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I film dimenticati. “The limits of control” il capolavoro introvabile di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna sulla via del guerriero con un film che richiama molto del suo “Ghost Dog”, dove un killer solitario segue scrupolosamente un codice preciso per raggiungere i suoi scopi.

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Si tratta di un oggetto filmico ineffabile e di difficile collocazione, nel quale Jarmusch flirta col noir ma con una messa in scena radicale e una scrittura che si avvia verso l’astrazione lynchiana. Assistendo alla proiezione del film, alla maggior parte degli spettatori sorgerà solo un grande punto interrogativo lungo quasi 120 minuti, vuoi per la ripetitività delle scene, vuoi per l’apparente inconcludenza narrativa. Infine, in pochi hanno veramente parlato di quest’opera, il che è quasi un controsenso: solitamente meno si capisce qualcosa più si tenta di sviscerarlo anche nei dettagli meno significativi, con l’unico obiettivo di poterlo controllare del tutto.
Un accenno di trama: “Un killer dai modi fare estremamente posati e meticolosi decide di mettere fine alla sua carriera con una ultima missione criminale, per poi ritirarsi e godersi la pensione anticipata. L’ultimo lavoro deve essere svolto in Spagna, tra Madrid, Siviglia e la Sierra desertica. Il compito non è semplice, per raggiungere l’obiettivo il killer dovrà seguire alcuni indizi molto improbabili e seguire le tracce lasciate da alcuni bizzarri personaggi incontrati lungo il suo percorso”.

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“The Limits of Control”, nel suo essere sfuggente, è un film dalla forte identità; qualità che ormai si perdona sempre più difficilmente, perché porta lontano dalle soluzioni più semplici e conosciute. Un film fatto di figure senza nome catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.
Le critiche negative lo trovano inconcludente, ma The Limits of Control non è un film vuoto, bensì svuotato, e ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è “Dead man” senza i suoi duelli, “Ghost dog” senza codice, “Coffee and cigarettes” senza la sua chiusura tematica e spaziale. Si tratta di un film sulla percezione, della realtàdi quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quel che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni e intuizioni.
“The Limits of Control” ammalia e cattura a dispetto di uno stile visivamente grandioso ma ritmicamente respingente, perfetta espressione di un pensiero senza compromessi che si fa metafora di un mondo interiore e non pronto a liberarsi da ogni limitazione.
Opera minore, dunque, sia per risultato che per ricezione? Per alcuni sicuramente sì, per altri un cult non compreso…decidete voi!!!

FABIO BUCCOLINI

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I film ritrovati. “It follows” il tanto acclamato horror americano finalmente in Italia

Nuovo appuntamento con la rubrica “I film ritrovati”, questa volta vi parlerò di “It follows” horror americano datato 2014. Alla sua uscita suscitò un putiferio. Approvazioni a destra e a manca, critici entusiasti e addirittura è stato classificato uno degli horror migliori del nuovo millennio. Niente di più sbagliato, classico b-movie scontato.

It follows

Il bello del cinema realizzato con pochi fondi è che gli autori devono sforzarsi se vogliono realizzare qualcosa di buono. Ma questo non è il caso di “It Follows”. Ci sono tutti gli elementi per realizzare veramente un buon film: l’incidere lento del tempo, il silenzio e l’assoluta mancanza di scopo nella violenza, in pratica si ritorna al passato; a quegli anni ottanta dove questi temi hanno fatto la fortuna dell’horror e consacrato dei personaggi (Jason, Freddy) a vere e proprie icone. Ma il talentuoso regista rovina tutto. Tecnicamente gira veramente un’ottima pellicola ma per quanto riguarda il resto, “It follow” è scontato, ridondante di luoghi comuni e insulso. Niente di più di un horror estivo di cui non si sentiva la mancanza e che deve la sua fortuna solamente ad una gigantesca pubblicità ingannevole volta solo a convincere lo spettatore che quello che sta guardano è un capolavoro indiscusso della cinematografia. Il classico caso in cui i mass media ci dicono una cosa e per noi comuni mortali è giusta a prescindere.
Questa la trama: Jay ( la brava Maika Monroe ) diciannovenne sguazza vivendo la sua giovinezza. Ma la tranquillità, ovviamente, svanisce subito. Una serata di passione si tramuta in orrore quando il ragazzo col quale ha appena fatto sesso la sequestra. Lui le confessa che con l’atto sessuale le ha passato una sorta di “maledizione”: d’ora in poi qualcosa la seguirà e può avere le sembianze di chiunque, conosciuto o non. Colui che la insegue sarà “lento ma non stupido” e se la raggiunge la uccide. Ora Jay deve affrontare questa maledizione, ad aiutarla ci saranno i suoi giovani amici.

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Teen movie che strizza gli occhi ai film dello stesso tipo, “It follows” descrive continue fughe da fermi di questi ragazzi. L’entità da cui non si può fuggire non è altro che la metafora del mondo in cui vivono. Ottimo incipt che si perde nel voler scavare troppo a fondo. Ci sono regole ben precise se si vuole omaggiare i temi tanto amati negli anni ottanta. Si deve cercare solamente di sopravvivere senza ma e senza se. Qui una grande quantità di psicologia spicciola confonde lo spettatore senza portarlo mai ad un fine. Si cerca di enfatizzare il fatto che i giovani sono lasciati a se stessi, i genitori sono sempre assenti e non si curano di loro ma non si può fare con una “cosa” che ti segue lentamente e se tu prendi la macchina e scappi ci mette giorni per trovarti…Ma scherziamo? Se Freddy Krueger vedesse una cosa del genere ritornerebbe nei nostri sogni per farci capire veramente cosa significa non avere scampo. Quella era una realtà claustrofobica in cui nessuno sogna nemmeno più di andare via.
Quello che mi fa più scalpore è che il regista David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con “The myth of the american sleepove”. Aveva già dimostrato di saper raccontare la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere il suo stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. Ma toppa alla grande, confeziona un film scialbo e scontato in cui cerca di entrare troppo nel profondo ma non ha la capacità di gestire fino in fondo le reazioni psicologiche ed emotive dei personaggi. In pratica voto 10 per la messa in scena ma 2 per il resto.
Volete un consiglio? Evitatelo…evitatelo finché potete, altrimenti lentamente ed inesorabilmente vi inseguirà per il resto della vostra vita.
Un attesa di 2 anni buttata al vento.

FABIO BUCCOLINI

“The neon demon”, la bellezza disturbante secondo Nicolas Winding Refn

Dopo il tanto acclamato “drive” e il criticato “solo Dio perdona” Nicolas Winding Refn torna al cinema con una pellicola che di certo non è passata inosservata al festival di Cannes ma che va oltre i limiti obbiettivi del regista danese.

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Che Refn sia un ottimo regista non ci sono dubbi, tecnicamente è impeccabile e tutto quello che gira è una macchina perfetta di estremo estetismo che rende impeccabile il suo lavoro. Ma tutto il clamore che suscita nel momento in cui si inizia a parlare del suo nuovo film è effettivamente giustificato? Dal mio punto di vista assolutamente no. Lui è il classico esempio di come i media riescano a plagiare il pubblico. Tu vedi e ti piace quello che gli altri ti fanno credere che sia bello. Se ci pensiamo bene “Drive” è un capolavoro, ingloba in se tutta la meticolosità del regista che riesce con dialoghi quasi pari a zero a esprimere delle sensazioni profonde nello spettatore.
Da “Solo Dio perdona” il suo lavoro si è fatto molto più metafisico e simbolico volendo quasi imitare il maestro David Lynch e questo è stato il suo passo falso. Parliamoci apertamente caro Nicolas, tu non sei Lynch, continua a fare ciò che sai fare bene, cioè film cupi, quasi grotteschi dove la violenza è più psicologica che visiva ma non toccare un campo in cui non potrai mai elevarti. Tanti lo hanno definito anche l’erede diretto di Lars Von Trier, ma stiamo scherzando??? Trier quando fa qualcosa colpisce duro e sfonda lo stomaco dello spettatore senza pietà.
Comunque torniamo al punto saliente dell’articolo cioè “The neon demon”.
La trama è presto detta: “Quando l’aspirante modella Jesse (Elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha”.
L’apertura, con la sua musica elettronica e i colori psichedelici e fluo fanno ben sperare ed è l’inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda.
È chiaro che Refn vorrebbe andare a parare nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Ma se ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene da metà in poi “The Neon Demon” si chiude su se stesso e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Dov’è finita la lurida potenza di “Pusher”, dove si è perduta la follia di “Bronson”, dove si nasconde la gloriosa violenza di “Valhalla Rising”? In pratica dov’è finito Nicolas Winding Refn?
È come se dopo l’esagerato successo ottenuto con “Drive”, il regista danese abbia perso il senso di un fare cinema che sta piano piano diventando solamente forma, in nome dell’assoluta estetica.
E’ l’inizio della fine di una carriera tanto osannata oppure ci sarà una ripresa?
Solamente il tempo ci saprà dare una risposta…

FABIO BUCCOLINI

“The Hateful eight”, l’apice della carriera di un cineasta innovatore

Dopo una gestazione travagliata finalmente è arrivata nelle sale la nuova opera di Quentin Tarantino, dove tutto è il contrario di tutto e ovviamente non ha mancato nel suscitare rumore tra chi lo adora e chi lo considera il passo falso della carriera perfetta del regista americano.

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Nella prefazione ho parlato di opera perché di questo si tratta. “The hateful eight” non è un film, è una vera e propria opera d’arte a partire dalle grandi musiche del nostro Ennio Morricone passando per una scenografia ai limiti della perfezione e il tutto contornato dalle riprese con pellicola ultrapanavision 70mm.
Era il lontano 2013 quando il regista Quentin Tarantino dichiarò al mondo intero che il suo prossimo film sarebbe stano un altro western dal titolo “The hateful eight” e che una prima bozza della sceneggiatura era già pronta. Passano i mesi e le notizie si fanno sempre più insistenti ma ad un tratto il fattaccio; la sceneggiatura finisce illegalmente in rete e il regista infuriato dichiara che il progetto sarà accantonato. Poi di nuovo una notizia bomba, Tarantino rimette mano alla sceneggiatura ( si vocifera che questo sia successo grazie alla forte insistenza di Samuel L. Jackson) e annuncia che le riprese del film inizieranno a fine 2014.
Ecco la trama: “Una diligenza viaggia nell’innevato inverno del Wyoming. A bordo c’è il cacciatore di taglie John “The Hangman” (Il Boia) Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue, diretti verso la città di Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, si aggiungono il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un famoso cacciatore di taglie, e Chris Mannix, che si presenta come nuovo sceriffo di Red Rock. Infuria la tempesta di neve e la compagnia trova rifugio presso l’emporio di Minnie, dove vengono accolti non dalla proprietaria, ma da quattro sconosciuti: il messicano Bob, il boia di Red Rock Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il generale della Confederazione Sanford Smithers. La bufera blocca gli otto personaggi che ben presto capiscono che raggiungere la loro destinazione non sarà affatto semplice.”

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Il tanto temuto sequel di “Django Unchained” è lontano anni luce, per le ambientazioni claustrofobiche e per i suoi intrecci narrativi, si avvicina molto allo stile del primo Tarantino ma pensare a “Le iene” e “Pulp fiction” porterebbe comunque fuori strada. La pellicola per l’effettivo utilizzo degli spazi, dei tempi e delle dinamiche tra i personaggi richiama scenari prettamente teatrati o opere di Agata Christie (Q. per la seconda parte della pellicola si è ispirato molto a “Assassinio sull’Orient Express”).
Per tutta la durata del film, viene a mancare il solito clima Tarantiniano, “The Hateful Eight” è magistrale, cupo, violento e davvero tanto spettacolare, è un gioco di specchi e di maschere di quelli che piace tanto mettere in scena al regista del Tennessee, che ancora una volta si bea di se stesso e si dilunga in dialoghi perfetti ed infiniti.
La pellicola imprime nello spettatore un senso di oppressione ai limiti della sopportazione che lo sopraffà per tutta a durata e lo disarma completamente.
La tensione che domina tutto il film esplode come una granata invisibile ma terrificante; in breve tutto diventa insostenibile, tanto per gli interpreti quanto per lo spettatore, che rimane disorientato per la violenza con cui si manifesta. Il finale è sofferto per quanto riguarda gli standard di Tarantino, ci troviamo davanti al trionfo del dramma di una situazione irreparabilmente dolorosa e certamente amara. Un finale in cui è tangibile l’idea di disgrazia che a tutti gli effetti non lascia troppo spazio all’immaginazione.

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Per questo mistery da camera in cui la violenza sale lenta per poi esplodere implacabile sul finale, Tarantino si affida a un cast di attori con cui ha già lavorato, primo fra tutti Samuel L. Jackson, cui si aggiunge una cattivissima Jennifer Jason Leigh che per la sua interpretazione è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista.
“The Hateful Eight” è un film lento, denso, difficile, verboso, teatrale. Ma bellissimo. Meno “commerciale” del suo predecessore ma certamente più maturo.
Che vi piaccia o no, merita assolutamente la visione, ma preparatevi psicologicamente…usciti dalla sala non lo dimenticherete con molta facilità.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Love”, l’amore secondo Gaspar Noè

Presentato al Festival di Cannes 2015, l’ultimo lavoro di Noè gridava allo scandalo ancor prima di “nascere” ma nonostante le tante scene di nudo, il film si può definire una classica storia romantica vissuta fino in fondo.

Love locandina

Il film di Gaspar Noé passerà alla storia come primo film “d’autore” a proporre eiaculazioni in 3D.
Questa cosa è veramente triste, infatti non solo gran parte della pellicola è autobiografica (Gaspar Noé si diverte a infarcirlo di riferimenti alla sua vita personale e alle proprie ossessioni), ma finalmente qualcuno è riuscito a raccontare una storia d’amore senza censure dove l’iperrealismo fa da padrone. Lo sguardo di Noè sull’amore e sul sesso, sul sentimento e la passione e sulle dinamiche che li rendono appassionati è maturo e consapevole, non come un liceale alle prime armi; Noé non si nasconde affatto e il suo “Love” è un film che parla del sesso in termini sentimentali senza tralasciare niente.
Questa la trama: “Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell’anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell’arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono”.

Love
Storia d’amore sotto ectasy e cocaina, “Love” è il viaggio a ritroso di Murphy nella storia d’amore con la parigina Electra, aspirante artista dal passato burrascoso e il presente inquieto; un amore fatto di slanci ultraromantici e di tanto, tanto sesso fatto per passione, fatto per rabbia, fatto per provocazione, per sperimentazione. Sesso filmato da Noé con cognizione, che non risulta mai davvero pornografico.
Unico elemento inutile è il 3D., o meglio, l’assoluta inutilità della sua presenza fatta eccezione per una scena che giustifica le parole di chi cerca di vendere Love come un porno tridimensionale. Per il resto, la terza dimensione non serve a nulla.
Noè riesce a mettere in evidenza il suo pensiero senza tanti ghirigori, e imbastisce un delirio autoriale di 135 minuti dove nulla è lasciato al caso, ne sul piano narrativo ne su quello stilistico; la musica è sublime (vedi la sequenza dell’orgia, il cui accompagnamento sonoro è il tema scritto da John Carpenter per Distretto 13 – Le brigate della morte).
Il tutto in nome del realismo puro e crudo tanto amato del regista che confeziona la sua opera più personale e autoreferenziale.
Insomma come tutti i film dell’autore franco/argentino, è molto particolare e farà discutere.
“Love” o lo si ama o lo si odia, a voi l’ardua scelta!!!

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Enter the void” il viaggio psichedelico di Gaspar Noé

“Sperimentale”, è questa la parola più adatta in riferimento a quest’opera; dramma psichedelico e allucinatorio che conferma praticamente tutto il bagaglio cinematografico già messo in mostra dall’autore: sesso e violenza senza soluzione di continuità oltre a una massiccia dose di spettacolarizzazione visiva.
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In “Enter the void” non è tanto ciò che si vede a devastare, bensì proprio ciò che si lascia intendere. Questo film è duro. L’effetto è quello di una moltitudine di pugni ben assestati allo stomaco. Una visione che lascia tramortiti e che si fa forte di temi tanto cari a Noé. Uno su tutti, il complesso di Edipo. Qui torna ad essere riproposto, ma rielaborato e scaraventato in faccia a noi tutti con una violenza brutale, a tratti insostenibile.
Il manierismo del regista si vede soprattutto tramite le tecniche di ripresa utilizzate: la soggettiva e l’uso della cinepresa a mano che è il suo cavallo di battaglia (già ampiamente usata in “Irréversible”). Il montaggio si plasma perfettamente ai movimenti della macchina da presa, le sonorità sono ipnotiche, le luci stroboscopiche e la stupenda fotografia contribuiscono a creare una Tokyo eterea e maledetta.
Creatività e conformismo sicuramente non mancano in questa pellicola, ma la domanda sorge comunque spontanea…quale è la vera essenza di “Enter the void”? A mio parere, questo è un film che va vissuto come un’esperienza sensoriale straordinaria, è una sorta di inno alla sensorialità prodotta dall’uso degli stupefacenti, in un complesso edipico che è la causa di un’ostentazione del proibito che sfida pornografia e gore. Il tutto racchiuso in una durata che supera i 150 minuti.
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In pratica se si cercava l’esatto opposto di “The Tree of Life” è a questa pellicola che bisogna rivolgersi. Lì è la vita ad essere esaltata, senza negare il Male. Qui solo una faccia della medaglia viene spudoratamente esacerbata, il male “assoluto”.
Niente è messo a caso in un film che idolatra il Caso. A regnare incontrastato è un Caos senza soluzione di continuità. E d’altro canto come potrebbe essere diversamente? In un’immensa metropoli alla deriva, le esistenze sono regolate da dinamiche che non hanno nulla a che vedere con la volontà del singolo. Un lungo, mortificante proclama all’autodistruzione, deresponsabilizzante e senza merito alcuno. Il tutto, tramite una crudezza delle immagini non indifferente. Non tanto per lo scandalo che può suscitare un rapporto sessuale ripreso con una certa dovizia di particolari. Né probabilmente per le immagini di un aborto consumato, con tanto di primissimo piano sul feto estirpato, non è certo una fellatio, un paio di tette o qualche allusione troppo spinta a scandalizzare; Perché, le ultime generazioni sono state ampiamente preparate in tal senso.
L’enorme merito di “Enter the void” è la sua massima aspirazione all’ultrarealismo, tema molto amato da Gaspar Noé. Il film non rinuncia a tutto ciò e anzi rilancia mettendo altra carne sul fuoco, dando vita un spirale delirante e suggestiva. Non è un caso che proprio nel progetto di una vita, Noè si sia lasciato trasportare dal suo smisurato egocentrismo. Il “vuoto” che la pellicola porta con sé nel titolo sembra essere proprio lo specchio di un regista che, aggrovigliando una matassa infinita di idee, le districa tutte senza nessun problema e crea la sua opera visivamente migliore.
Negli anni a venire si parlerà di questo film come di un cult (i presupposti ci sono tutti), ma continuerà sempre a dividere il pubblico e critica.
Io lo amo…e voi?

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Irréversible”, l’iperrealismo di Gaspar Noé

Accade spesso che il successo o la popolarità ottenuti da un film siano inversamente proporzionali alle sue qualità oggettive. La partecipazione a un festival prestigioso, la fama degli interpreti, ne sviluppano una sorta di mitizzazione. “Irréversible” non sfugge a questa tipologia. Un’opera in grado di far parlare di sé anche se i temi trattati già sono stati utilizzati più e più volte: il sesso e la violenza.

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Non si può negare che di sesso e di violenza il film ne contenga, ma è ancora più evidente, che al contrario di quello che ci si aspetti da questo tipo di lavori, di questi elementi il film si nutre.
Il film di Noé (grande amante del cinema sperimentale) non è una riflessione sul sesso e sulla violenza; rinuncia ad essa e si concentra sulla narrazione più veritiera possibile dei fatti. E’ una storia vera, di orrore e passione che potrebbe capitare a chiunque, il regista vuole che ti immergi in questa situazione per niente paradossale, e ti fa riflettere su situazioni che fino ad ora potevi vedere solo nei notiziari e alle quali non dai peso più di tanto. Noè vuole che tu prenda consapevolezza della situazione e se ne frega altamente di dare risposte anzi…nemmeno cerca di offrirtele.
Gli interessa costruire un universo distorto e contraddittorio nel quale sezionare minutamente i dettagli. Per far questo Noé utilizza una storia semplice e banale, assolutamente niente di originale; un uomo vuole vendicarsi di colui che ha violentato e picchiato la propria donna, innestando il tutto in una struttura narrativa che procede a ritroso partendo dalla scena finale per concludersi con quella che si trova all’inizio. Nulla di nuovo, la stessa storia e il medesimo procedimento al contrario venne usato in Memento, il capolavoro di Christopher Nolan. Il regista inoltre sceglie la strada del piano-sequenza: lunghissime scene senza stacchi o soluzione di continuità che seguono gli attori nelle loro vicende. Ma il regista si spinge oltre, vuole scardinare la percezione visiva dello spettatore. Noé collega i vari piani-sequenza solo con ottimi movimenti di macchina, non taglia una scena. Questo si può notare soprattutto all’inizio dove le ultime tappe del viaggio alla ricerca dello stupratore ci portano direttamente all’Inferno: un locale per omosessuali (si chiama Rectus) che Noé raffigura con la massima dinamicità possibile, ma accentuando anche la nostra difficoltà di percepire quello che accade (ambienti cupi, pellicola sgranata). Ne viene fuori un tripudio di immagini di difficile definizione, che provocano uno spaesamento a tratti incontrollabile e una raffigurazione che si fa spesso onirica e vagheggiante che frantuma l’illusione di realtà (chiaro omaggio ad “Eyes wide shut di Kubrick).
Grazie ai movimenti di macchina, ai piani-sequenza e alle tante citazioni kubrickine ( la macchina da presa passa e ripassa davanti a un manifesto di 2001: Odissea nello spazio, inoltre la colonna sonora iniziale è sorprendentemente simile alla Marcia funebre che apre Arancia meccanica), “Irréversble” coglie in pieno il suo obbiettivo. Quello di rappresentare efficacemente una realtà e di costruire un universo credibile, tutto con una riproduzione in presa diretta. Il tutto è estremamente realistico; rivela, nasconde, allude e ti sbatte in faccia quello che è…la realtà. In questo senso, è emblematica la scena dello stupro; sconvolge per il suo impatto, volutamente lunga (circa 10 minuti) e cristallizzata in un insopportabile autocompiacimento di maniera teso a provocare la massima repulsione. Noé ci vuole dire: ecco quello che vedete tutti i giorni al telegiornale, non sembrava così atroce, adesso provate a rimanere indifferenti.

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Evito di parlare dell’interpretazione, conosciamo tutti la pochezza della Belluci che, se non fosse per la sua bellezza, non sarebbe mai diventata quella sorta di icona quale è e Vincet Cassel è uno dei migliori attori europei…ho detto tutto.
In conclusione, “Irréversible” sfortunatamente sarà ricordato solo per merito del tanto scalpore suscitato al Festival di Cannes 2002, ma fidatevi recuperate questo piccolo gioiello indipendente duro da digerire, il resto non conta.
I pugni nello stomaco durante la visione sono ben assestati, tirati con lucidità e intelligenza…questo film fa davvero male.

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “Piranha 3DD” trash allo stato puro

Dopo tre anni di “attesa”, è uscito in Italia il sequel di “Piranha 3D” di Alexandre Aja datato 2011. Come di consueto in Italia, niente sala cinematografica, si passa direttamente per l’home video…anzi in prima assoluta su Sky e poi distribuito in DvD e Blu-Ray.
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Tanto sanguinolenta quanto divertente operazione tridimensionale che, in un’epoca caratterizzata da una Settima arte sempre più povera di idee originali e in preda al continuo recupero di soggetti già trasformati in film, non poteva fare a meno di generare questo secondo episodio, non più diretto da Aja, ma dal John Gulager, il responsabile dei tre Feast.
Ecco la trama, se si può chiamare tale: “L’apertura di un nuovo e spettacolare parco acquatico diviene motivo di attrazione per i giovani di una tranquilla cittadina americana. Tra alti scivoli da cui lanciarsi e grandi piscine in cui sollazzarsi, i ragazzi vedranno trasformarsi il divertimento in incubo quando, attraverso le condutture idriche, un gruppo di piranha dai denti affilati come lame infesterà le acque del posto, uccidendo con attacchi rapidi e brutali chiunque capiti sotto tiro, con le autorità locali incapaci di fermarli e con la studiosa Maddy, insieme agli amici Kyle e Barry, intenta a trovare una soluzione per porre fine ai famelici attacchi”.
Piranha 3DD
Il cinema di John Gulager è puro cinema d’avanzi, proprio come recita il secondo capitolo della trilogia di “Feast”, appunto “Sloppy Seconds”. Ricicla, impasta, rifrigge gli ingredienti dei suoi film precedenti e, in questo caso del remake a cura di Alexandre Aja, e come nel menù di mezzogiorno di qualsivoglia ostaria/trattoria che si rispetti propone una “pasta pasticciata” che potrà risultare indigesta per alcuni e saporita per altri.
E il cast? Se non fosse per David Hasselhoff, che nel ruolo di se stesso qualche sorriso riesce a strapparlo, e per la piccola ma fulminante apparizione di Christopher Lloyd (quando un attore ha classe!) non sarebbe neanche il caso di parlarne. Persino Ving Rhames, che ci propone un bruttissimo omaggio a Planet Terror, riesce ad uscirne sconfitto, adattandosi perfettamente all’atmosfera di questa pellicola, che altro non è se non la pallida copia dell’originale.
Piranha 3DD ha in se la follia della parodia più truce che cerca di allontanarsi dalla seriosità del suo predecessore che al contrario si prendeva un po’ troppo sul serio, ma nel farlo eccede in senso opposto finendo per peccare di una compiaciuta idiozia nel senso più comico e delirante del termine, allontanandosi così anni luce dal suo predecessore, ma anche dall’originale di Joe Dante, prestandosi così ad una veloce e più consona fruizione casalinga.

FABIO BUCCOLINI

I film ritrovati. “Babadook” acclamato come capolavoro…ma scherziamo?

Molto spesso la pubblicità è ingannevole. Questo film ne è un esempio. Uscito in piena estate, è stato pubblicizzato come il miglior horror dell’anno paragonato a capolavori della cinematografia dell’orrore. Niente di più vero.
Babadook
Il progetto dell’australiana Jennifer Kent parte da un suo corto, “Monster”, del 2005. Trovati i fondi per produrre una pellicola vera e propria, imbastisce questo “Babadook”.Chiariamoci, non tutto è da buttare; l’idea di base è abbastanza curiosa o almeno voleva presentare il tema delle possessioni unita alla classica storia dell’uomo nero in maniera diversa dal solito.
Ecco a voi un accenno di trama: “Sei anni dopo la morte violenta del marito, Amelia è ancora in lutto. Lotta per dare un’educazione al figlio ribelle di 6 anni, Samuel, un figlio che non riesce proprio ad amare. I sogni di Samuel sono tormentati da un mostro che crede sia venuto per ucciderli entrambi. Quando l’inquietante libro di fiabe Babadook arriva in casa, Samuel è convinto che il Babadook sia la creatura che ha sempre sognato. Le sue allucinazioni diventano incontrollabili e il bambino sempre più imprevedibile e violento. Amelia, seriamente spaventata dal comportamento del figlio, è costretta a fargli assumere dei farmaci. Ma quando Amelia comincia a percepire una presenza sinistra intorno a lei, inizia ad insinuarsi nella sua mente il dubbio che la creatura su cui Samuel l’ha messa in guardia possa essere reale.
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Il film abbraccia una “filosofia più orientale”. Il legame madre-figlio e la paura di natura psicologica ricordano molto film come “The Ring” o “Dark Water”. L’opera è ricca di citazioni, lo stesso Babadook sembra ispirarsi ad alcuni classici del cinema espressionista come “L’uomo che ride” di Paul Leni.
Come tutte le pellicole orientali di rilievo in questo genere, “Babadook” cerca di creare terrore nello spettatore tramite il classico canone del “vedo non vedo” ma la tensione stenta ad arrivare. La pellicola parte dopo abbondanti 45 minuti, e tutta l’originalità e curiosità che aveva creato nei primi 5 si perde pian piano per strada arrivando ad un finale presso che scontato lasciando lo spettatore a chiedersi: ma perché? La curiosità di quest’ultimo non è data da un finale aperto che preannuncia un sequel ma a gravi carenze di sceneggiatura che mandano in confusione lo spettatore fino all’epica conclusione che si può classificare proprio come ridicola.
Una nota a favore dell’intero progetto è il sonoro davvero ben realizzato, con tanti scricchioli, rumori sinistri e porte che cigolano; l’unico senso di angoscia che suscita allo spettatore lo danno proprio questi elementi.
Se per l’aspetto horror il film non è affatto questo capolavoro che ci si aspettava, i tanti applausi della critica sono giustificati. Jennifer Kent scava a fondo nei tormenti della protagonista partendo da una mitologia ben radicata nell’immaginario horror e mostra come si potrebbe trovare la luce a patto di saper convivere con i propri demoni. Perché nonostante i nostri sforzi il male è parte integrante dell’animo umano, solo che non riusciamo a vederlo.
Molti film in Italia non arrivano e questo poteva tranquillamente restare reperibile solo tramite il “mercato” underground. C’erano e ci sono opere che, più di questa, avrebbero meritato il buio della sala.
Vi lascio con un quesito…secondo voi, ne avevamo veramente bisogno???

FABIO BUCCOLINI

“The green inferno” nessun grande scandalo ma un grande Eli Roth

Aberrante, feroce, estremo…una pubblicità che gridava allo scandalo. Perfino la censura si è messa in mezzo urlando a grande voce il divieto ai minori di 18 anni. Come al solito tutto fumo e niente arrosto. Si, il film di Roth è veramente feroce, il divieto a 18 anni se pur discutibile, è giustificato ma rimane, alla vista, il classico horror truculento.
the green inferno
Feroce, aberrante, efferato, estremo, inaccettabile, crudele. La campagna promozionale di The Green Inferno prospettava un film ben oltre l’immaginabile, ben oltre quanto avevamo già visto al cinema e non solo nei cannibal movie. Invece, di feroce, aberrante, efferato, estremo, inaccettabile e crudele non c’è poi così tanto. Il nuovo film di Eli Roth va preso per quello che è: un omaggio al filone cannibalico degli anni Settanta e Ottanta.
TGI
Dopo il selvaggio turismo sessuale e il consumistico delirio capitalista criticati nella trama da incubo di Hostel, il regista Eli Roth ha deciso in questo film di lasciare spazio agli ideali che nobilitano l’animo umano. Infatti in The Green Inferno vediamo dei giovani studenti degli Stati Uniti impegnarsi nella nobile causa di salvare la foresta amazzonica la sua popolazione dal rischio della distruzione da parte di multinazionali decise a tutto in nome del consumismo capitalista. Questi ragazzi, convinti ecologisti capiranno a loro spese di essere stati soggiogati da un vero e proprio farabutto che si proclamava loro leader. La tematica affrontata consente al regista di ribaltare diverse situazioni in modo tale da arrivare ad un epilogo crudele che vedrà questi studenti amici degli indigeni finire tra le grinfie di una tribù di cannibali.
The green inferno
Se avete lo stomaco debole e non riuscite a sopportare violenza e sangue, astenetevi dalla visione di questa pellicola. “The Green Inferno” è infatti un gore movie in piena regola, crudo e violento che omaggia quel cinema italiano (“Cannibal holocaust” su tutti) che nei lontani anni 70 e 80 avevano creato parecchio scandalo. Ora siamo abituati ad essere bombardati da immagini violente, il sangue scorre nei nostri telegiornali, eppure un film come questo ancora riesce a turbare.
The Green Inferno” conduce lo spettatore ad assistere ai dettagli più truculenti delle torture e della conservazione sotto sale e affumicatura della carne umana, ma ci mette a nudo anche le varie anime di Roth, prima tra tutte quella documentaristica. La sensazione che si ha, infatti, è di essere davanti ad un film diverso dai suoi soliti, che vuole non solo raccontare, ma anche mostrare le bellezze selvagge del Perù.
La cosa più sorprendente e indiscutibile è che il regista rimane agganciato alla realtà contemporanea e ai problemi che la attanagliano, lasciando da parte figure orrorifiche tradizionali quali mostri, serial killer e demoni.
Eli Roth continua a dirci chiaramente che il vero orrore non è al cinema ma nella realtà di tutti i giorni.
Attendete la fine dei titoli di coda per alzarvi…ne rimarrete sbalorditi!!!

FABIO BUCCOLINI

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