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I film dimenticati. “Climax” l’horror secondo Gaspar Noé

Il nuovo film di Gaspar Noé è la folle notte di un gruppo di ballerini, fra eros e droghe, in un’inarrestabile discesa negli abissi del delirio.

Climax poster

Da un certo punto di vista Gaspar Noé, più che un regista, potrebbe essere visto come un dj. D’altronde i suoi film sono un po’ come un invito a ballare: l’unica cosa che lo spettatore deve fare è decidere se lasciarsi trasportare dalla musica e dalle luci psichedeliche oppure se abbandonare il locale per evitare il mal di testa. Non ci sono mezze misure o sfumature; è difficile poter pensare di rimanere seduti in disparte a guardare gli altri che ballano. E forse, mai come con “Climax”, il regista argentino è riuscito a tradurre questa sua idea di cinema per immagini. Il film viene definito come un mashup tra “Step Up” e “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È un paragone tanto bizzarro quanto calzante per dare un’idea dell’opera di uno degli autori più controversi del cinema contemporaneo, girata in appena due settimane in una scuola abbandonata della periferia di Parigi e presentata alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2018. Un film radicale fin dalla sua impostazione, che il regista franco-argentino trasforma in un’allucinata parabola di frenesia e di morte sviluppata nel corso di novanta, frastornanti minuti.
“Climax” è uno di quei titoli che puoi amare o odiare: il fascino è direttamente proporzionale alla repulsione. Forse è una sfida fare tanti film mutanti tutti insieme. Che ribaltano il concetto di tempo. in un unico spazio. Dove comincia? Dove finisce? La nascita e la morte. L’euforia e la disperazione. Quest’opera è frenesia, estasi, tormento e tenebre. Potrebbe partire dalla fine. Come “Irréversible”. Un ventina di giovani ballerini si riunisce per uno stage di tre giorni in un collegio in disuso. Ballano, si ubriacano, sembrano tutti su di giri. Poi c’è qualcosa nella sangria. E il clima cambia rapidamente.

Climax

Un vortice visivo che tende a risucchiare personaggi e spettatori in un’escalation di sensazioni ed eventi senza via d’uscita. Un ballo mortale in cui i corpi progressivamente si deformano, perdono la propria unicità e grazia, diventando un magma di carne, sudore e sangue di cui a tratti sembra quasi di sentirne l’odore. Un climax viscerale orchestrato per mettere ancora una volta al centro del discorso l’inesorabile forza distruttiva del tempo che, come un inarrestabile conto alla rovescia, travolge ogni cosa riportandola al punto di partenza. Visivamente potentissimo. Strutturalmente estremamente audace. Con un piano sequenza inarrestabile in un ballo collettivo senza respiro. Tra Erik Satie e i Rolling Stones. In un clima di festa, di colori che esplodono. Un massacro di cui Noé ci rende spettatori, ma mantenendo sempre un netto distacco emotivo rispetto a personaggi di cui sappiamo poco e nulla: è l’assunto di un film in cui il coinvolgimento sensoriale – i suoni, le luci, i colori, il dinamismo dell’azione – surclassa quello emotivo. Un film concepito come un tenebroso baccanale, in cui la dimensione dionisiaca sconvolgerà qualunque ipotesi di razionalità e di ordine, fino al rovesciamento (letterale) di questo microcosmo circoscritto, teatro di un rituale orgiastico destinato a culminare in un inevitabile tributo di sangue.
Gli eccessi sono la parola d’ordine in questo dramma dalle derive ironiche, grottesche, dai sussulti thriller, con il destino di alcuni comprimari che provoca una crescente suspense mista a disagio e diverse sequenze che sono già diventate cult.
Dopo un viaggio istintivo e puramente emotivo come quello proposto da “Climax”, nel momento in cui la musica finisce e le luci si riaccendono, restano nella mente sensazioni, flash e sonorità confuse; ma il rischio è che tutto venga dimenticato in fretta, che di indelebile rimanga poco: perché il cinema di Gaspar Noé è un’esperienza al contempo travolgente e fine a se stessa, ipnotica e respingente, geniale, divertente, estrema e…gratuita.

FABIO BUCCOLINI

“The Place”, cosa vuoi davvero è una questione di dettagli

Dopo il grande successo di “Perfetti sconosciuti” il regista Paolo Genovese cambia totalmente genere e ci regala un’opera atipica per il panorama cinematografico italiano.

The Place

Che cosa saresti disposto a fare per ottenere quello che vuoi?. È più o meno questa la grande sfida con cui “The Place” ti attira. Una domanda forte, che cominci a farti anche tu. E allora pensi: vediamo come la risolvono i personaggi interpretati da quel fortissimo cast.
Paolo Genovese torna alla regia dopo il grande successo di “Perfetti sconosciuti” con “The Place”, un film inquietante che indaga l’animo umano, e quanto ciascuno di noi è disposto a spingersi per raggiungere i propri obiettivi. Genovese sceglie di cimentarsi nuovamente in un film corale, con un cast di attori in cui ciascuno brilla nel proprio ruolo. La storia da cui parte ha un tratto in comune con quella di “Perfetti Sconosciuti”: è tanto semplice quanto geniale. L’enigmatico uomo senza nome interpretato da un solido Valerio Mastandrea, costantemente asserragliato dietro il tavolo sul fondo di un dinner che sembra uscito direttamente dalle strade della Grande Mela, riceve uno dopo l’altro uomini e donne diversissimi tra loro, con la promessa di farne avverare i desideri in cambio dell’esaudimento di compiti il più delle volte riprovevoli.
L’ambientazione circoscritta è quella di un bar di Roma, chiamato appunto The Place, in cui un individuo misterioso siede perennemente a un tavolo in fondo al locale, ricevendo di volta in volta le visite di un disparato gruppo di uomini e donne, desiderosi di ottenere qualcosa da lui. È l’assunto alla base di “The Booth at the End”, serie televisiva americana non troppo nota risalente al 2010, che ha offerto a Genovese e alla sua co-sceneggiatrice Isabella Aguilar il soggetto per questo “The Place”.
L’individuo protagonista di tali incontri non ha un nome e sfodera l’atteggiamento serafico e il pacato distacco di Valerio Mastandrea, che torna a farsi dirigere da Genovese dopo “Perfetti sconosciuti”. Tutti coloro che si presentano al suo cospetto hanno un desiderio da far avverare: che si tratti di banali sogni erotici, di guarigioni miracolose da handicap o malattie o di rapporti da ripristinare (o azzerare). E l’uomo, dopo averli ascoltati imperturbabile prendendo appunti su un voluminoso libro nero, si dichiara disposto a esaudirne le richieste, ma a una condizione: ciascuno di loro, per vedere la propria speranza trasformarsi in realtà, dovrà compiere qualche sorta di misfatto. Pure in questo caso, il valore delle ‘missioni’ assegnate a ciascun comprimario è assai variabile: si passa dall’infrazione di un voto di castità al caso più grave, ovvero un’autentica strage.

THE PLACE 1

Il film di Genovese disturba, perché tocca situazioni nelle quali ciascuno di noi può rimanere coinvolto, ed è impossibile non porsi l’annosa domanda: io cosa arriverei a fare per risolvere una situazione che mi sta a cuore? È questo il nocciolo del racconto di Genovese: esistono limiti inamovibili che regolano il comportamento di ciascuno, o l’asticella dell’etica si sposta a seconda della situazione che si vive?
“The Place” conserva una bellezza cristallina per le tematiche che affronta e per aver portato sullo schermo un cast eccellente dove nessuno sfigura.
Il film rimane dentro per quell’ordinaria umanità che rappresenta, per quella carrellata di volti e richieste difficili da scordare, perché riesce a mostrare con chiarezza che da ogni singola nostra azione ne derivano delle altre, che non sempre si allineano con le intenzioni iniziali.
Genovese sembra voler ricordare che nessuno ci obbliga a fare niente, che abbiamo sempre una seconda strada da percorrere e che le vite sono tutte interconnesse, e ciò che può sembrare banale per una persona, può essere di vitale importanza per un’altra.
“The Place” è il coraggioso tentativo di portare al cinema un’opera prettamente teatrale per far riflettere il pubblico su quello che veramente è importante, ma ricordate…è tutta una questione di dettagli.

FABIO BUCCOLINI

“Guns Akimbo”, il fight club del nuovo millennio

Scritto e diretto dal regista neozelandese Jason Lei Howden, “Guns Akimbo” ha gli elementi classici di un film action a base di tanta adrenalina e poche chiacchiere. Iperviolento, a tratti demenziale, quest’opera estremamente attuale ci mostra quello che l’utilizzo deviato della tecnologia porta nelle nostre vite.

Guns akimbo

La pellicola impiega circa cinque minuti ad entrare nel vivo dell’azione e ci resta per tutta l’ora e mezza che compone questa psichedelica odissea con un ritmo serrato ormai tipico di questo genere catalogabile come B Movie; un ambito in cui Jason Lei Howden sembra trovarsi a suo agio, specialmente perché gli permette di sbizzarrirsi con simpatiche soluzioni fumettistiche che evidenziano il suo retaggio di esperto di effetti speciali.
C’è tutto in “Guns Akimbo”, ma ogni cosa è declinata nella sua versione tanto estrema da risultare improbabile, irrealistica, iperbolica, incredibile, irresistibile. Come Miles, nerd insoddisfatto condannato ad essere vittima perenne di tutti e catapultato improvvisamente al centro dell’azione più rischiosa; con tanto di pistole avvitate alle mani e corse in mezzo alla strada in mutande, vestaglia e pantofole a forma di leone. O Nix, killer per divertimento che non sbaglia un colpo e butta giù tutti nonostante sia esile e minuta. Il tutto accompagnato da battute sarcastiche e faccine da risultare ridicole all’ennesima potenza.
Rapida, ben ritmata ma un po’ ingenua e prevedibile, la trama galoppa verso l’inevitabile conclusione senza farsi problemi. Lo studio dei tempi è un evidente pregio della pellicola, un film consapevole dei suoi limiti che non vuole spingersi oltre quando non serve. L’ora e mezza di durata non lascia cose in sospeso.
Daniel Radcliffe è uno dei punti di forza. Grazie all’esuberanza con cui indossa un ruolo tanto atipico in una pellicola lontana anni luce dai blockbuster a cui siamo abituati. Ma aver partecipato a questo film è una scelta coerente con il percorso artistico atipico che l’attore ha deciso di seguire, lontano dalla Hollywood che conta.
Pur nel suo esplicito intento spensierato, “Guns Akimbo” ha comunque un sotto testo critico verso la società moderna. Il successo di un gioco come Skizm e il fatto che ciò sia la cosa più realistica del film è una chiara evidenza di cosa si voglia sottolineare. La gente comune, ormai si rispecchia quasi esclusivamente con il mondo del web e la pazzia ormai è diventata la normalità. Il film ci mostra a che punto siamo arrivati senza volersi redimere minimamente per questo estremismo che siamo portati a fare o vedere, come lo stesso protagonista che non cerca alcun riscatto se non quello di essere il più bravo a prendere in giro gli altri nelle community in rete. Aspetti che il film mostra in tutta la loro pochezza.
“Guns Akimbo” non si può definire un capolavoro per via di alcune incoerenze nella trama o per meglio dire nello sviluppo; ma il film sbalordisce più di quanto ci si possa aspettare.
Una visione iperviolenta del mondo che potrebbe arrivare, dove sangue e pistole sono la nuova legge.
Negli anni novanta c’era il Fight club e non si doveva parlare del Fight club…adesso c’è Skizm ed è rigorosamente obbligatorio diffondere la sua preghiera.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “3 from hell” il ritorno alle origini di Rob Zombie

A 15 anni da “La casa del diavolo”, il regista riporta sullo schermo i personaggi di Sid Haig, Bill Moseley e Sheri Moon. Sarebbe stato meglio lasciar riposare la famiglia Firefly?

3 from hell poster

Dopo il remake di “Halloween”, la sua personale visione della stregoneria nel tanto chiacchierato “Le streghe di Salem”, un piccolo horror indipendente come “31”, Zombie torna alle origini e rimette mano a quei personaggi che agli inizi gli hanno regalato la fama come uno dei migliori registi di genere degli ultimi anni.
Sono passati 15 anni da quando abbiamo assistito alla “chiusura” delle vicende dei rinnegati e sanguinari membri della famiglia Firefly, crivellati di colpi nella sequenza finale di “La casa del diavolo”. Un fermo immagine accompagnato dalle note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd era il requiem definitivo per questo branco di bastardi. Tale epico finale portava a un degno compimento il dittico scritto e diretto da Rob Zombie iniziato nel 2003 con “La casa dei 1000 corpi”. Non ci sarebbe stato nulla da aggiungere; e la domanda che sorge spontanea è se si sentisse veramente il bisogno di resuscitare questi demoni perfettamente dormienti.
Il grande amore che il regista prova verso queste sue creature penalizza purtroppo il film: vedendo la pellicola si ha l’impressione che dietro non ci sia stata una vera idea o necessità di raccontare qualcosa di nuovo, ma che semplicemente si stia assistendo ad una rimpatriata fra vecchi amici. Il regista ci aveva abituati a film più memorabili. Ricordiamo infatti il suo inizio folgorante con le prime due opere (“La casa dei 1000 corpi” e “La casa del diavolo”) dove aveva rispolverato con stile le atmosfere di Non aprite quella porta e altri horror degli anni ’80.
In seguito aveva messo mano su “Halloween” con due film grandiosi. Ha sorpreso tutti realizzando la sua pellicola più ambiziosa, “Le streghe di Salem”. Per un certo verso quest’opera può essere considerata la più interessante di Zombie. Nonostante non sia un film molto riuscito, è senz’altro il più originale e stimolante.

3 from hell

Beh, c’è da dirlo. La famiglia Firefly torna alla grande. E, senza avere grandi piani e narrazioni, spera di fare fondamentalmente quanta più mattanza si possa permettere. Complice un montaggio da vero cineasta (vedere ad esempio l’episodio nella casa del direttore della prigione), “The Three From Hell” riprende degnamente il mano la sostanza che aveva caratterizzato “The Devil’s Rejects” e ne riprende anche le tonalità migliori ed entusiasmanti. Sheri Moon è al top della forma: bellissima, sensuale, sempre più matta, sempre più tatuata e sempre più assetata di sangue. Bill Moseley e Richard Brake e reggono il gioco e fanno il loro. Sid Haig riesce, nei pochi minuti in cui è presente nel film, a regalare uno dei monologhi più riusciti della filmografia zombiana. Insieme ad una colonna sonora sempre azzeccata e adatta alle nuove peregrinazioni dei tre, Zombie ci regala un opera all’altezza delle aspettative, riuscendo a fare un grande lavoro sia per i fan sia per i critici, che apprezzeranno le diverse modalità e generi con cui il film si presenta.
Ma nonostante tutto, questa pellicola è riuscita solamente in parte, quando si prosegue nella visione c’è sempre un pensiero fisso che avvolge completamente lo spettatore: la sensazione che qualcosa in Rob Zombie ultimamente si sia inceppato. Prima con “31”ed infine con questo “3 From Hell”, sembra che il cinema per lui sia diventato più un passatempo che un mezzo per raccontare qualcosa.
La speranza è che Rob riesca a siglare nuovamente un longevo patto con il diavolo, altrimenti difficilmente riuscirà a ottenere indietro l’ispirazione perduta.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Fight club” il capolavoro incompreso di David Fincher

Fischiato e deriso alla sua uscita, acclamato in seguito all’uscita in home video, “Fight club” rappresenta il disagio della società moderna.

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“Fight club” si svolge con tono di commedia nera raccontando la vita di un impiegato divenuto nevrotico e infelice a causa dell’oppressione da parte della società.
Quando è uscita nelle sale cinematografiche questa pellicola ha suscitato molte polemiche. Nonostante non abbia avuto un grande successo al botteghino, dopo l’uscita in home video, grazie al passaparola è diventato un vero Cult Movie e Tyler Durden è diventata l’icona di molti giovani.
Dopo i sette peccati capitali di “Seven”, Fincher colpisce ancora…E colpisce sul serio. Crudo e violento al punto giusto, sembra essere il tentativo di analizzare i meandri più profondi della psiche umana prendendo come cavia un insonne consulente per una casa automobilistica (Edward Norton) che sembra trovare un pò di pace nella sua frustrazione frequentando corsi d’ascolto per affetti da malattie incurabili. Il protagonista si troverà di lì a poco alle prese con il suo alter-ego (Brad Pitt), che si rivelerà presto come tutto ciò che avrebbe voluto essere e che non è riuscito a diventare. Dopo una serie di eventi i “due” fonderanno un club dove le persone possono combattere senza regole e senza conseguenze e tutto questo per divertimento. La violenza in “Fight Club” è lo sfogo: la sua componente taboo svanisce per lasciar posto a quella perversa e divertente. Un tocco registico unico ed esilarante con un contorno di un’interpretazione magistrale da parte di Norton e di Pitt che mostrano ancora una volta un’abilità geniale e superba, hanno reso questo film uno dei più grandi capovalori del cinema moderno.
Decadente, ironico, cinico, “Fight Club” è tutto questo e molto ancora. E’ l’odissea di un uomo comune alla ricerca di se stesso; è anche la piccola-grande rivoluzione di quell’uomo nei confronti del mondo che lo circonda. E’ “Taxi Driver” ma corretto e riveduto, aggiornato all’epoca contemporanea. E’ il paradigma di ogni nevrosi che tortura l’uomo moderno: paura delle malattie, frustrazioni sul lavoro, un amore catastrofico ed autodistruttivo.
Un film cattivo e nichilista condito da una violenza fuori dal normale, che lo rende realisticamente duro e crudo, pieno di risvolti psicologici e denunce verso una società oramai in ginocchio.

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Fincher è a dir poco magistrale nell’ interpretazione del romanzo. Egli, infatti, rappresenta egregiamente le atmosfere cupe di Palahniuk, i crudissimi combattimenti del Fight Club e la spaventosa ambiguità del protagonista, riuscendo dove molti altri avrebbero sicuramente fallito. Rimodellando il finale per un effetto “più realistico” il nominato regista dimostra a tutti la sua vera bravura; riesce a creare un film iconoclasta, emblema dell’anticonformismo diventando immediatamente un film di culto. A contribuire ancor di più al successo sono gli attori. Brad Pitt è sublime nel suo ruolo, perfetto nei panni del pazzo anarchico e furioso sfoggia per il 90% del film tutta la sua bellezza interpretativa e il fisico marmoreo che forse un po’ cozza con i tanto acclamati ideali Durdeniani; un Norton a suo agio nei panni dello schizofrenico, messo un po’ in disparte dal compagno, dimostra comunque un notevole talento e una grande espressività. A chiudere il cerchio una Helena Bonham Carter che rappresenta tutto l’universo femminile di cui necessita il protagonista, dotata di un carisma fuori dal comune e di una femminilità fuori dal convenzionale. Un capolavoro sotto diversi punti di vista, denso di significati e di critiche verso uno stile di vita, racchiudendo in sé tutto il talento letterario di Palahniuk e arricchito dalla bravura di un Fincher in grande forma.
Un cult del cinema di fine millennio che nessuno dovrebbe perdersi.
E ricordate…dopo aver visto “Fight Club”, non dite a nessuno di averlo visto: è la regola.

FABIO BUCCOLINI

“Dracula”: la miniserie Netflix che convince ma…delude

Gli autori di “Sherlock” tornano alla ribalta con un nuovo progetto, riscrivere la storia del succhiasangue più famoso della storia della letteratura.

Dracula poster

Portare sul piccolo schermo una storia come quella di Dracula non è un progetto facile. Il racconto del conte è complesso, particolare e soprattutto chi ci avrebbe provato, deve fare i conti con il “Dracula di Bram Stoker” di Francois Ford Coppola del 1992.
Gatiss e Moffat ci provano, mettono il loro estro a disposizione del romanzo di Stoker e ne viene fuori un racconto gotico/moderno che convince ma solo a metà.
Dopo aver visto il primo episodio, ci si rende conto di quanto questo nuovo Dracula sia un degno tributo al vecchio conte, tanto rispettoso delle sue origini e del suo essere più profondo, quanto innovativo. La prima parte procede veloce e il personaggio della suora (sicuramente fuori dal comune perché senza fede e appassionata di occulto) è un ottimo antagonista. Il secondo episodio sembra inizialmente avere la stessa struttura del precedente; il segreto da scoprire è ciò che è successo sulla nave Demeter, in rotta verso l’Inghilterra. I 90 minuti assomigliano molto a un giallo di Agatha Christie. Se già in questo secondo capitolo la storia inizia a vacillare, il terzo episodio, che si svolge in un’ambientazione inaspettata (senza spoilerare niente), è purtroppo il punto più basso della miniserie.
L’impronta dei due autori si nota sin da subito: nei personaggi e nei loro dialoghi, nella costruzione ed evoluzione della storia, nei toni. C’è un grosso “ma”: la visione di Gatiss e Moffat si allontana sia da quella del romanzo originale di Bram Stoker, sia dalle varie rivisitazioni cinematografiche. Ciò nonostante, i primi minuti sembrano voler andare proprio nella direzione di Coppola, poi il racconto si evolve in direzioni poco coerenti con un finale che lascia perplessi e, per certi versi, insoddisfatti. C’è forse nei piani un secondo atto? L’ipotesi spiegherebbe alcuni vuoti e quella sensazione di incompiuto che si avverte sui titoli di coda.
Se qualche difetto questa miniserie ce l’ha, è anche vero che la magistrale interpretazione di Claes Bang ci fa chiudere un occhio sulle pecche della co-produzione di BBC e Netflix.

Dracula 01

Claes Bang regala una interpretazione straordinaria, premiata dalla assoluta centralità che viene data al suo eclettico conte Dracula: ironico, istrione, selvaggio, filosofo, gentiluomo, mostruoso e affamato (di conoscenza e virtù); arricchito dalle tante somiglianze con le versioni di Christopher Lee o di Bela Lugosi più che con il conte di Gary Oldman.
Il suo contraltare è l’indomita e sempre sopra le righe suor Agatha , attratta dall’oscuro e dal malvagio e decisamente delusa da Dio. È lei la figlia prediletta dei due creatori, attraverso la quale operano chirurgicamente sullo sviluppo della serie e possono armeggiare con i loro giocattoli preferiti.
Qui lo scopo è di avventurarsi in una rivisitazione totale del personaggio di Dracula e dall’immaginario a lui legato, prendendone le distanze e cercando di superarlo.
Non aspettatevi un Dracula alla Gary Oldman o una regia perfettamente bilanciata come quella di Coppola, ma nell’universo televisivo attuale questo omaggio al conte può definirsi riuscito.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “Loro” l’Italia secondo Paolo Sorrentino

A quasi due anni dall’uscita nelle sale“loro”, il dittico di Paolo Sorrentino sulla vita di Silvio Berlusconi, è scomparso dalla circolazione.

Loro poster

“loro”, il progetto del regista premio Oscar sulla vita di Silvio Berlusconi è praticamente caduto nel dimenticatoio. Grande attesa per questa pellicola che ottenne un notevole riscontro di pubblico e critica ma che al momento è visibile solo nei circuiti “underground” oppure acquistando un dvd edizione estera. Sembra che in Italia abbia avuto la stessa fine, se pur in maniera estremamente diversa, del film di Ciprì e Maresco “Totò che visse 2 volte”.
Iniziamo con il dire che l’aneddoto di film basato sulla figura di Berlusconi e più che altro un pretesto per invitare gli spettatori in sala. Infatti la pellicola è un racconto dell’Italia degli ultimi 20/30 anni. Allora vi chiederete: perché sfruttare la figura di una delle personalità imprenditoriali e politiche più controverse? Semplice; perché silvio Berlusconi è italiano e lo scopo di Sorrentino è di fare film sugli Italiani. Berlusconi è un archetipo dell’italianità e attraverso lui puoi raccontare gli italiani.
Distribuito nei cinema in due parti distinte scritto da Sorrentino assieme ad Umberto Contarello e basato su un soggetto dello stesso Sorrentino, “Loro” trae spunto da eventi realmente accaduti e da personaggi esistenti per rivelarsi però un’opera di pura finzione, senza intenti cronachistici o documentaristici.
Il regista realizza un biopic atipico non convenzionale e plasma la sua opera come una sorta di commedia nera, poco interessata a sviluppi agiografici o a giudizi morali sui personaggi coinvolti. Diviso in due parti solo per ragioni distributive ma considerabile come un film unico, tende a smarcarsi da alcuni degli stilemi legati alla produzione del regista, con una messa in scena che rimane complessa e curata ma anche più compiuta e lineare, attraverso una regia più semplice ed essenziale rispetto ai noti vezzi stilistici del regista napoletano.

Loro

Se “Loro 1” costituisce una grottesca rappresentazione di tutto ciò che è “finto” e volutamente kitsch, “Loro 2” rinuncia a un possibile discorso metacinematografico legato al precedente cinema di Sorrentino, ma prosegue invece con coerenza nella lucida descrizione della società come un eterno show televisivo e come una continua illusione, marciando con precisione lungo il solco tematico tracciato dalla prima parte. “Loro 2” appare meno artificioso rispetto al primo capitolo, ma è incentrato comunque su un immaginario volutamente “basso”: l’immaginario da Tv trash e palesemente artificiale.
Con tutta l’operazione, Sorrentino pare offrire una visione della vita come un’enorme e articolata messa in scena: uno spettacolo in prima serata che viene assunto come realtà da tutti i suoi attori, siano essi protagonisti o comparse. Nel microcosmo malinconico e triste di “Loro”, Sorrentino cerca di mostrare il falso e la finzione come valori fondanti, l’ossessione dell’apparire in un mondo in cui qualunque cosa può essere definita una recita.
In questo discorso, forse divisivo ma comunque coerente, il Berlusconi di Servillo (che si sdoppia anche nel misterioso Ennio, sorta di alter-ego dello stesso Berlusconi) è dipinto a metà tra uno show-man da strapazzo e un imbonitore alla ricerca di attenzioni, anch’egli al centro di un perenne palcoscenico, personaggio tragicomico alla ricerca della costante approvazione degli altri. In entrambe le parti abbiamo il varietà, lo show in prima serata su una qualunque rete televisiva, il modo di atteggiarsi e di vivere, il Berlusconi barzellettiere che afferma di conoscere il copione della vita, di intuire desideri e dolori dei clienti, e afferma che voleva essere il più ricco del paese, il capo del Governo, amato da tutti. Ma a differenza di “Loro 1”, in cui lo sguardo filmico era basato sulla falsità e l’esasperazione, in “Loro 2” si assiste allo scontro tra l’artificio e una realtà capace di svelare le menzogne e di minare le false certezze: dal rifiuto di una giovane al crollo di un rapporto privato, fino al crollo pubblico e ben più tragico. Se “Loro 1” sanciva il trionfo della bugia, “Loro 2” racconta l’annullamento di qualunque costruzione, il fallimento dell’immaginario superficiale e fasullo, la sconfitta della cultura dell’apparenza a fronte della solitudine: una realtà, quest’ultima, difficile da affrontare per tutti.
Se con la prima parte si nota la falsità, o per lo più i sogni infranti degli italiani, tutto quello che noi vorremmo essere, nella seconda parte Sorrentino ci riporta alla realtà e ci dimostra che non è tutto oro quello che luccica.
Un’opera fatta per gli italiani, basata sull’Italia odierna e diretta magistralmente da un italiano.
La verità e che non ne sappiamo abbastanza.

FABIO BUCCOLINI

“JOKER”, QUANDO LA PAZZIA DIVENTA NORMALITA’

Dopo la vittoria del Leone d’oro al festival di Venezia, approda nelle sale uno dei film più attesi, acclamati e criticati dell’anno; il “Joker” di Todd Phillips, un viaggio dentro la mentalità umana.

Joker 1

Joker non è certo il classico film tratto da fumetti. È un racconto tragico che scrive un nuovo capitolo sul personaggio DC Comics e che immagina le origini della crudeltà perversa che lo rappresenta. La sua deriva violenta è la svolta di un passato di emarginazione e sopraffazione. È il riscatto di chi ha subìto prevaricazioni.
L’anima di tutta la pellicola è lui, Joaquin Phoenix, i suoi strazianti primi piani e la sua dolorosa risata da iena. Denti storti, lacrime, un corpo magrissimo che si contorce in un ballostraziante e che davanti a quella tenda sembra compiere una trasformazione. Quell’uomo sta mutando in qualcos’altro, sta letteralmente cambiando pelle. Arthur Fleck sta diventando Joker. Non un Joker, ma il Joker, la nemesi di Batman che tutti conosciamo, lo psicopatico pagliaccio assassino di Gotham City.
Il Cinema è stracolmo d’interpretazioni attoriali superbe ma sono pochissime quelle così potenti da estasiare in modo tanto istantaneo, accecante e ad entrare sfolgoranti nell’immaginario collettivo con immensa dirompenza e grandiosa prepotenza.
Per interpretare un personaggio così complesso e stratificato ci voleva l’interprete perfetto e Joaquin Phoenix non solo è straordinario nel ruolo, ma sembra nato per interpretarlo. Dimagrito in modo impressionante, stravolto in un’espressione che rende la sua faccia una maschera, l’attore ha fatto un lavoro mostruoso sul corpo, trovando almeno quattro differenti risate, muovendosi come un animale in gabbia e ballando in un modo mai visto prima al cinema, uno stile che sembra un’arte marziale ma allo stesso tempo lo fa sembrare leggero e incorporeo.
Il premio Oscar per il migliore attore protagonista del 2020 è già assegnato.

Joker

Fa riflettere che un regista sostanzialmente legato alla commedia abbia scritto e diretto un film che la commedia non la tocca praticamente mai, neanche da lontano, e che anzi tinteggia alcuni degli aspetti più grotteschi della vita, mettendo al centro della sua vicenda un emarginato con problemi mentali e inseguendo l’ispirazione di un certo cinema a la Scorsese che, non a caso, era stato coinvolto nelle fasi iniziali dello sviluppo del film.
Scorsese è uno spettro lontano nel Joker di Phillips, una figura di ispirazione a cui il regista tende costantemente riuscendo a comprenderne ed emularne le tematiche.
L’intuizione più interessante di Joker sta proprio nel fatto che non ci troviamo di fronte a un film di supereroi dalla fotografia patinata, ma a un vero e proprio film d’autore, a un dramma che trasforma il personaggio dei fumetti in un uomo in carne e ossa, vittima della violenza della società e di un’ingiustizia sociale che causa rabbia e frustrazione.
Questo Joker non è una figura enigmatica che snocciola frasi filosofiche, ma un uomo che soffre e che si sente dimenticato e invisibile, un essere umano lanciato come un proiettile verso il baratro per cui finiamo per provare empatia e che ci rimanda un riflesso inquietante di noi stessi. Tutti ci siamo sentiti almeno una volta frustrati, tutti abbiamo subito delle ingiustizie e fatto pensieri terribili: Tutti noi siamo “Joker”.
Per l’intera durata il film sconvolge lo spettatore, lo immerge totalmente nella mentalità psicopatica del protagonista e quando i titoli di coda si avvicinano, ciò che tutti si chiederanno è: Ma Fleck è il vero principe del crimine di Gotham o è stato l’ispirazione per qualcun altro?; sicuramente la genesi della Gotham di Batman, di come sia diventata una città sull’orlo del baratro.
Joker è una metafora, il prodotto della malattia mentale di un uomo e di una società che lo ha ignorato e brutalizzato.

“Credevo che la mia vita fosse una tragedia, invece è una cazzo di commedia”

FABIO BUCCOLINI

“IL SIGNOR DIAVOLO” IL RITORNO ALLE ORIGINI DI PUPI AVATI

Dopo alcune pellicole non troppo degne di nota, Pupi Avati torna in sala con una storia basata su un suo romanzo che sa tanto di un ritorno alle origini della sua carriera.

Il signor diavolo

Il ritorno all’horror padano giova a Pupi Avati; “Il signor diavolo” è lavoro ben riuscito grazie alle cupe atmosfere e all’analisi del potere del Male, della superstizione e della religione bigotta degli Anni ’50 nel cattolicissimo Veneto.
Esiste una certa aura mitologica intorno agli horror di Pupi Avati. Con “La casa dalle finestre che ridono” in testa, la modesta pattuglia di film realizzati tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ha generato un culto alimentato anche dal contrasto con quella che è stata la filmografia di Avati da lì in poi.
“Il Signor Diavolo” è un film che entra completamente nell’ottica del “classico” horror all’italiana, genere che in realtà non ha più rappresentanti da un bel pezzo, che è fiorito principalmente nello scorso decennio per mano di cineasti ormai molto anziani come Dario Argento e Lucio Fulci.
Si tratta di una pellicola che non può piacere a tutti gli amanti attuali del genere horror, ma che incontra sicuramente i gusti di chi apprezza appunto le particolarità tecniche che il genere ha da sempre: in particolare, se si ama un certo modo di usare la macchina da presa, una certa fotografia ed una certa gestione della narrazione si potrà godere immensamente di un film che dal punto di vista tecnico è semplicemente perfetto, in cui l’ambientazione tetra e le inquadrature fanno da soli gran parte del lavoro.
“Il signor diavolo” ha come pregio principale, prima di ogni valutazione narrativa, quello di un’ambientazione bellissima, cupa, adagiata lungo la laguna livida e calma che è quella di Comacchio per larga parte, ma traslata narrativamente un po’ più a nord a Venezia.
Il risultato è un film cupo, in certi tratti addirittura pessimista, che fotografa ed analizza come l’irrazionale, le paure, la malvagità e la costante ricerca dell’uomo di potere di toccare con mano il potere satanico diventino gli strumenti con cui l’oscurantismo e il potere della religione si impadroniscano dell’essere umano.

 

FABIO BUCCOLINI

“C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD” LA FIABA DI QUENTIN TARANTINO

A TRE ANNI DI DISTANZA DALLA SUA OPERA PIU’ INTIMISTA TARANTINO TORNA CON IL SUO NONO FILM AFFRONTANDO UN GENERE ANCORA INESPLORATO, LA FAVOLA.

C'era una volta a...Hollywood

 

Dopo “The hateful eight” il regista del Tennessee torna con un film totalmente diverso. Una favola hollywoodiana piena di omaggi dove nulla è lasciato al caso.
“C’era una volta a…Hollywood” potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di” Pulp Fiction”. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969.
A Hollywood, nel 1969, ci sono un attore e la sua controfigura (che è anche un factotum e un amico); uno lo specchio dell’altro, vivono in maniera simbiotica. Come nel film di Tarantino vivono in maniera simbiotica le tante storie che racconta: quella della strage di Bel Air; quella del cinema (e della televisione americana), in quegli anni stava vivendo la fine di un’epoca e l’avvento della New Hollywood; e dei suoi protagonisti.
Il regista prende questi tre piani e li mescola, li rende uno la controfigura dell’altro, in un mix quasi indistinguibile di finzione, o finzione nella finzione, e realtà.
Tutto “C’era una volta… a Hollywood” è basato su questo intreccio di personaggi, storie e piani narrativi.
Per Tarantino, il riscatto può avvenire soltanto sul piano della riscrittura della Storia, depositaria di un’autenticità al contatto con la quale la finzione hollywoodiana ritrova improvvisamente una sua ragione d’essere. In modo ancora più lucido che in “Bastardi senza gloria”, viene così a essere spazzata via ogni pretesa di attendibilità del cinema agli eventi documentati, alla verità dei manuali e delle cronache, in favore di un potere di affabulazione immaginaria che non conosce confini.
Sì, i western ora si girano in Italia; ma Hollywood rimane pur sempre la terra di mezzo del cinema, luogo di metamorfosi magiche e magicamente noncuranti della Storia, dove due perdenti possono improvvisamente ritrovare la foggia e le forme dell’eroismo maschile.
La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta.
Spettacolari le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.
Certo, Tarantino si diverte a far fare a botte Cliff Booth e Bruce Lee, o a raccontare la parentesi italiana della carriera di Dalton, ma è tutto un divertissement citazionista e occasionale, e si vede che in realtà gli interessa poco. Quello che gli interessa è dare vita a un mondo nuovo nato dalla sovrapposizione di storia e storie, pavimentare la strada per dove vuole arrivare col suo film.
A quel punto sappiamo già cosa accadrà, e da un pezzo, anche perché il giochino per il regista non è nuovo: quello che non sappiamo è come, e con che toni. Un cocktail di registri che per Tarantino sono la sintesi massima del potenziale salvifico del cinema. Altro che cinema che insegna la violenza e devia le menti, come in una battuta fin troppo ovvia negli momenti finali del film.
Tarantino dimostra di essere sempre meno interessato allo stile brutale che l’ha reso famoso, ma che comunque continua a citare e omaggiare di continuo, nelle pieghe e nella forma del suo racconto, i film che ama. E qui conferma di essere sempre più lanciato verso un cinema che sia puramente teorico rispetto a sé stesso e alla sua storia.
Proprio quando “C’era una volta a…Hollywood” trova il suo finale perfetto ( in cui altro non si può fare che battere le mani) gli oltre centosessanta minuti della pellicola sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino”; è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

 

FABIO BUCCOLINI

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