“C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD” LA FIABA DI QUENTIN TARANTINO

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA OPERA PIU’ INTIMISTA TARANTINO TORNA CON IL SUO NONO FILM AFFRONTANDO UN GENERE ANCORA INESPLORATO, LA FAVOLA.

C'era una volta a...Hollywood

 

Dopo “The hateful eight” il regista del Tennessee torna con un film totalmente diverso. Una favola hollywoodiana piena di omaggi dove nulla è lasciato al caso.
“C’era una volta a…Hollywood” potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di” Pulp Fiction”. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969.
A Hollywood, nel 1969, ci sono un attore e la sua controfigura (che è anche un factotum e un amico); uno lo specchio dell’altro, vivono in maniera simbiotica. Come nel film di Tarantino vivono in maniera simbiotica le tante storie che racconta: quella della strage di Bel Air; quella del cinema (e della televisione americana), in quegli anni stava vivendo la fine di un’epoca e l’avvento della New Hollywood; e dei suoi protagonisti.
Il regista prende questi tre piani e li mescola, li rende uno la controfigura dell’altro, in un mix quasi indistinguibile di finzione, o finzione nella finzione, e realtà.
Tutto “C’era una volta… a Hollywood” è basato su questo intreccio di personaggi, storie e piani narrativi.
Per Tarantino, il riscatto può avvenire soltanto sul piano della riscrittura della Storia, depositaria di un’autenticità al contatto con la quale la finzione hollywoodiana ritrova improvvisamente una sua ragione d’essere. In modo ancora più lucido che in “Bastardi senza gloria”, viene così a essere spazzata via ogni pretesa di attendibilità del cinema agli eventi documentati, alla verità dei manuali e delle cronache, in favore di un potere di affabulazione immaginaria che non conosce confini.
Sì, i western ora si girano in Italia; ma Hollywood rimane pur sempre la terra di mezzo del cinema, luogo di metamorfosi magiche e magicamente noncuranti della Storia, dove due perdenti possono improvvisamente ritrovare la foggia e le forme dell’eroismo maschile.
La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta.
Spettacolari le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.
Certo, Tarantino si diverte a far fare a botte Cliff Booth e Bruce Lee, o a raccontare la parentesi italiana della carriera di Dalton, ma è tutto un divertissement citazionista e occasionale, e si vede che in realtà gli interessa poco. Quello che gli interessa è dare vita a un mondo nuovo nato dalla sovrapposizione di storia e storie, pavimentare la strada per dove vuole arrivare col suo film.
A quel punto sappiamo già cosa accadrà, e da un pezzo, anche perché il giochino per il regista non è nuovo: quello che non sappiamo è come, e con che toni. Un cocktail di registri che per Tarantino sono la sintesi massima del potenziale salvifico del cinema. Altro che cinema che insegna la violenza e devia le menti, come in una battuta fin troppo ovvia negli momenti finali del film.
Tarantino dimostra di essere sempre meno interessato allo stile brutale che l’ha reso famoso, ma che comunque continua a citare e omaggiare di continuo, nelle pieghe e nella forma del suo racconto, i film che ama. E qui conferma di essere sempre più lanciato verso un cinema che sia puramente teorico rispetto a sé stesso e alla sua storia.
Proprio quando “C’era una volta a…Hollywood” trova il suo finale perfetto ( in cui altro non si può fare che battere le mani) gli oltre centosessanta minuti della pellicola sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino”; è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

 

FABIO BUCCOLINI

Pubblicato il 2 ottobre 2019, in Cinema con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Rieccomi! Anch’io ho parlato di questo film nel mio ultimo post… spero che ti piaccia! 🙂

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  2. Recensione molto bella, scritta come tuo solito con grande garbo e senza bisogno di intervallare sinossi, commento e conclusioni con quella scansione dei periodi che in molti altri pezzi di tuoi colleghi ricorda ahimé i temi scritti in classe al liceo… C’è qui un flusso di pensieri, continuo e robusto ed anche se le conclusioni a cui arrivi con la tua critica estetica non sono le mie stesse, l’ho apprezzata moltissimo, specie perché priva di massimalismi ed assolutissmi.

    Non ti nascondo che quest’ultimo film di Tarantino (per me resta il decimo e non il nono, come ho letto altrove, perché definire Kill Bill un film unico è non riconoscerne le diversità e le differenti bellezze, ma anche questo è opinabile) sta dividendo molto, non tanto il grande pubblico generalista (il cui gradimento complessivo è più legati a sensazioni di pancia), ma proprio quello dei cinefili, come certamente siamo entrambi io e te: nella mia stessa città (Bologna) e persino nella stessa famiglia tra marito e moglie (conosco una coppia di appasisonati scritytori di cienma che hanno fatto recensioni quasi opposte di Once Upon a Time in Hollywood!), ci sono giudizi finali contrastanti, laddove, dando per assodato che si tratta di un film che supera gli altri contemporanei di parecchie spanne sull’aspetto tecnico e di mirabile capacità nella messa in scena, appare ad alcuni un capolavoro meta-cinematografico elegiaco e fantastico senza dubbi, mentre ad altri (tra cui me) si presenta come un capolavoro mancato, un film che doveva essere probabilmente per Tarantino il “film della vita” e che invece (sempre e solo secondo il mio modesto giudizio) ha mancato la possibilità di affiancare anche uno storytelling robusto ad una regia e ad una conduzione degli attori già straordinarie.

    Mi spiego meglio: l’intento rievocativo e nostalgico (quasi un 8 e 1/2 di fellinana memoria) è palese, le citazioni d’obbligo altrettanto evidenti, la ricostruzione al limite del maniacale impossibile da non notarsi, la recitazione di altissismo livello quasi sfacciata, infine è persino chiarissimo anche il pathos che Tarantino rovescia sullo spettatore per un cambiamento della società parallelo ad un cambiamento nel mondo del cinema e della tv in quell’epoca di transizione, ma (per me c’è un grosso “ma”) tutta la narrazione è troppo derivativa e troppo legata a vicende che si danno per scontate (non lo sono per il pubblico che Tarantino ha abituato con i suoi film) e poi questa storia che diventa una seconda volta permeabile ai cambiamenti della fantasia, questo usare per la seconda volta il plot twist del cambiamento della realtà dei fatti davvero accaduti ha per l’appunto il sapore agrodoce del già visto: ciò che in Inglourious Basterds era una novità geniale, qui diventa la licenza poetica di un re del cinema che si può permettere di ripetersi.

    Tra i nostri due dissimili punti di vista resta un grande rispetto reciproco e la condivisione di un amore sincero per la settima arte: sempre bello leggerti!

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