Archivio mensile:ottobre 2019

“JOKER”, QUANDO LA PAZZIA DIVENTA NORMALITA’

Dopo la vittoria del Leone d’oro al festival di Venezia, approda nelle sale uno dei film più attesi, acclamati e criticati dell’anno; il “Joker” di Todd Phillips, un viaggio dentro la mentalità umana.

Joker 1

Joker non è certo il classico film tratto da fumetti. È un racconto tragico che scrive un nuovo capitolo sul personaggio DC Comics e che immagina le origini della crudeltà perversa che lo rappresenta. La sua deriva violenta è la svolta di un passato di emarginazione e sopraffazione. È il riscatto di chi ha subìto prevaricazioni.
L’anima di tutta la pellicola è lui, Joaquin Phoenix, i suoi strazianti primi piani e la sua dolorosa risata da iena. Denti storti, lacrime, un corpo magrissimo che si contorce in un ballostraziante e che davanti a quella tenda sembra compiere una trasformazione. Quell’uomo sta mutando in qualcos’altro, sta letteralmente cambiando pelle. Arthur Fleck sta diventando Joker. Non un Joker, ma il Joker, la nemesi di Batman che tutti conosciamo, lo psicopatico pagliaccio assassino di Gotham City.
Il Cinema è stracolmo d’interpretazioni attoriali superbe ma sono pochissime quelle così potenti da estasiare in modo tanto istantaneo, accecante e ad entrare sfolgoranti nell’immaginario collettivo con immensa dirompenza e grandiosa prepotenza.
Per interpretare un personaggio così complesso e stratificato ci voleva l’interprete perfetto e Joaquin Phoenix non solo è straordinario nel ruolo, ma sembra nato per interpretarlo. Dimagrito in modo impressionante, stravolto in un’espressione che rende la sua faccia una maschera, l’attore ha fatto un lavoro mostruoso sul corpo, trovando almeno quattro differenti risate, muovendosi come un animale in gabbia e ballando in un modo mai visto prima al cinema, uno stile che sembra un’arte marziale ma allo stesso tempo lo fa sembrare leggero e incorporeo.
Il premio Oscar per il migliore attore protagonista del 2020 è già assegnato.

Joker

Fa riflettere che un regista sostanzialmente legato alla commedia abbia scritto e diretto un film che la commedia non la tocca praticamente mai, neanche da lontano, e che anzi tinteggia alcuni degli aspetti più grotteschi della vita, mettendo al centro della sua vicenda un emarginato con problemi mentali e inseguendo l’ispirazione di un certo cinema a la Scorsese che, non a caso, era stato coinvolto nelle fasi iniziali dello sviluppo del film.
Scorsese è uno spettro lontano nel Joker di Phillips, una figura di ispirazione a cui il regista tende costantemente riuscendo a comprenderne ed emularne le tematiche.
L’intuizione più interessante di Joker sta proprio nel fatto che non ci troviamo di fronte a un film di supereroi dalla fotografia patinata, ma a un vero e proprio film d’autore, a un dramma che trasforma il personaggio dei fumetti in un uomo in carne e ossa, vittima della violenza della società e di un’ingiustizia sociale che causa rabbia e frustrazione.
Questo Joker non è una figura enigmatica che snocciola frasi filosofiche, ma un uomo che soffre e che si sente dimenticato e invisibile, un essere umano lanciato come un proiettile verso il baratro per cui finiamo per provare empatia e che ci rimanda un riflesso inquietante di noi stessi. Tutti ci siamo sentiti almeno una volta frustrati, tutti abbiamo subito delle ingiustizie e fatto pensieri terribili: Tutti noi siamo “Joker”.
Per l’intera durata il film sconvolge lo spettatore, lo immerge totalmente nella mentalità psicopatica del protagonista e quando i titoli di coda si avvicinano, ciò che tutti si chiederanno è: Ma Fleck è il vero principe del crimine di Gotham o è stato l’ispirazione per qualcun altro?; sicuramente la genesi della Gotham di Batman, di come sia diventata una città sull’orlo del baratro.
Joker è una metafora, il prodotto della malattia mentale di un uomo e di una società che lo ha ignorato e brutalizzato.

“Credevo che la mia vita fosse una tragedia, invece è una cazzo di commedia”

FABIO BUCCOLINI

“IL SIGNOR DIAVOLO” IL RITORNO ALLE ORIGINI DI PUPI AVATI

Dopo alcune pellicole non troppo degne di nota, Pupi Avati torna in sala con una storia basata su un suo romanzo che sa tanto di un ritorno alle origini della sua carriera.

Il signor diavolo

Il ritorno all’horror padano giova a Pupi Avati; “Il signor diavolo” è lavoro ben riuscito grazie alle cupe atmosfere e all’analisi del potere del Male, della superstizione e della religione bigotta degli Anni ’50 nel cattolicissimo Veneto.
Esiste una certa aura mitologica intorno agli horror di Pupi Avati. Con “La casa dalle finestre che ridono” in testa, la modesta pattuglia di film realizzati tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ha generato un culto alimentato anche dal contrasto con quella che è stata la filmografia di Avati da lì in poi.
“Il Signor Diavolo” è un film che entra completamente nell’ottica del “classico” horror all’italiana, genere che in realtà non ha più rappresentanti da un bel pezzo, che è fiorito principalmente nello scorso decennio per mano di cineasti ormai molto anziani come Dario Argento e Lucio Fulci.
Si tratta di una pellicola che non può piacere a tutti gli amanti attuali del genere horror, ma che incontra sicuramente i gusti di chi apprezza appunto le particolarità tecniche che il genere ha da sempre: in particolare, se si ama un certo modo di usare la macchina da presa, una certa fotografia ed una certa gestione della narrazione si potrà godere immensamente di un film che dal punto di vista tecnico è semplicemente perfetto, in cui l’ambientazione tetra e le inquadrature fanno da soli gran parte del lavoro.
“Il signor diavolo” ha come pregio principale, prima di ogni valutazione narrativa, quello di un’ambientazione bellissima, cupa, adagiata lungo la laguna livida e calma che è quella di Comacchio per larga parte, ma traslata narrativamente un po’ più a nord a Venezia.
Il risultato è un film cupo, in certi tratti addirittura pessimista, che fotografa ed analizza come l’irrazionale, le paure, la malvagità e la costante ricerca dell’uomo di potere di toccare con mano il potere satanico diventino gli strumenti con cui l’oscurantismo e il potere della religione si impadroniscano dell’essere umano.

 

FABIO BUCCOLINI

“C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD” LA FIABA DI QUENTIN TARANTINO

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA OPERA PIU’ INTIMISTA TARANTINO TORNA CON IL SUO NONO FILM AFFRONTANDO UN GENERE ANCORA INESPLORATO, LA FAVOLA.

C'era una volta a...Hollywood

 

Dopo “The hateful eight” il regista del Tennessee torna con un film totalmente diverso. Una favola hollywoodiana piena di omaggi dove nulla è lasciato al caso.
“C’era una volta a…Hollywood” potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di” Pulp Fiction”. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969.
A Hollywood, nel 1969, ci sono un attore e la sua controfigura (che è anche un factotum e un amico); uno lo specchio dell’altro, vivono in maniera simbiotica. Come nel film di Tarantino vivono in maniera simbiotica le tante storie che racconta: quella della strage di Bel Air; quella del cinema (e della televisione americana), in quegli anni stava vivendo la fine di un’epoca e l’avvento della New Hollywood; e dei suoi protagonisti.
Il regista prende questi tre piani e li mescola, li rende uno la controfigura dell’altro, in un mix quasi indistinguibile di finzione, o finzione nella finzione, e realtà.
Tutto “C’era una volta… a Hollywood” è basato su questo intreccio di personaggi, storie e piani narrativi.
Per Tarantino, il riscatto può avvenire soltanto sul piano della riscrittura della Storia, depositaria di un’autenticità al contatto con la quale la finzione hollywoodiana ritrova improvvisamente una sua ragione d’essere. In modo ancora più lucido che in “Bastardi senza gloria”, viene così a essere spazzata via ogni pretesa di attendibilità del cinema agli eventi documentati, alla verità dei manuali e delle cronache, in favore di un potere di affabulazione immaginaria che non conosce confini.
Sì, i western ora si girano in Italia; ma Hollywood rimane pur sempre la terra di mezzo del cinema, luogo di metamorfosi magiche e magicamente noncuranti della Storia, dove due perdenti possono improvvisamente ritrovare la foggia e le forme dell’eroismo maschile.
La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta.
Spettacolari le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.
Certo, Tarantino si diverte a far fare a botte Cliff Booth e Bruce Lee, o a raccontare la parentesi italiana della carriera di Dalton, ma è tutto un divertissement citazionista e occasionale, e si vede che in realtà gli interessa poco. Quello che gli interessa è dare vita a un mondo nuovo nato dalla sovrapposizione di storia e storie, pavimentare la strada per dove vuole arrivare col suo film.
A quel punto sappiamo già cosa accadrà, e da un pezzo, anche perché il giochino per il regista non è nuovo: quello che non sappiamo è come, e con che toni. Un cocktail di registri che per Tarantino sono la sintesi massima del potenziale salvifico del cinema. Altro che cinema che insegna la violenza e devia le menti, come in una battuta fin troppo ovvia negli momenti finali del film.
Tarantino dimostra di essere sempre meno interessato allo stile brutale che l’ha reso famoso, ma che comunque continua a citare e omaggiare di continuo, nelle pieghe e nella forma del suo racconto, i film che ama. E qui conferma di essere sempre più lanciato verso un cinema che sia puramente teorico rispetto a sé stesso e alla sua storia.
Proprio quando “C’era una volta a…Hollywood” trova il suo finale perfetto ( in cui altro non si può fare che battere le mani) gli oltre centosessanta minuti della pellicola sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino”; è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

 

FABIO BUCCOLINI

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