Archivio mensile:Mag 2014

I film dimenticati. Byzantium: il ritorno alle origini di Neil Jordan

Nonostante il marchio registico sia di uno degli autori più importanti degli ultimi 30 anni, il film è stato altamente snobbato in Italia e dimostra ancora una volta (vedi Redacted di Brian De Palma) come la distribuzione italiana sia malsana nei confronti delle pellicole d’autore.

Byzantium

Claire ed Eleanor, vivono nel nostro mondo da più di duecento anni. Sono infatti due revenant, creature né vive né morte, vampiri la cui vita è una fuga continua dalla Fratellanza, un ordine segreto di loro simili, che ha lo scopo di eliminarle, in quanto Claire ha infranto una delle leggi sacre della millenaria organizzazione. Eleanor però, eterna sedicenne da più di due secoli, è stanca di scappare dal mondo e di dover mentire a chiunque e dopo un’esistenza trascorsa quasi interamente nella solitudine, decide di aprirsi con Frank, un ragazzo giovane e impacciato ammalato di emofilia. Nel frattempo Claire decide di aprire un bordello, ma entrambe le donne sono ignare che i loro inseguitori siano sempre più vicini.
Basato sulla pièce teatrale A Vampire Story di Moira Buffini, autrice anche della sceneggiatura, Byzantium ricorda per molti versi il precedente titolo vampiresco di Jordan, proponendosi non come un horror ma bensì come un intenso drama di derivazione fantastica in cui l’autore irlandese torna alle atmosfere malinconiche e cupe che sono maggiormente nelle sue corde. Una storia ricca di sviluppi emozionali, in cui il passato delle due protagoniste ci viene raccontato tramite diversi flashback, e riesce a tenere con il fiato sospeso sino all’epilogo, riuscendo a condensare in poco meno di due ore diversi spunti di riflessione. Pur non rinunciando ad alcune scene forti, ma mai gratuite, che non deluderanno gli amanti della violenza ragionata, il film è più un riflesso interiore dell’animo delle due donne, racchiuse per sempre in un corpo incapace di invecchiare e destinate a vivere per l’eternità, sempre in una continua fuga dai loro nemici.
Registicamente Jordan si conferma nuovamente un esteta dell’immagine, creando scorci evocativi (soprattutto nelle allucinazioni / dejavu della giovane Eleanor) e rappresentando con eleganza soprattutto le sequenze ambientate nel passato, un passato non tenero in cui le donne spesso venivano sfruttate e umiliate, come il destino che è toccato a Claire. Gli uomini in questa storia sono per lo più accessori, le vere protagoniste sono le due donne vampiro messe alle strette da un mondo spietato, quasi a sottolineare come l’emancipazione sessuale non risparmi neanche gli esseri soprannaturali.
L’operazione sarebbe sicuramente meno riuscita senza la presenza di due attrici all’altezza, e se Gemma Anderton oltre che incredibilmente sexy qui dimostra anche una convincente maturità attoriale, è da incorniciare la prova di una sempre più brava Saoirse Ronan, la cui bellezza particolare e magnetica è perfetta per il ruolo.
Neil Jordan torna, a quasi vent’anni di distanza, a parlarci di vampiri. Dopo il classico Intervista col vampiro, tratto dal romanzo di Ann Rice, il regista irlandese ha avuto una carriera altalenante, sfornando grandi film come Michael Collins e Breakfast on Pluto ma anche titoli meno memorabili, seppur sempre sulla soglia della decenza, come Il buio nell’anima e Ondine – Il segreto del mare. Dato di fatto innegabile è comunque che nessuna di queste pellicole abbia mai raggiunto l’immaginario collettivo come l’opera con protagonisti Tom Cruise e Brad Pitt.
Ribalta che sarebbe potuta tornare grazie a questo suo ultimo lavoro. Nonostante atteso da tempo questo Byzantium che vede protagoniste due attrici di primo piano come Saoirse Ronan (Amabili resti, The host) e Gemma Anderton (Prince of Persia) è stato altamente snobbato dalla distribuzione internazionale. Il film è uscito in numero limitato di copie in poche parti del mondo e quello che doveva essere un grande ritorno per il regista è risultato un passaggio in sordina.
Ovviamente come spesso accade in Italia la pellicola non a mai visto il buio della sala.
In tutta questa storia, un lieto fine però c’è!!! Infatti è notizia di qualche giorno fa che una casa di distribuzione indipendente ne ha acquistato i diritti e lo editerà direct to video dal prossimo tre luglio. Non cambia il fatto che molti film dovrebbero avere la possibilità di essere passati al cinema ma, in quest’epoca in cui o sei un blockbuster o non meriti niente, poterlo visionare finalmente anche da noi con una distribuzione come si deve è sempre una vittoria…seppur piccola.
Per tutti coloro che non vorranno attendere fino a luglio, dovranno arrangiarsi cercando in rete i vari siti del circuito underground in cui si può trovare in streaming sottotitolato.

 

FABIO BUCCOLINI

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“Godzilla” resuscita delle ceneri

Dopo lo sfortunato film datato 1998 di Roland Emmerich, il lucertolone gigante ritorna più informa che mai.
Godzilla

A Tokio, un segnale elettromagnetico ignoto causa scosse sismiche su vasta scala, compromettendo il funzionamento di una centrale nucleare. Nell’incidente Joe Brody perde la moglie e non si darà pace fino a che non avrà scoperto le ragioni del disastro, nascoste dalle versioni ufficiali. Quindici anni dopo la sua ricerca porterà alla verità, alla più incredibile e distruttiva delle verità.
A differenza del remake di Emmerich del ’98, questo Film ripercorre di pari passo la trama del film originale senza stravaganze e licenze poetiche che hanno contraddistinto il vecchio remake.
Appena uscito dal cinema, gli avrei dato almeno 8 perché è un kolossal spettacolare ma, al tempo stesso, fedele all’originale giapponese. Ottima la scelta di una trama in crescendo, che ci mostra il progredire delle indagini e degli attacchi dei mostri. Alcune scene sono fenomenali: il lancio dei paracadusti ed il duello finale fra i mostri sopra tutti.
Il più grande aspetto positivo che attribuiamo a questa nuova versione, va sicuramente al Re dei Mostri protagonista. Ciccioso, enorme e goffo come ce lo si poteva immaginare, il nuovo Godzilla viene reso perfettamente da Gareth Edwards. Come omaggio al film originale, anche la percezione che si può avere del mostro è molto simile.
A mente fresca però posso dire che quell’8 che avevo dato con tanta fretta all’uscita della sala non era poi così obbiettivo.
Prima cosa il cast non è degno di un blockbuster. Gli unici attori veramente bravi sono Juliette Binoche e Bryan Lee Cranston. Elizabeth Olsen non è affatto male e si cala nel personaggio della moglie e madre affranta alla perfezione, ma Aaron Taylor-Johnson è veramente pessimo. Non ha la stoffa del duro e allo stesso tempo è totalmente inespressivo.
Soprattutto il Kaijū (Godzilla) compare molto meno dei 2 orribili Muto. Mi chiedo: Il film dovrebbe raccontare la “storia” di Godzilla oppure dei suoi nemici? Allora cambiamo titolo alla pellicola. Ottima la scelta di farlo apparire “buono”, ma allora tanto valeva dargli più spazio: la storia del marine protagonista diventa inutile dopo alcuni avvenimenti.
Decisamente trash e decisamente spettacolare questo reboot del lucertolone. Ottimo blockbuster che fa dimenticare il quasi terribile film di Emmerich ma a causa di qualche lacuna di sceneggiatura e di qualche scena che sfiora il ridicolo anche per un film di mostri non possiamo dire che sia un’opera totalmente riuscita.
Purtroppo gli americani vanno matti per i drammi familiari, capaci di rovinare film e serie tv a non finire…questo Godzilla non avrà la sceneggiatura di uno Zeffirelli, ma chi cerca la storia d’amore in un monster movie?
Non sarà un film da 8 ma la sufficienza piena la prende tutta. Ottimo film di intrattenimento che con
qualche correzione poteva diventare uno dei migliori del suo genere.
La Warner ha confermato la realizzazione di un sequel…restiamo in attesa di ritrovarlo sul grande schermo.

FABIO BUCCOLINI

“Parker”, un ottimo film che si è collocato perfettamente nella settimana della festa del cinema

Un film tutto sangue e muscoli che non si vedeva da molto tempo. Ottimo prodotto d’intrattenimento.

Parker

Parker (Jason Statham), professionista del crimine che rispetta alcune rigide regole morali che si è dato, partecipa a una spettacolare rapina che mette a soqquadro un’intera città ma, anziché ottenere la sua parte del bottino, si vede truffare dai complici. Questi ultimi fuggono via lasciandolo a mani vuote e in fin di vita. Salvato, Parker comincia a meditare vendetta e, per riprendersi ciò che gli spetta, si mette sulle loro tracce in Florida, luogo del prossimo colpo degli ormai ex complici. L’incontro con la bella Leslie (Jennifer Lopez) intralcerà però i suoi piani.
Pariamoci chiaro che questa non sia una pellicola da oscar è appurato.
Ci troviamo di fronte ad una produzione iper muscolare dove ci si preoccupa solo che le scene d’azione padroneggino su tutto.
La regia di Taylor Hackford è una mano santa. Nonostante le grandi lacune di sceneggiatura, dove alcuni punti non sono affatto spiegati a dovere, si vede che il regista è uno di mestiere. Fa sembrare questo film “mediocre” una grande produzione e solo la mano di un esperto poteva riuscirci.
Il punto di forza del film è proprio Jason Statham. Nonostante la sua interpretazione, come al solito, è marmorea, riesce a dare profondità al personaggio e gli da quel tocco di ironia che riesce a far rimanere incollato lo spettatore. Fa sempre la stessa parte, non sperimenta mai niente di nuovo, ma questi ruoli gli cadono a pennello.
La parte dolente del film è Jennifer Lopez. Nonostante ci provi in tutti i modi a far sembrare credibile il personaggio ( mostrandosi anche in bikini) non riesce nell’intento. Più che complice di Parker, sembra un personaggio a se stante che non fornisce niente di rilievo alla pellicola. L’interpretazione sarebbe stata molto più adatta ad una commedia che a questo film adrenalinico.
In conclusione, i distributori ci hanno visto lungo. Facendolo uscire a ridosso della settimana della festa del cinema, dove le pellicole si possono guardare a 3 euro, il film farà faville ma se fosse uscito in un altro periodo il gioco non sarebbe valso la candela.
Ottimo prodotto d’intrattenimento per passare 2 ore spensierate ma niente di più.
Usciti dalla sala gli spettatori se lo saranno scordato subito.

 

FABIO BUCCOLINI

“Il volto di un’altra”, il ritorno di Pappi Corsicato

Ultima fatica del riservatissimo regista napoletano Pappi Corsicato, è una metafora sulla bellezza a tutti i costi e sulla perdita dell’identità.

IlVoltodiUnAltra

Pur essendo un film “piccolo”, a suo modo è importante soprattutto per due motivi:
Primo: è una commedia che riesce a conservare una robusta ironia di fondo anche quando si contamina con la farsa.
Secondo: dimostra come il cinema italiano, quando si impegna a farlo, è capace di ragionare con intelligenza e leggerezza sul mondo della televisione.
La storia è quella di Bella (la bravissima Laura Chiatti), appariscente conduttrice di un famoso programma sulla chirurgia estetica.
La donna lavora insieme a suo marito Renè (Alessandro Preziosi), il medico che effettua le operazioni agli ospiti che intervengono all’interno del programma.
Purtroppo, però, le cose non vanno come dovrebbero, e Bella viene licenziata a causa di un calo di ascolti.
Non può accettare che la sua carriera si interrompa in questa maniera e, in preda alla disperazione, lascia lo studio ma, sulla via di casa, rimane gravemente ferita in un incidente d’auto.
Il suo volto è sfigurato, ma Bella decide di sfruttare la situazione per rilanciare la sua immagine.
Decide di farsi ricostruire la faccia dal marito proprio durante la diretta televisiva, nella speranza di riuscire ad attirare l’attenzione del pubblico.
Ricoverata in una clinica tra le montagne incontaminate del Sud Tirolo, la donna diventa così oggetto della curiosità di molte persone, che si chiedono come sarà il suo nuovo volto.
In questa pellicola non c’è spazio per i buoni sentimenti e personaggi positivi, tutto è “governato” dall’estetica, dall’arrivismo e dalla corruzione.
Specchio di questa tendenza sono i protagonisti, il cui interesse dell’uno verso l’altra è direttamente proporzionale al successo di pubblico ottenuto e dal loro relativo compenso.
Gli interpreti sono molto bravi ad immedesimarsi nelle parti.
Alessandro Preziosi si immerge totalmente nel suo ruolo e ci regala un interpretazione fantastica dove non prevale la bellezza ma soprattutto l’ambiguità.
Laura Chiatti come al solito fa la sua parte, un ottima attrice che questa volta punta tutto sulla bellezza ma poco sull’espressività.
Corsicato costruisce questa scoppiettante commedia degli equivoci dipingendola con il suo inconfondibile stile visivo e sonoro.
Guarda al primo Almodovar, a certa black comedy dei fratelli Coen, al melò anni ’50, il tutto ben mescolato, ma piacevolmente eccessivo, proprio come quelle vite di plastica , tutta superficie e poca sostanza, che la contemporaneità spesso ci obbliga a vivere.
Ma attenzione: dietro il silicone e “l’usa e getta”, si nasconde il vuoto della perdita dell’identità (tema serissimo e attualissimo, purtroppo sconosciuto alla gran parte della commedia nostrana). Bella (nome che più giusto non si può) è alla disperata ricerca di un’immagine nuova e infinitamente replicabile, sempre più bella, ma nulla riesce a cancellare quel senso di sgradevolezza che pervade tutta la sua esistenza.
Il regista si rifà molto al film La pelle che abito del maestro Almodovar, ma al contrario di quest’ultimo, ne risulta un film meno piatto e più coinvolgente, dove la realtà più della finzione, fa da padrona.
Consigliato a chiunque voglia passare un paio d’ore in compagnia del vero cinema d’autore che tanto manca in Italia in questi ultimi anni.

 

FABIO BUCCOLINI

“The amazing spider-man 2: il potere di Electro”. L’uomo ragno ritorna in pompa magna

Dopo il buon reebot di 2 anni fa, il regista Marc Webb ci riprova e sforna un film molto più maturo del precedente e sicuramente ben girato.
The amazing spider man 2

Da sempre la battaglia più importante per Spider-Man (Andrew Garfield) è quella interiore: il conflitto tra l’ordinaria vita di Peter Parker e le enormi responsabilità di Spider-Man. In “The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro” una minaccia più grande è in agguato. Per Peter non esiste nulla di più emozionante che lanciarsi tra i grattacieli di New York, essere un eroe e trascorrere il tempo con Gwen (Emma Stone). Ma essere Spider-Man ha un prezzo: solo lui può proteggere i suoi concittadini da nemici pericolosi che assediano la città. Con la comparsa di Electro (Jamie Foxx), Peter Parker deve affrontare un nemico molto più potente di lui. E quando il suo vecchio amico Harry Osborn (Dane DeHaan) ritorna, Peter si rende conto che tutti i suoi nemici hanno una cosa in comune: la OsCorp.
Dopo un rilancio della serie molto travagliato, dovuto a problemi di finanziamenti, l’uomo ragno torna a splendere.
Nonostante non sia un capolavoro del suo genere, sicuramente è un ottimo film d’intrattenimento che non deluderà i fan più accaniti.
Marc Webb fa egregiamente il suo lavoro e nonostante non sia un grande regista, riesce a dare alla pellicola quella carica che mancava alla serie sin dai tempi di spiderman 3 di Sam Raimi.
La nuova saga, confermata al momento fino al 4° capitolo, rida nuova vita al nostro caro ragno e ripercorre la storia originale senza tante licenze che aveva caratterizzato la prima trilogia.
Andrew Garfield è perfettamente a suo agio nel ruolo del protagonista, sa giostrare bene i problemi sentimentali e le grandi responsabilità che pesano su di lui come protettore della città.
Jamie Foxx come Electro è spettacolare. Convoglia tutti i sentimenti repressi nella vita normale nella potenza dei poteri che ha avuto contro la sua volontà. Cerca di vendicarsi in tutti i modi possibili dei soprusi ma ovviamente tanta potenza lo porta alla follia. L’attore americano da un’altra prova di grande interpretazione. Nonostante si tratti di un classico film di supereroi, porta il suo personaggio ad un livello superiore solo come lui sa fare. Il più grande nemico di spider man dopo il dott. Ock.
Come tutti i film questo sequel ha i suoi pregi ma anche difetti.
Il pregio è che la storia scorre liscia come l’olio e lo spettatore esce soddisfatto da ciò che gli viene mostrato.
Il suo peggior difetto è la regia. Webb, parliamoci chiaramente, non è un genio dietro la macchina da presa. Si vede benissimo la sua passata esperienza come regista di videoclip. Non si rende conto di girare un film vero e proprio ma muove la macchina da presa e programma le sequenze come se fosse un video musicale di Madonna. In un’operazione del genere, si deve dimostrare di essere all’altezza della situazione, mentre lui fa il classico mestierante che non riesce ad evolversi dal passato. In definitiva gli manca quella verve che contraddistingue l’intera filmografia del suo predecessore Sam Raimi. Nonostante questo riesce a darci un ragno molto più convincente dei precedenti.
L’ultimo difetto che ho riscontrato nella visione è l’eccessiva durata. Nelle sue oltre due ore di durata sono molte le scene di cui si poteva fare a meno per rendere la pellicola più scorrevole e tagliando qualcosa si poteva notare molto meno qualche buco nella sceneggiatura che, parliamoci chiaro, non è perfetta.
In conclusione si può dire che è il miglior episodio della saga. Tutti gli appassionati ne resteranno soddisfatti mentre i veri fan storceranno un po’ il naso ma saranno entusiasti dell’enorme passo avanti fatto dal primo Amazing Spider man.

FABIO BUCCOLINI

“Cose nostre – Malavita”, dal romanzo al cinema

“Cose Nostre – Malavita”, è scritto, diretto e prodotto da Luc Besson, con protagonisti Robert De Niro, Michelle Pfeiffer e Tommy Lee Jones. La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo Malavita di Tonino Benacquista.

Cose nostre - Malavita

A volte ritornano, e ritornano da dio: Luc Besson, Robert De Niro e Michelle Pfeiffer. Soprattutto i primi due, a dire il vero, non se n’erano mai andati, anche se avrebbero fatto bene: Besson intrappolato tra i Minimei, gli enigmi del faraone e gli altri sulla sua carriera in caduta libera, De Niro che dopo lo stanco gigioneggiare di troppi “Meet the Parents” ha ritrovato il lato positivo solo l’anno scorso.
Qui gira per la prima volta una scena insieme alla Pfeiffer (già incontrata in Stardust e Capodanno a New York) che, con le rughe, è ancora più gatta: gioia per gli occhi, papà Bob e mamma Michelle, che complice lo zampino del produttore esecutivo Martin Scorsese si (ri)scoprono bravi ragazzi da action – dark commedy.
“Cose nostre” trae ispirazione dal romanzo Malavita di Tonino Benacquista, ma tra le righe sovverte l’enciclopedia di genere mafia-movie: per darvi un’idea, è come farcire il classico film gangster americano con Tarantino e Jeunet.
Nell’altalenante filmografia di Luc Besson una cosa sola rimane certa, il regista dà il meglio di sè con il cinema criminale, i film di gangster e le storie noire. Non è un caso infatti che “Cose nostre”, nonostante sia una commediola dai risvolti pseudotragici (qualcosa che guarda più ai lavori di Martin McDonagh come In Bruges o Sette Psicopatici che alle vere commedie), si presenti come il suo film più riuscito dai tempi di “Léon” (cioè dal 1994). Non è nemmeno un caso che dietro quest’agile commediola euro-americana ci sia come produttore esecutivo Martin Scorsese.
Di Scorsese, il film, ha l’atteggiamento quasi nostalgico e amorevole con cui i criminali e quel tipo di sottocultura italoamericana viene dipinta, di Besson al contrario il film ha il piacere di mettere in scena e di lavorare con gli attori.
Robert De Niro in particolare, meno svogliato del solito, si trova a ripercorrere in un certo senso, il finale di “Quei bravi ragazzi”: è un boss che, dopo aver collaborato con la giustizia per incastrare parte dei suoi sodali di un tempo, viene inserito nel programma protezione testimoni assieme alla sua famiglia e spedito così nel notoriamente inospitale nord della Francia. Lì cerca di vivere una vita normale ma a lungo andare non riesce a tollerare la vita normale, fatta di piccoli soprusi subiti dall’autorità e prese in giro. Proprio lo spunto dei criminali messi a contatto con una vita priva delle agevolazioni che il crimine consente sembra la scintilla centrale del film.
In un momento di metacinema sfiorato, il personaggio di De Niro è anche invitato in un cineforum dove finirà per vedere proprio “Quei bravi ragazzi”.
Ad un livello più elevato (ma non sempre centrato) l’idillio di provincia rovinato dall’arrivo della mala vuole mettere in contrasto non solo due stili di vita ma anche due generi cinematografici che appartengono a luoghi diversi. Il cinema dei gangster solitamente localizzato in luoghi come New York che si trasferisce nella terra della commedia francese per eccellenza (almeno negli ultimi anni grazie al successo di Giù al Nord) e, come una volta i fratelli Marx portavano ovunque anarchia e caos, i gangster italoamericani portano il loro genere in mezzo ai francesi da commedia.
Purtroppo la fusione non è sempre perfetta e accanto a un’idea generale interessante e stimolante, le singole storie che orbitano intorno a quella principale (la moglie e dei due figli alle prese con scuola e iniziazione alle regole criminali) sono più deboli del previsto.
Luc Besson rimane sempre Luc Besson ma tutt’oggi, la perfezione raggiunta con “Lèon” si è persa e ancora deve essere ritrovata.

 

FABIO BUCCOLINI

“L’uomo d’acciaio”, finalmente un Superman degno di nota

“L’uomo d’acciaio” mostra la vera anima del supereroe invincibile.
L'uomo d'acciaio

Erano anni che le case di produzione cercavano di portare al cinema il supereroe senza mai trovarsi di fronte a grandi successi ed approvazioni.
Dopo un primo “Superman”, diretto da Richard Donner, in gran parte riuscito, dove si affrontava l’anima più fumettistica del personaggio, i film successivi si sono rivelati veri e propri flop.
Alcuni anni dopo la Warner ci riprova, nel 2006 chiama a rapporto Brian Synger, reduce del successo dei due 2 “X-men”, e gli commissiona una nuova storia.
Il regista non sforna un remake, ma prosegue la storia da dove si era interrotta con i film precedenti: dopo anni di assenza Superman torna sulla terra e, come da prassi, la salva.
Questo suo lavoro non soddisferà per niente ne critica ne pubblico, rivelandosi un vero e proprio fiasco al botteghino, causa anche di un attore (Brandon Routh) assolutamente inadatto per il ruolo.
Dopo questa ultima incursione nessuno aveva più cercato di riportare in vita “l’alieno cresciuto sulla terra”.
Oggi grazie a Cristopher Nolan, che ha avuto il coraggio di cimentarsi nell’avventura, il progetto a ripreso vita.
Reduce del successo planetario della trilogia di Batman, ripropone in salsa dark le gesta del Kryptoniano.
Lascia la regia A Zack Snyder (“Watchman”), e lui si occupa del coordinamento generale e della sceneggiatura.
Per ricostruire il personaggio di Superman, Nolan e Snyder partono dalle fondamenta, ovvero dalla nascita di quell’uomo che cambierà l’umanità intera, perché punto di incontro tra il nostro Mondo e il mondo di Krypton.
Dimenticati i rapidi minuti iniziali del film di Richard Donner, impreziositi da un Marlon Brando pagato milioni di dollari, nel Superman di oggi assistiamo ad una vera e propria battaglia stellare che vede Jor-El difendere con le unghie e con i denti il destino di suo figlio, Kal-El, appena nato e destinato a partire. Perché la visionaria, vulcanica, tecnologica e futuristica Krypton sta per esplodere. A frenare l’ormai imminente partenza del neonato il Generale Zod, pronto a tutto pur di salvaguardare il futuro della propria razza, in odore di estinzione, tanto da pianificare un vero e proprio colpo di Stato. Per venti minuti buoni finiamo così per conoscere ‘questo’ mondo e questi personaggi, pronti a morire pur di portare avanti la propria ‘missione’, fino alla caduta sulla Terra di Kal-El, ovvero Clark Kent.
Qui, grazie a continui salti temporali, si fa strada la maturazione di Superman sulla Terra. Lo vediamo bambino, in crisi durante un’interrogazione perché devastato da suoni ed immagini che gli fanno esplodere la testa (a causa dei sensi super sviluppati), per poi saltare su un peschereccio, in fase adulta, mentre salva alcuni operai all’interno di una petroliera in fiamme. Ancora un flashback e siamo su uno scuolabus, con un giovanissimo Kent di nuovo protagonista di una clamorosa missione di salvataggio, per poi tornare ancora ai giorni nostri, mentre prova a resistere alle provocazioni di un energumeno.
Alternando continuamente passato e presente, Snyder sottolinea le difficoltà, le paure, le ingiustizie, le perplessità e i conflitti interiori vissuti da un alieno piovuto sulla Terra quando era ancora in fasce. Qui, trovato ed accudito da due amorevoli contadini, il bimbo Kent matura tra silenzi e restrizioni, perché nessuno, in questo mondo, avrebbe mai potuto capire una ‘diversità’ simile, tanto da dover ‘cedere’ ad un terribile lutto, pur di non accettarsi e fare “coming out”, svelandosi pubblicamente.
Fino a quando tutto ciò non diventa necessario, obbligatorio. Perché dopo 30 anni di ricerche nello Spazio più buio e profondo, il Generale Zod trova Kal-El, ovvero Clark Kent, tanto da minacciare il Mondo intero. Il nostro Mondo. ‘Consegnatemelo, o sarà la fine‘. E qui, ad un passo dal precipizio, tra il terrore della mancata accettazione, la Speranza di una nuova vita, e la necessità di gettare la maschera, da un vero e proprio ‘atto di fede’ nasce Superman.
Tra combattimenti caotici, esplosioni devastanti e scene davvero riuscite (come ad esempio lo splendido ed ‘interattivo’ incontro Crowe-Cavill che vedrà il primo spiegare al secondo la sua identità e le sue origini), “L’uomo d’acciaio” ha innegabilmente il pregio di non prendere mai fiato. Alternando flashback, salti temporali e un secondo tempo completamente caratterizzato dalla “distruzione” di Metropolis, Snyder corre spedito per 140 minuti verso quello che era il suo vero ed unico obiettivo, ovvero concedere ad Hollywood un Superman cinematografico mai visto prima, perché più complesso e solo apparentemente introspettivo, cupo e tecnicamente esplosivo. Divertendo e sbalordendo, come Nolan insegna, riesce nelle sue intenzioni e centra totalmente l’obbiettivo.

FABIO BUCCOLINI

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