eiaculazioni in 3D.
Questa cosa è veramente triste, infatti non solo gran parte della pellicola è autobiografica (Gaspar Noé si diverte a infarcirlo di riferimenti alla sua vita personale e alle proprie ossessioni), ma finalmente qualcuno è riuscito a raccontare una storia d’amore senza censure dove l’iperrealismo fa da padrone. Lo sguardo di Noè sull’amore e sul sesso, sul sentimento e la passione e sulle dinamiche che li rendono appassionati è maturo e consapevole, non come un liceale alle prime armi; Noé non si nasconde affatto e il suo “Love” è un film che parla del sesso in termini sentimentali senza tralasciare niente.
Questa la trama: “Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell’anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell’arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono”.

Love
Storia d’amore sotto ectasy e cocaina, “Love” è il viaggio a ritroso di Murphy nella storia d’amore con la parigina Electra, aspirante artista dal passato burrascoso e il presente inquieto; un amore fatto di slanci ultraromantici e di tanto, tanto sesso fatto per passione, fatto per rabbia, fatto per provocazione, per sperimentazione. Sesso filmato da Noé con cognizione, che non risulta mai davvero pornografico.
Unico elemento inutile è il 3D., o meglio, l’assoluta inutilità della sua presenza fatta eccezione per una scena che giustifica le parole di chi cerca di vendere Love come un porno tridimensionale. Per il resto, la terza dimensione non serve a nulla.
Noè riesce a mettere in evidenza il suo pensiero senza tanti ghirigori, e imbastisce un delirio autoriale di 135 minuti dove nulla è lasciato al caso, ne sul piano narrativo ne su quello stilistico; la musica è sublime (vedi la sequenza dell’orgia, il cui accompagnamento sonoro è il tema scritto da John Carpenter per Distretto 13 – Le brigate della morte).
Il tutto in nome del realismo puro e crudo tanto amato del regista che confeziona la sua opera più personale e autoreferenziale.
Insomma come tutti i film dell’autore franco/argentino, è molto particolare e farà discutere.
“Love” o lo si ama o lo si odia, a voi l’ardua scelta!!!

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Irréversible”, l’iperrealismo di Gaspar Noé

Accade spesso che il successo o la popolarità ottenuti da un film siano inversamente proporzionali alle sue qualità oggettive. La partecipazione a un festival prestigioso, la fama degli interpreti, ne sviluppano una sorta di mitizzazione. “Irréversible” non sfugge a questa tipologia. Un’opera in grado di far parlare di sé anche se i temi trattati già sono stati utilizzati più e più volte: il sesso e la violenza.

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Non si può negare che di sesso e di violenza il film ne contenga, ma è ancora più evidente, che al contrario di quello che ci si aspetti da questo tipo di lavori, di questi elementi il film si nutre.
Il film di Noé (grande amante del cinema sperimentale) non è una riflessione sul sesso e sulla violenza; rinuncia ad essa e si concentra sulla narrazione più veritiera possibile dei fatti. E’ una storia vera, di orrore e passione che potrebbe capitare a chiunque, il regista vuole che ti immergi in questa situazione per niente paradossale, e ti fa riflettere su situazioni che fino ad ora potevi vedere solo nei notiziari e alle quali non dai peso più di tanto. Noè vuole che tu prenda consapevolezza della situazione e se ne frega altamente di dare risposte anzi…nemmeno cerca di offrirtele.
Gli interessa costruire un universo distorto e contraddittorio nel quale sezionare minutamente i dettagli. Per far questo Noé utilizza una storia semplice e banale, assolutamente niente di originale; un uomo vuole vendicarsi di colui che ha violentato e picchiato la propria donna, innestando il tutto in una struttura narrativa che procede a ritroso partendo dalla scena finale per concludersi con quella che si trova all’inizio. Nulla di nuovo, la stessa storia e il medesimo procedimento al contrario venne usato in Memento, il capolavoro di Christopher Nolan. Il regista inoltre sceglie la strada del piano-sequenza: lunghissime scene senza stacchi o soluzione di continuità che seguono gli attori nelle loro vicende. Ma il regista si spinge oltre, vuole scardinare la percezione visiva dello spettatore. Noé collega i vari piani-sequenza solo con ottimi movimenti di macchina, non taglia una scena. Questo si può notare soprattutto all’inizio dove le ultime tappe del viaggio alla ricerca dello stupratore ci portano direttamente all’Inferno: un locale per omosessuali (si chiama Rectus) che Noé raffigura con la massima dinamicità possibile, ma accentuando anche la nostra difficoltà di percepire quello che accade (ambienti cupi, pellicola sgranata). Ne viene fuori un tripudio di immagini di difficile definizione, che provocano uno spaesamento a tratti incontrollabile e una raffigurazione che si fa spesso onirica e vagheggiante che frantuma l’illusione di realtà (chiaro omaggio ad “Eyes wide shut di Kubrick).
Grazie ai movimenti di macchina, ai piani-sequenza e alle tante citazioni kubrickine ( la macchina da presa passa e ripassa davanti a un manifesto di 2001: Odissea nello spazio, inoltre la colonna sonora iniziale è sorprendentemente simile alla Marcia funebre che apre Arancia meccanica), “Irréversble” coglie in pieno il suo obbiettivo. Quello di rappresentare efficacemente una realtà e di costruire un universo credibile, tutto con una riproduzione in presa diretta. Il tutto è estremamente realistico; rivela, nasconde, allude e ti sbatte in faccia quello che è…la realtà. In questo senso, è emblematica la scena dello stupro; sconvolge per il suo impatto, volutamente lunga (circa 10 minuti) e cristallizzata in un insopportabile autocompiacimento di maniera teso a provocare la massima repulsione. Noé ci vuole dire: ecco quello che vedete tutti i giorni al telegiornale, non sembrava così atroce, adesso provate a rimanere indifferenti.

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Evito di parlare dell’interpretazione, conosciamo tutti la pochezza della Belluci che, se non fosse per la sua bellezza, non sarebbe mai diventata quella sorta di icona quale è e Vincet Cassel è uno dei migliori attori europei…ho detto tutto.
In conclusione, “Irréversible” sfortunatamente sarà ricordato solo per merito del tanto scalpore suscitato al Festival di Cannes 2002, ma fidatevi recuperate questo piccolo gioiello indipendente duro da digerire, il resto non conta.
I pugni nello stomaco durante la visione sono ben assestati, tirati con lucidità e intelligenza…questo film fa davvero male.

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “The green inferno” finalmente in Italia…e già si grida allo scandalo

Parlando di questa pellicola molto attesa, inauguro una nuova rubrica, “I film ritrovati” cioè quei film che sembravano perduti nell’abisso e invece riescono a trovare una distribuzione anche in Italia. Torniamo a noi:
Dopo una gestazione veramente complicata dove anche le associazioni animaliste ci hanno messo lo zampino, il 24 settembre il cannibal-movie di Eli Roth vedrà il buio della sala.
The green inferno
Sono passati poco più di 2 anni da quando il pupillo di Tarantino, Eli Roth, si mise in testa di dirigere un aperto omaggio a “Cannibal Holocaust” del nostro Ruggero Deodato.
“The green inferno” non solo omaggia apertamente la pellicola di Deodato ma ne riprende anche il nome; infatti il titolo della pellicola di Roth e il titolo del documentario che il gruppo di giovani girano in “Cannibal holocaust”.
Ecco a voi un accenno di trama: “Justine, decide di entrare a far parte di un gruppo di attivisti che hanno in progetto di andare nella foresta amazzonica e incatenarsi a degli alberi che stanno per essere abbattuti. Il loro scopo e filmare il tutto e grazie ai Social Network mostrare a tutti la distruzione perpetrata dall’uomo. Il progetto ha successo, e felici i ragazzi si apprestano a tornare a casa. Durante il volo di ritorno l’aereo precipita nel bel mezzo della foresta amazzonica. Gli studenti sono feriti e terrorizzati. Nel frattempo, la tribù di nativi che erano andati a salvare raggiunge lentamente il luogo dell’incidente e, inaspettatamente, li prende in ostaggio.”

Il regista Eli Roth

Il regista Eli Roth


Un film molto atteso da tutti gli appassionati del cinema horror e sembra che questa volta Roth non ci sia andato leggero con squartamenti, splatter e banchetti di carne umana e di conseguenza a alzato un polverone persino per la censura.
La Commisione Censura Italiana ha infatti deciso di vietare il film ai minori di 18 anni, cosa decisamente rara nel nostro Paese a parte qualche caso isolato (l’ultimo è stato il secondo capitolo di Nymphomaniac di Lars Von Trier).
Decisione presa perché le prime proiezioni, tenutesi in occasione di anteprime stampa e Festival, non hanno sicuramente lasciato indifferenti gli spettatori. Alcune persone si sono sentite male durante la visione e altre sono svenute di fronte alle crudissime immagini del cannibal-horror di Roth….Una ragione in più per fiondarsi al cinema al day one!!!
Dopo moltissimi anni torna il cannibal-movie puro e crudo.
Chissà cosa comporterà questo ai tempi dei social network dove la massima aspirazione per un horror è paragonata ad un episodio di The vampire diaries…fra 2 giorni l’ardua risposta sarà svelata.
Sicuramente farà discutere…anche troppo!!!

I film dimenticati. “Martyrs” il feroce film di Pascal Laugier

Lo amerete o lo odierete, mettetevi il cuore in pace. Non avrete le classiche reazioni da visione dei torture movies odierni. Un pugno allo stomaco senza precedenti ai danni dell’incauto spettatore non preparato spiritualmente. Con queste premesse ci si aspetterebbe di trovarsi davanti l’ennesima cavolata alla Saw o a qualche clone di Hostel. Invece no, “Martyrs” è il classico film che non ti aspetti ed è proprio quando pensi di aver visto tutto ecco che si ricomincia da capo.
Martyrs

Con “Martyrs”, volenti o nolenti, si va oltre. Già la struttura è un segno di distacco rispetto ai “colleghi”, il film di Pascal Laugier non segue una sua linea coerente, e si divide in tre. Tre momenti nettamente staccati, diversi. E, di conseguenza, le reazioni saranno tante durante la pellicola, contrastanti e probabilmente diverse. Si giungerà alla fine segnati, irritati o disgustati. Comunque vada, sorpresi per aver visto qualcosa che si pensava forse diverso.
Ecco la trama: Lucie è scomparsa da un anno, viene ritrovata mentre cammina lungo una strada, in stato catatonico, confusa, non ricorda nulla. La polizia scopre il luogo dove la giovane è stata rinchiusa, un vecchio mattatoio abbandonato. Lucie non porta alcun segno di abuso sessuale o di violenza. Quindici anni dopo, Lucie si trova in una casa in mezzo alla foresta, ha un fucile in mano, si sentono dei colpi…Lucie ha ucciso un uomo.
Non è il film più violento della storia, come qualcuno ha strillato, ma è decisamente uno dei più estremi. Nella pellicola di Pascal Laugier tira un’arietta di angoscia malata e perversa che non ci si poteva aspettare.
“Martyrs” cambia rotta e nei suoi bruschi cambiamenti diventa addirittura disperato perché il suo regista vuole scrivere qualcosa di mai detto prima, ragionando seriamente sul dolore.
Non ci si spaventa molto ma la tensione è elevatissima, sopratutto perchè Laugier ribalta completamente il linguaggio dell’horror contemporaneo per creare qualcosa di nuovo che non è più un horror, nè un thriller nè un film d’exploitation ma tutto quanto insieme, in un calderone infernale difficilmente dimenticabile.
insomma, “Martyrs” è un film che raggiunge a pieno il suo obiettivo: quello di far paura. Paura che filtra tra famiglie apparentemente tranquille e tra sette di sperimentatori mistici. Paura che filtra sempre e comunque dall’uomo.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “The woman” il controverso ritorno di Lucky McKee

Datato 2011 e dopo aver conquistato il Sundance Film Festival, a distanza di quattro anni finalmente è stato distribuito in Italia “The Woman”, l’horror che non ti aspetti, il pugno nello stomaco che mancava. Un film disturbante, un “rape and revenge” livido ed estremamente feroce.
The woman

Il californiano Lucky McKee, già famoso per horror ricercati quali “May”, “The Woods” e la “Sick Girl” della serie “Master of Horror” ci regala un film dal nucleo narrativo scarno, ma efficace.
Il regista, accusato ingiustamente di misoginia e fortemente criticato per la violenza mostrata (si narra che uno degli spettatori si sia alzato gridando a gran voce che il film “è disgustoso, che non è arte e che andrebbe confiscato e bruciato” e che una ragazza durante la visione si sia sentita male) presenta semplicemente una storia che non ha nulla di maschilista, anzi il contrario, e che ha tutti i pregi dell’horror familiare. La Donna, di questo “The Woman”, non è altro che il capo di quel clan sopravvissuta e divenuta adulta. Già dalle prime battute del film la vita familiare dei protagonisti, tutta rispetto, etica ed educazione fa serpeggiare nello spettatore una sensazione esasperante di artificiosità.
Questa la trama: Chris Cleek esce a caccia nel bosco e si imbatte in una donna che si aggira tra gli alberi come un animale. Il signor Cleek cattura la donna e la porta a casa, la pulisce, la incatena in cantina e le dà da mangiare, proprio come se fosse un cane. La famiglia Cleek rimane quasi impassibile di fronte al “trofeo” di Chris e continua a svolgere la propria vita come se nulla fosse. La situazione però comincia pian piano a degenerare: Chris violenta la donna selvaggia, suo figlio adolescente Brian comincia a sviluppare un’attrazione morbosa per la prigioniera, sua sorella Peggy ha evidenti problemi con i suoi coetanei e con la scuola, finchè proprio la visita di un’insegnante di Peggy a casa Cleek fa precipitare la situazione.
Il nucleo narrativo è qui ridotto all’osso: si tratta della segregazione del femminile e della sua brutalizzazione da parte di un potere violento e senza senso, “scena modello” che può pericolosamente diventare ripetitiva e sterile, se non viene trattata da mano accorta e sensibile. Ma McKee qui raffina ulteriormente il suo occhio, mediante il ricorso ad una essenzialità narrativa di rara, cristallina bellezza.
Il film nasconde le scene più cruente e lascia immaginare; il discorso di Chris sulle donne è follemente colmo d’odio, più disturbante di molta violenza visiva.
McKee, accompagnato da una sceneggiatura semplice ma perfetta, crea un film senza sbavature e senza eccessi, dove la violenza non è mai fine a se stessa. La pellicola, non definibile in altro modo se non come horror, è in realtà sganciato dai classici stereotipi del genere. Bella prova degli attori principali (Pollyanna McIntosh, Angela Bettis e Sean Bridgers) che hanno saputo riempire con perizia un film che necessitava di un cast di qualità.
La Donna del titolo non è solo colei che viene catturata: simboleggia la Donna come archetipo, in ogni sua sfaccettatura, non ultima quella di Donna come Madre, tema assai importante nel film. Il film è dunque una più che mai urlata celebrazione del femminile, nella sua assoluta pienezza. In barba ad ogni insensata accusa di misoginia.

FABIO BUCCOLINI

“50 sfumature di grigio”, il film scandalo del 2015 che non scandalizza

Si, alla fine mi sono “sfumato” anche io. Dopo aver ascoltato milioni di storie sul romanzo e dopo aver visto le sale dei multiplex strapiene dal giovedi dell’uscita, mi sono deciso ad andare a vedere il più atteso film dell’anno. Il risultato è un film che ha fatto molto parlare di se ma che non convince.

cinquanta sfumature di grigio

Per chi come me non avesse letto il libro, ecco a voi un accenno di trama: Quando Anastasia Steele, graziosa e ingenua studentessa americana incontra Christian Grey, giovane imprenditore miliardario, si accorge di essere attratta irresistibilmente da quest’uomo bellissimo e misterioso. Convinta però che il loro incontro non avrà mai un futuro, prova in tutti i modi a smettere di pensarci, fino al giorno in cui Grey non compare improvvisamente nel negozio dove lei lavora e la invita a uscire con lui. Anastasia capisce di volere quest’uomo a tutti i costi. Anche lui è incapace di resisterle e deve ammettere con se stesso di desiderarla, ma alle sue condizioni. Travolta dalla passione, presto Anastasia scoprirà che Grey è un uomo tormentato dai suoi demoni e consumato dall’ossessivo bisogno di controllo, ma soprattutto ha gusti erotici decisamente singolari e predilige pratiche sessuali insospettabili… Nello scoprire l’animo enigmatico di Grey, Ana conoscerà per la prima volta i suoi più segreti desideri.
Il film si può riassumere così: è semplicemente una storia d’amore con un pizzico di pepe in più e il tutto condito con un po’ di sesso. Chi andrà a vederlo, sperando in un “porno” sul grande schermo può tranquillamente astenersi. Si è vero, di nudo se ne vede molto (soprattutto della giovane protagonista femminile), ma niente di scandaloso; d’altronde non siamo andati a vedere una versione giovanile di “Nymphomanic” ma un film che racconta una storia d’amore tra due persone all’apparenza normali ma che si rivelano parecchio strambe.
Diciamoci la verità, la cosa strana della relazione tra i due protagonisti è proprio quello che non ti aspetti. Non è strano Mr. Grey che ha gusti sessuali particolari (al giorno d’oggi il sadomaso è all’ordine del giorno) ma lei, la piccola e fragile Anastasia. Lasciando da parte il paradosso che per fare sesso lui gli sfinisce la vita al fine di fargli firmare un contratto con determinate regole da seguire (ma siamo ridicoli?), la cosa che stupisce di più è che lei si fa fare tutto ciò che lui chiede umiliandosi in tutto e per tutto. Sono convinto che nel 2015 di queste persone ce ne sono tantissime ma vorrei sfidare la maggior parte di voi a chiedere alla propria ragazza di fare solo una parte di quello che chiede il protagonista e vediamo se la vostra storia d’amore continuerà felice e contenta. Comunque essendo un racconto di fantasia non posso che accettare queste scelte anche se un po’ troppo eccessive.
Passiamo alle interpretazioni. Lei, Dakota Johnson, è veramente brava. Rappresenta il perfetto equilibrio tra vulnerabilità, impertinenza, bellezza e coraggio. Si lascia guardare e riesce a dare spessore ad un personaggio che, date le molte scene di nudo, poteva rivelarsi molto scomodo. Il lato dolente è sempre lui, Mr. Grey. Ad interpretarlo, il tenebroso Jamie Dornan. Totalmente inespressivo, che ad un certo punto pensavo volesse imitare la mimica facciale del grandissimo Clint Eastwood ai tempi dei film con Sergio Leone. In qualsiasi situazione la sua espressione non cambiava e non riesce a dare profondità ad un personaggio che (a detta del libro) è cupo, tenebroso e molto complesso.
“50 sfumature di grigio”, nonostante molti suoi difetti e alcune battute fuori luogo e immensamente imbarazzanti come “Adesso farai l’amore con me? Io non faccio l’amore, io scopo…scopo forte” la pellicola si lascia guardare con semplicità e non annoia mai nonostante i sui 125 minuti di durata.
Volete passare una serata tranquilla, senza pensieri e con qualche risata? Andate tranquillamente a vederlo ma, se vi aspettate lo scandalo evitatelo tranquillamente. Sicuramente un ottimo prodotto d’ intrattenimento che farà fare una valanga di soldi alla casa produttrice.
In conclusione vi lascio con un quesito: se il film fosse stato veramente diretto da Gus Van Sant, e sceneggiato da Brett Easton Ellis sarebbe venuto sempre così mediocre oppure avrebbe fatto il salto di qualità? L’autrice del romanzo E.L.James che ha scelto personalmente il regista di questo adattamento, non ha voluto rischiare ma, come si dice?…”chi non risica non rosica!!!”.
Una curiosità: il libro è nato come parodia di Twilight. Veniva pubblicato on-line a puntate e fruibile gratuitamente. Grazie al suo enorme seguito, l’autrice ha cambiato i nomi dei protagonisti e una casa editrice ha deciso di pubblicarlo…così è nato questo fenomeno di massa da 100.000.000 di copie vendute.
Adesso traete le vostre conclusioni.

FABIO BUCCOLINI

“Nymphomaniac vol.1”, benvenuti nel mondo di Lars Von Trier

La prima parte della discussa opera sulla sessualità di uno dei registi più “controversi” degli ultimi anni è arrivata anche in Italia ed è un capolavoro visivo indiscutibile….uno degli apici più alti del regista danese.
Nymphomaniac poster

Quando si parla di Lars Von Trier non possiamo assolutamente aspettarci qualcosa di normale. Tutto quello che fa, pensa e gira, è un inno allo scandalo. Possiamo ricordare la sua apparizione al Festival di Cannes due anni fa che a causa di dichiarazioni antisemite è stato letteralmente cacciato dal festival e nonostante tutto il suo film Melancholia è stato premiato.
In Italia Nyphomaniac è arrivato con il divieto ai minori di anni 14. Nonostante sia stato reputato dalla censura non troppo scandaloso da precluderlo agli adolescenti, io non ne consiglio la visione ai minorenni. Sia ben chiaro non per le scene di sesso esplicite, in rete si trova anche di peggio, ma perché alle menti più sensibili ed impressionabili può essere interpretato con un inno al libertismo. Cosa più sbagliata non esiste, non è un opera che parla di libertà sessuale anzi il contrario. E’ una storia che parla di amore e di riscatto, il tutto ben condito con quantità abbondante di erotismo esplicito.
Trier on questo Nymphomaniac conclude la sua personale trilogia della depressione. Dopo l’horror di Antichrist, e la fantascienza di Melancholia adesso arriva la sessualità esplicità con Nymphomaniac, storia di una ninfomane che si racconta ad uno sconosciuto dividendo la sua vita in otto capitoli.
Non posso dare un giudizio finale vero e proprio a questa pellicola datosi che la sua seconda parte uscira il 24 aprile al cinema.
Questa prima parte è un tripudio di immagini e suoni. Il regista gira con vari modi stilistici: dallo stile del suo tanto amato dogma 95 con macchina a spalla fino a immagini al rallentatore che fanno sembrare il tutto un videoclip musicale.
Sicuramente la maggior parte degli spettatori che andranno in sala a vedere questo film si aspettano il classico film porno…niente di più errato. Dopo un fantastico prologo con sottofondo la musica dei Ramstein, a tutto si pensa tranne che all’erotismo esplicito che il regista ci mette in primo piano senza farsi tanti problemi.
La cosa fantastica è che pur parlando di sessualità, durante il corso delle 2 ore, ti immergi talmente tanto nella storia che nonostante ci vengano mostrati organi genitali a destra e a manca, la pornografia passa in secondo piano perché ben giustificata all’interno delle situazioni mostrate.
Si parla di filosofia e musica. Il regista racconta di una donna distrutta da questa ossessione che pur provando a migliorare la sua vita non riesce a scrollarsi di dosso tutto quello che ha vissuto. Gli pesa come un macigno e invece di migliorare peggiora, diventando sempre più dipendente. Si sforza di provare qualcosa ma alla fine è solo un’esigenza mentale e fisica niente di più. E’ la biografia di una donna alla ricerca di una felicità che non arriva mai.
Von Trier paragona la sua voglia di sesso con Bach, accostandola alla sequenza di Fibonacci e intrecciando tutto che della sana filosofia di vita.
In sintesi: se andate al cinema aspettando di vedere solo un film porno evitate, mentre se volete vedere un bellissimo film che parla di vita, morte, amicizia e redenzione uscirete dalla sala soddisfatti.
Ovviamente in Italia è arrivata la versione censurata di 4 ore. Per vedere la versione integrale di oltre 5 ore e 30 minuti molto probabilmente si dovrà aspettare l’uscita in home video.
Dividerà pubblico e critica…d’altronde questo è Lars Von Trier…o lo si ama o lo si odia!!!

FABIO BUCCOLINI

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