Archivi Blog

I film dimenticati. “Enter the void” il viaggio psichedelico di Gaspar Noé

“Sperimentale”, è questa la parola più adatta in riferimento a quest’opera; dramma psichedelico e allucinatorio che conferma praticamente tutto il bagaglio cinematografico già messo in mostra dall’autore: sesso e violenza senza soluzione di continuità oltre a una massiccia dose di spettacolarizzazione visiva.
enter the void
In “Enter the void” non è tanto ciò che si vede a devastare, bensì proprio ciò che si lascia intendere. Questo film è duro. L’effetto è quello di una moltitudine di pugni ben assestati allo stomaco. Una visione che lascia tramortiti e che si fa forte di temi tanto cari a Noé. Uno su tutti, il complesso di Edipo. Qui torna ad essere riproposto, ma rielaborato e scaraventato in faccia a noi tutti con una violenza brutale, a tratti insostenibile.
Il manierismo del regista si vede soprattutto tramite le tecniche di ripresa utilizzate: la soggettiva e l’uso della cinepresa a mano che è il suo cavallo di battaglia (già ampiamente usata in “Irréversible”). Il montaggio si plasma perfettamente ai movimenti della macchina da presa, le sonorità sono ipnotiche, le luci stroboscopiche e la stupenda fotografia contribuiscono a creare una Tokyo eterea e maledetta.
Creatività e conformismo sicuramente non mancano in questa pellicola, ma la domanda sorge comunque spontanea…quale è la vera essenza di “Enter the void”? A mio parere, questo è un film che va vissuto come un’esperienza sensoriale straordinaria, è una sorta di inno alla sensorialità prodotta dall’uso degli stupefacenti, in un complesso edipico che è la causa di un’ostentazione del proibito che sfida pornografia e gore. Il tutto racchiuso in una durata che supera i 150 minuti.
enter the void scena
In pratica se si cercava l’esatto opposto di “The Tree of Life” è a questa pellicola che bisogna rivolgersi. Lì è la vita ad essere esaltata, senza negare il Male. Qui solo una faccia della medaglia viene spudoratamente esacerbata, il male “assoluto”.
Niente è messo a caso in un film che idolatra il Caso. A regnare incontrastato è un Caos senza soluzione di continuità. E d’altro canto come potrebbe essere diversamente? In un’immensa metropoli alla deriva, le esistenze sono regolate da dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la volontà del singolo. Un lungo, mortificante proclama all’autodistruzione, deresponsabilizzante e senza merito alcuno. Il tutto, tramite una crudezza delle immagini non indifferente. Non tanto per lo scandalo che può suscitare un rapporto sessuale ripreso con una certa dovizia di particolari. Né probabilmente per le immagini di un aborto consumato, con tanto di primissimo piano sul feto estirpato, non è certo una fellatio, un paio di tette o qualche allusione troppo spinta a scandalizzare; Perché, le ultime generazioni sono state ampiamente preparate in tal senso.
L’enorme merito di “Enter the void” è la sua massima aspirazione all’ultrarealismo, tema molto amato da Gaspar Noé. Il film non rinuncia a tutto ciò e anzi rilancia mettendo altra carne sul fuoco, dando vita un spirale delirante e suggestiva. Non è un caso che proprio nel progetto di una vita, Noè si sia lasciato trasportare dal suo smisurato egocentrismo. Il “vuoto” che la pellicola porta con sé nel titolo sembra essere proprio lo specchio di un regista che, aggrovigliando una matassa infinita di idee, le districa tutte senza nessun problema e crea la sua opera visivamente migliore.
Negli anni a venire si parlerà di questo film come di un cult (i presupposti ci sono tutti), ma continuerà sempre a dividere il pubblico e critica.
Io lo amo…e voi?

FABIO BUCCOLINI

Annunci

I film dimenticati. “Irréversible”, l’iperrealismo di Gaspar Noé

Accade spesso che il successo o la popolarità ottenuti da un film siano inversamente proporzionali alle sue qualità oggettive. La partecipazione a un festival prestigioso, la fama degli interpreti, ne sviluppano una sorta di mitizzazione. “Irréversible” non sfugge a questa tipologia. Un’opera in grado di far parlare di sé anche se i temi trattati già sono stati utilizzati più e più volte: il sesso e la violenza.

irreversible

Non si può negare che di sesso e di violenza il film ne contenga, ma è ancora più evidente, che al contrario di quello che ci si aspetti da questo tipo di lavori, di questi elementi il film si nutre.
Il film di Noé (grande amante del cinema sperimentale) non è una riflessione sul sesso e sulla violenza; rinuncia ad essa e si concentra sulla narrazione più veritiera possibile dei fatti. E’ una storia vera, di orrore e passione che potrebbe capitare a chiunque, il regista vuole che ti immergi in questa situazione per niente paradossale, e ti fa riflettere su situazioni che fino ad ora potevi vedere solo nei notiziari e alle quali non dai peso più di tanto. Noè vuole che tu prenda consapevolezza della situazione e se ne frega altamente di dare risposte anzi…nemmeno cerca di offrirtele.
Gli interessa costruire un universo distorto e contraddittorio nel quale sezionare minutamente i dettagli. Per far questo Noé utilizza una storia semplice e banale, assolutamente niente di originale; un uomo vuole vendicarsi di colui che ha violentato e picchiato la propria donna, innestando il tutto in una struttura narrativa che procede a ritroso partendo dalla scena finale per concludersi con quella che si trova all’inizio. Nulla di nuovo, la stessa storia e il medesimo procedimento al contrario venne usato in Memento, il capolavoro di Christopher Nolan. Il regista inoltre sceglie la strada del piano-sequenza: lunghissime scene senza stacchi o soluzione di continuità che seguono gli attori nelle loro vicende. Ma il regista si spinge oltre, vuole scardinare la percezione visiva dello spettatore. Noé collega i vari piani-sequenza solo con ottimi movimenti di macchina, non taglia una scena. Questo si può notare soprattutto all’inizio dove le ultime tappe del viaggio alla ricerca dello stupratore ci portano direttamente all’Inferno: un locale per omosessuali (si chiama Rectus) che Noé raffigura con la massima dinamicità possibile, ma accentuando anche la nostra difficoltà di percepire quello che accade (ambienti cupi, pellicola sgranata). Ne viene fuori un tripudio di immagini di difficile definizione, che provocano uno spaesamento a tratti incontrollabile e una raffigurazione che si fa spesso onirica e vagheggiante che frantuma l’illusione di realtà (chiaro omaggio ad “Eyes wide shut di Kubrick).
Grazie ai movimenti di macchina, ai piani-sequenza e alle tante citazioni kubrickine ( la macchina da presa passa e ripassa davanti a un manifesto di 2001: Odissea nello spazio, inoltre la colonna sonora iniziale è sorprendentemente simile alla Marcia funebre che apre Arancia meccanica), “Irréversble” coglie in pieno il suo obbiettivo. Quello di rappresentare efficacemente una realtà e di costruire un universo credibile, tutto con una riproduzione in presa diretta. Il tutto è estremamente realistico; rivela, nasconde, allude e ti sbatte in faccia quello che è…la realtà. In questo senso, è emblematica la scena dello stupro; sconvolge per il suo impatto, volutamente lunga (circa 10 minuti) e cristallizzata in un insopportabile autocompiacimento di maniera teso a provocare la massima repulsione. Noé ci vuole dire: ecco quello che vedete tutti i giorni al telegiornale, non sembrava così atroce, adesso provate a rimanere indifferenti.

irreversible 1
Evito di parlare dell’interpretazione, conosciamo tutti la pochezza della Belluci che, se non fosse per la sua bellezza, non sarebbe mai diventata quella sorta di icona quale è e Vincet Cassel è uno dei migliori attori europei…ho detto tutto.
In conclusione, “Irréversible” sfortunatamente sarà ricordato solo per merito del tanto scalpore suscitato al Festival di Cannes 2002, ma fidatevi recuperate questo piccolo gioiello indipendente duro da digerire, il resto non conta.
I pugni nello stomaco durante la visione sono ben assestati, tirati con lucidità e intelligenza…questo film fa davvero male.

FABIO BUCCOLINI

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: