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I film dimenticati. “Paura e delirio a Las Vegas”, l’on the road allucinogeno di Terry Gilliam

Terry Gilliam e due dei più talentuosi attori della loro generazione; un irriconoscibile Johnny Depp, reso calvo e con il volto costantemente deformato, e Benicio del Toro, ingrassato appositamente di circa 20 Kg, sono la ricetta di un film diventato cult con il passare del tempo, essendo stato un flop d’incassi all’uscita.

“Paura e delirio a Las Vegas” è ispirato al romanzo Fear and Loathing in Las Vegas, un racconto autobiografico del giornalista e scrittore Hunter S. Thompson, basato sulle sue scorribande a Sin City in compagnia del proprio avvocato.

Fu lo stesso regista a universalizzare il senso del romanzo di Thompson. Quando “Paura e delirio a Las Vegas” vede la luce nel 1998, provocando reazioni a dir poco divise in quel di Cannes, per poi essere quasi totalmente massacrato dalla critica in patria; l’Europa, come d’abitudine con il regista, si dimostrerà invece più clemente. Rimettere mano agli eccessi e alle schizofrenie di un’epoca irripetibile. Il Gilliam che aveva attraversato l’oceano per unirsi ai folli Monty Phyton, segnando una cesura netta con la propria patria, torna a Hollywood quando le sirene reazionarie già iniziano a fare capolino, e cerca di mettere a soqquadro un sistema solido, stratificato, eppure sempre più prossimo alla mediocrità produttiva.

Quest’opera è stata caratterizzata da una genesi tormentosa e oltremodo lunga, a causa dello scarso budget di produzione, del continuo passaggio di mano dello script e della a lungo infruttuosa ricerca del cast adatto. Dopo aver ricevuto il rifiuto di numerose case di produzione, essere stata nelle mani di Alex Cox e aver avuto (quasi ufficialmente) coppie di attori protagonisti e avendole perse per i più disparati motivi, sembrava non avere futuro. Essa finalmente prese vita quando fu proposta a Gilliam, il quale riscrisse quasi per intero la sceneggiatura e i due ruoli principali vennero affidati a Johnny Depp e Benicio del Toro.

Ambientato negli anni ’70 negli Stati Uniti, questo road movie psichedelico ha l’ambizione di riflettere intorno alla chimera che i giovani hanno rincorso durante la grande ondata di LSD a San Francisco, periodo da cui sono nati gli artisti della beat generation, in cui i ragazzi credevano di poter cambiare il mondo con la sola forza dell’amore e della pace. Utopia infrantasi nel giro di pochi anni.

Il film è costruito con maestria: il filo narrativo non è fortissimo, ma insieme alla fotografia e alle inquadrature lisergiche serve a enfatizzare il vero ‘viaggio’, quello mentale, a base di droghe psicotrope, non quello finalizzato a correre sul luogo degli eventi per immortalarli con la propria penna. Quello è solo un pretesto per mostrare un percorso diverso, parallelo a quello triste e ordinario di coloro che sperano di cavalcare trionfanti il Sogno Americano. Un viaggio a base di mescalina, cocaina, metedrina, LSD, oppio, etere puro, che ha lo scopo non solo di ritrovare quell’apice che i giovani della seconda metà degli anni ’60 hanno vissuto, ma di scoprire in fondo qual è il vero senso della vita, attraverso l’illusoria espansione di coscienza promossa da Timothy Leary in quegli anni.

Terry Gilliam tenta un’impresa realizzata pochissime volte prima di lui a livelli così alti (a memoria ricordiamo solo Il pasto nudo di David Cronenberg), cioè immergersi completamente nella mente di due persone in preda al delirio di droghe e alcool, mostrandoci con ardite scelte registiche e una perfetta computer grafica le loro allucinazioni, la distorsione della loro realtà e le inevitabili conseguenze sui loro comportamenti.

Quest’opera vuole descrivere un’epoca e una condizione sociale e personale. Non si deve credere che l’intelligenza e la conseguente lettura di un mondo imperfetto e di una società a pezzi conduca l’individuo a danneggiarsi e stordirsi. Bisogna scoprire una mentalità errata per poi poterla evitare.

Da vedere, capire e riflettere su ciò che ci viene mostrato.

E come disse il nostro caro Raoul Duke:

“Ecco che se ne va. Uno dei prototipi di Dio, un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per le produzioni di massa. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire.”

FABIO BUCCOLINI

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