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I film dimenticati. “Fight club” il capolavoro incompreso di David Fincher

Fischiato e deriso alla sua uscita, acclamato in seguito all’uscita in home video, “Fight club” rappresenta il disagio della società moderna.

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“Fight club” si svolge con tono di commedia nera raccontando la vita di un impiegato divenuto nevrotico e infelice a causa dell’oppressione da parte della società.
Quando è uscita nelle sale cinematografiche questa pellicola ha suscitato molte polemiche. Nonostante non abbia avuto un grande successo al botteghino, dopo l’uscita in home video, grazie al passaparola è diventato un vero Cult Movie e Tyler Durden è diventata l’icona di molti giovani.
Dopo i sette peccati capitali di “Seven”, Fincher colpisce ancora…E colpisce sul serio. Crudo e violento al punto giusto, sembra essere il tentativo di analizzare i meandri più profondi della psiche umana prendendo come cavia un insonne consulente per una casa automobilistica (Edward Norton) che sembra trovare un pò di pace nella sua frustrazione frequentando corsi d’ascolto per affetti da malattie incurabili. Il protagonista si troverà di lì a poco alle prese con il suo alter-ego (Brad Pitt), che si rivelerà presto come tutto ciò che avrebbe voluto essere e che non è riuscito a diventare. Dopo una serie di eventi i “due” fonderanno un club dove le persone possono combattere senza regole e senza conseguenze e tutto questo per divertimento. La violenza in “Fight Club” è lo sfogo: la sua componente taboo svanisce per lasciar posto a quella perversa e divertente. Un tocco registico unico ed esilarante con un contorno di un’interpretazione magistrale da parte di Norton e di Pitt che mostrano ancora una volta un’abilità geniale e superba, hanno reso questo film uno dei più grandi capovalori del cinema moderno.
Decadente, ironico, cinico, “Fight Club” è tutto questo e molto ancora. E’ l’odissea di un uomo comune alla ricerca di se stesso; è anche la piccola-grande rivoluzione di quell’uomo nei confronti del mondo che lo circonda. E’ “Taxi Driver” ma corretto e riveduto, aggiornato all’epoca contemporanea. E’ il paradigma di ogni nevrosi che tortura l’uomo moderno: paura delle malattie, frustrazioni sul lavoro, un amore catastrofico ed autodistruttivo.
Un film cattivo e nichilista condito da una violenza fuori dal normale, che lo rende realisticamente duro e crudo, pieno di risvolti psicologici e denunce verso una società oramai in ginocchio.

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Fincher è a dir poco magistrale nell’ interpretazione del romanzo. Egli, infatti, rappresenta egregiamente le atmosfere cupe di Palahniuk, i crudissimi combattimenti del Fight Club e la spaventosa ambiguità del protagonista, riuscendo dove molti altri avrebbero sicuramente fallito. Rimodellando il finale per un effetto “più realistico” il nominato regista dimostra a tutti la sua vera bravura; riesce a creare un film iconoclasta, emblema dell’anticonformismo diventando immediatamente un film di culto. A contribuire ancor di più al successo sono gli attori. Brad Pitt è sublime nel suo ruolo, perfetto nei panni del pazzo anarchico e furioso sfoggia per il 90% del film tutta la sua bellezza interpretativa e il fisico marmoreo che forse un po’ cozza con i tanto acclamati ideali Durdeniani; un Norton a suo agio nei panni dello schizofrenico, messo un po’ in disparte dal compagno, dimostra comunque un notevole talento e una grande espressività. A chiudere il cerchio una Helena Bonham Carter che rappresenta tutto l’universo femminile di cui necessita il protagonista, dotata di un carisma fuori dal comune e di una femminilità fuori dal convenzionale. Un capolavoro sotto diversi punti di vista, denso di significati e di critiche verso uno stile di vita, racchiudendo in sé tutto il talento letterario di Palahniuk e arricchito dalla bravura di un Fincher in grande forma.
Un cult del cinema di fine millennio che nessuno dovrebbe perdersi.
E ricordate…dopo aver visto “Fight Club”, non dite a nessuno di averlo visto: è la regola.

FABIO BUCCOLINI

“C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD” LA FIABA DI QUENTIN TARANTINO

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA OPERA PIU’ INTIMISTA TARANTINO TORNA CON IL SUO NONO FILM AFFRONTANDO UN GENERE ANCORA INESPLORATO, LA FAVOLA.

C'era una volta a...Hollywood

 

Dopo “The hateful eight” il regista del Tennessee torna con un film totalmente diverso. Una favola hollywoodiana piena di omaggi dove nulla è lasciato al caso.
“C’era una volta a…Hollywood” potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di” Pulp Fiction”. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969.
A Hollywood, nel 1969, ci sono un attore e la sua controfigura (che è anche un factotum e un amico); uno lo specchio dell’altro, vivono in maniera simbiotica. Come nel film di Tarantino vivono in maniera simbiotica le tante storie che racconta: quella della strage di Bel Air; quella del cinema (e della televisione americana), in quegli anni stava vivendo la fine di un’epoca e l’avvento della New Hollywood; e dei suoi protagonisti.
Il regista prende questi tre piani e li mescola, li rende uno la controfigura dell’altro, in un mix quasi indistinguibile di finzione, o finzione nella finzione, e realtà.
Tutto “C’era una volta… a Hollywood” è basato su questo intreccio di personaggi, storie e piani narrativi.
Per Tarantino, il riscatto può avvenire soltanto sul piano della riscrittura della Storia, depositaria di un’autenticità al contatto con la quale la finzione hollywoodiana ritrova improvvisamente una sua ragione d’essere. In modo ancora più lucido che in “Bastardi senza gloria”, viene così a essere spazzata via ogni pretesa di attendibilità del cinema agli eventi documentati, alla verità dei manuali e delle cronache, in favore di un potere di affabulazione immaginaria che non conosce confini.
Sì, i western ora si girano in Italia; ma Hollywood rimane pur sempre la terra di mezzo del cinema, luogo di metamorfosi magiche e magicamente noncuranti della Storia, dove due perdenti possono improvvisamente ritrovare la foggia e le forme dell’eroismo maschile.
La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta.
Spettacolari le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.
Certo, Tarantino si diverte a far fare a botte Cliff Booth e Bruce Lee, o a raccontare la parentesi italiana della carriera di Dalton, ma è tutto un divertissement citazionista e occasionale, e si vede che in realtà gli interessa poco. Quello che gli interessa è dare vita a un mondo nuovo nato dalla sovrapposizione di storia e storie, pavimentare la strada per dove vuole arrivare col suo film.
A quel punto sappiamo già cosa accadrà, e da un pezzo, anche perché il giochino per il regista non è nuovo: quello che non sappiamo è come, e con che toni. Un cocktail di registri che per Tarantino sono la sintesi massima del potenziale salvifico del cinema. Altro che cinema che insegna la violenza e devia le menti, come in una battuta fin troppo ovvia negli momenti finali del film.
Tarantino dimostra di essere sempre meno interessato allo stile brutale che l’ha reso famoso, ma che comunque continua a citare e omaggiare di continuo, nelle pieghe e nella forma del suo racconto, i film che ama. E qui conferma di essere sempre più lanciato verso un cinema che sia puramente teorico rispetto a sé stesso e alla sua storia.
Proprio quando “C’era una volta a…Hollywood” trova il suo finale perfetto ( in cui altro non si può fare che battere le mani) gli oltre centosessanta minuti della pellicola sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino”; è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

 

FABIO BUCCOLINI

“The counselor – il procuratore” tra capolavoro e noia

Ridley Scott ritrae il mondo selvaggio dei narcos. Dialoghi filosofeggianti, divagazioni cult e pessimismo spietato rendono gustoso e d’effetto quello che è un film dall’intreccio nebuloso, ma nelle sue due ore sfocia molto spesso nella noia e facendolo risultare incompleto.

The counselor

Cormac McCarthy, celebre scrittore americano autore di opere come “Non è un paese per vecchi”, presta il suo nichilismo a Ridley Scott, regista iconico, scrivendogli una sceneggiatura fuori dalle regole ma, proprio per questo, dal fascino particolare.

Nei suoi 80 anni di età, McCarthy, è stato uno degli autori più influenti del panorama letterario degli ultimi 50 anni.

Questa volta non scrive un romanzo, ma presta la sua genialità al servizio della cinematografia e scrive la sua prima sceneggiatura. In essa possiamo ritrovare tutto il pessimismo, la filosofia, e la dura violenza mischiata all’erotismo che ha fatto da padrone in tutti i suoi romanzi.

“The Counselor”, questo il titolo del film, vanta un cast di grande richiamo: Michael Fassbender, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Brad Pitt e Javier Bardem; eppure, nonostante gli ingredienti di prim’ordine, dividerà il pubblico perché presenta caratteristiche che possono essere inaccettabili per alcuni, una su tutte la trama criptica ai limiti dell’incomprensibile, ma in cui altri individueranno la forza stessa dell’opera. Sicuramente si tratta di un film d’atmosfera, diverso in maniera ricercata e con dialoghi letterari un po’ astrusi e prolissi ma accattivanti.

Siamo al confine tra Messico e Usa, nel mondo senza pietà dei signori del narcotraffico. Un avvocato, (Fassbender), sta definendo la propria partecipazione a un affare di droga che coinvolge personaggi loschi come l’eccentrico Reiner (Bardem), gestore di nightclub, e la sua mefistofelica compagna Malkina (Diaz). Nonostante una specie di mediatore, Westray (Pitt), gli rammenti più volte i rischi dell’operazione, l’avvocato si ostina a voler cogliere l’opportunità di trarre profitto da certe conoscenze e, benché sia già molto ricco e appagato dall’amore di una donna, Laura (Cruz), che è la sua ragione di vita, punta a quel denaro sporco che sembra tanto facile da ottenere. Per una fatalità l’affare non va come programmato e s’innesca un meccanismo di vendette dalle ripercussioni ineluttabili.

Non si tratta tanto di un racconto tetro sul commercio di droga quanto sui terribili effetti collaterali dell’avidità. L’attenzione è rivolta all’universo morale dei personaggi che popolano il film, criminali che filosofeggiano su grandi temi come la vita, l’amore, il denaro e la morte.

Restano impressi la loro estetica stravagante e alcune scene paradossali che li riguardano, come la decapitazione di un motociclista o l’amplesso col parabrezza di una Ferrari. Ma il punto è che, mentre i signori della malavita gestiscono il loro mondo sanguinario con distacco emotivo e istinto animale, l’avvocato è ancora un essere umano, seppur accecato dalla sete di denaro, e ha nei propri affetti il punto debole che lo porterà a vivere, anziché il paradiso artificiale e lussuoso prefiguratosi, l’inferno in Terra.

Se si potesse definire “The counselor” con un solo aggettivo questo sarebbe: TROPPO. La sceneggiatura e complessa, TROPPO e anche lo stile registico, in questo caso, è proprio TROPPO. Un prodotto finale TROPPO complesso, che risulta essere incompleto. Con alcune sequenze TROPPO lunghe che, andando avanti nella visione, lo fanno risultare noioso.

Dopo la prova, non molto riuscita di “Prometheus” Ridley Scott si risolleva dalle polveri, ma questa pellicola non riesce a pieno a far venir fuori la vera forza autoriale del grande regista americano.

Una parte degli spettatori sarà forse infastidita dall’essere costantemente impegnata nel tentativo, frustrante perché vano, di afferrare alcune nozioni sulla vicenda che in realtà vengono omesse.

L’altra parta lo acclamerà come capolavoro indiscusso.

A voi la scelta!!!!

FABIO BUCCOLINI

Neil Jordan in pompa magna, dividendosi tra televisione e cinema

Il regista premio oscar dopo anni di assenza torna alla ribalta con I Borgia e Byzantinum.

Byzantium

 

Regista e sceneggiatore di culto per le generazione attuali ha diretto grandi attori in enormi produzioni internazionali, sperimentando quasi tutti i generi, senza mai fermarsi davanti ha veti o censure imposte dalle mejor.

Inizia la sua carriera in Irlanda come scrittore, poi con il passare degli anni decide di dare vita alla sua più grande passione, la regia cinematografica.

Gira il suo primo film autofinaziandosi, dove scrive dirige e monta la sua pellicola. Il lungometraggio risale al 1982 ed è intitolato Angel, interpretato dal suo grandissimo amico Stephen Rea.

Nel corso degli anni, ha vinto un oscar (miglior sceneggiatura) per il film La moglie del soldato e un Leone d’oro al Festival di Venezia per aver raccontato la storia del rivoluzionario irlandese Michael Collins.

Inoltre ha fatto innamorare milioni di spettatori grazie alla storia “romantica” di un vampiro condannato all’immortalità dal suo creatore nel film Intervista col vampiro, interpretato da due grandissimi attori del calibro di Tom Cruise e Brad Pitt.

L’ultima sua apparizione in sala è datata 2005 con “Breakfast on pluto”. Da quel momento il silenzio totale.

Sono voluto rimanere nell’ombra – dice intervistato – perché non ho trovato una storia che mi sarebbe piaciuto raccontare.

Oggi, dopo otto anni, risorge dalle ceneri con due progetti.

Il primo è una grande produzione per la televisione incentrata sui “Borgia”, e il secondo è un ritorno nelle sale grazie a “Byzantinum”, nuova storia incentrata sul mondo vampiriresco.

Con i Borgia ha affrontato uno dei papati più controversi del cattolicesimo italiano. Interpretato da un grande cast dove si innalza su tutti un grandissimo ed immenso Jeremy Irons, non si è fatto mancare niente: dalle minacce di chiusura del set (per scene troppo esplicite) alla censura.

Se dovevo censurare il mio progetto – dice – avrei preferito chiudere la baracca, ma alla fine vedendomi cosi sicuro e ferreo nelle mie decisioni, la produzione si è arresa e mi ha lasciato carta bianca.

Con Byzantinum a ripreso una pièce teatrale di Moira Buffini (A Vampire Story), autrice anche della sceneggiatura insieme al regista.

Il lungometraggio è interpretato da Saoirse Ronan (Amabili resti) e Gemma Arterton (Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe).

La trama è molto particolare:  Eleanor e Clara sono due giovani donne che dopo essere fuggite dalla scena di un violento crimine si rifugiano in una località costiera, trovando riparo in un motel fatiscente, il Byzantinum. Li per guadagnare un po’ di denaro Clara inizia a prostituirsi e, sempre proiettata verso il futuro, lo trasforma in un bordello.

Nel frattempo Eleanor conosce Frank, uno spirito affine al suo che spinge involontariamente la ragazza a rivelare il suo più intimo segreto: nonostante lei e Clara sembrino coetanee sono in realtà madre e figlia, vissute nei primi anni dell’ottocento e discendenti di una stirpe di vampiri che per sopravvivere hanno bisogno di bere sangue umano.

Nella città in cui si sono rifugiate le ragazze comincia anche una serie di misteriosi omicidi e le due dovranno confrontarsi con il loro passato da cui cercano di fuggire già da molto tempo.

Presentato al Toronto film festival nel 2012 il film era atteso nelle sale nel corso del 2013, ma, in Italia, non lo vedremo prima della prossima primavera.

Alla domanda cosa dobbiamo aspettarci dai nuovi vampiri di Byzantinum, il regista risponde: “sarà la versione al femminile di “Intervista col vampiro”. In fondo in quel film Tom Cruise era il vampiro mamma di Brad Pitt, in questo ho una madre e una figlia che rimettono in scena quelle stesse dinamiche”.

Con queste premesse sicuramente Neil Jordan non deluderà le aspettative dei suoi fan e, in un periodo dove a parte pellicole esclusivamente commerciali ci resta ben poco da vedere, ci regalerà due indubbi momenti di grande cinema d’autore.

 

FABIO BUCCOLINI

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