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I film ritrovati. “Piranha 3DD” trash allo stato puro

Dopo tre anni di “attesa”, è uscito in Italia il sequel di “Piranha 3D” di Alexandre Aja datato 2011. Come di consueto in Italia, niente sala cinematografica, si passa direttamente per l’home video…anzi in prima assoluta su Sky e poi distribuito in DvD e Blu-Ray.
Piranha 3DD cover 2
Tanto sanguinolenta quanto divertente operazione tridimensionale che, in un’epoca caratterizzata da una Settima arte sempre più povera di idee originali e in preda al continuo recupero di soggetti già trasformati in film, non poteva fare a meno di generare questo secondo episodio, non più diretto da Aja, ma dal John Gulager, il responsabile dei tre Feast.
Ecco la trama, se si può chiamare tale: “L’apertura di un nuovo e spettacolare parco acquatico diviene motivo di attrazione per i giovani di una tranquilla cittadina americana. Tra alti scivoli da cui lanciarsi e grandi piscine in cui sollazzarsi, i ragazzi vedranno trasformarsi il divertimento in incubo quando, attraverso le condutture idriche, un gruppo di piranha dai denti affilati come lame infesterà le acque del posto, uccidendo con attacchi rapidi e brutali chiunque capiti sotto tiro, con le autorità locali incapaci di fermarli e con la studiosa Maddy, insieme agli amici Kyle e Barry, intenta a trovare una soluzione per porre fine ai famelici attacchi”.
Piranha 3DD
Il cinema di John Gulager è puro cinema d’avanzi, proprio come recita il secondo capitolo della trilogia di “Feast”, appunto “Sloppy Seconds”. Ricicla, impasta, rifrigge gli ingredienti dei suoi film precedenti e, in questo caso del remake a cura di Alexandre Aja, e come nel menù di mezzogiorno di qualsivoglia ostaria/trattoria che si rispetti propone una “pasta pasticciata” che potrà risultare indigesta per alcuni e saporita per altri.
E il cast? Se non fosse per David Hasselhoff, che nel ruolo di se stesso qualche sorriso riesce a strapparlo, e per la piccola ma fulminante apparizione di Christopher Lloyd (quando un attore ha classe!) non sarebbe neanche il caso di parlarne. Persino Ving Rhames, che ci propone un bruttissimo omaggio a Planet Terror, riesce ad uscirne sconfitto, adattandosi perfettamente all’atmosfera di questa pellicola, che altro non è se non la pallida copia dell’originale.
Piranha 3DD ha in se la follia della parodia più truce che cerca di allontanarsi dalla seriosità del suo predecessore che al contrario si prendeva un po’ troppo sul serio, ma nel farlo eccede in senso opposto finendo per peccare di una compiaciuta idiozia nel senso più comico e delirante del termine, allontanandosi così anni luce dal suo predecessore, ma anche dall’originale di Joe Dante, prestandosi così ad una veloce e più consona fruizione casalinga.

FABIO BUCCOLINI

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I film dimenticati. “May” il capolavoro di Lucky McKee

Dopo “The woman”, per la rubrica “i film dimenticati” vi propongo un altro film di Lucky McKee Un film che ingloba in se vari generi cinematografici: commedia sentimentale, splatter e thriller psicologico. Ovviamente in Italia (come sempre più spesso accade) questa pellicola è passata quasi inosservata.
May

Il deserto di relazioni umane che circonda “May” fin da quando è una bambina, è terreno fertile di una sottile follia che crescerà di giorno in giorno, in un orizzonte di disadattamento sociale che il regista Lucky McKee sa fotografare con occhio da maestro e profondità psicologica inusuale per come la maggior parte del pubblico intende l’horror attuale.
May è una ragazza che ha avuto una infanzia difficile, e non conosce il significato dell’amicizia e dell’amore. La sua unica amica è una bambola regalatale dalla madre. Anche con i genitori il rapporto non è dei migliori: nella mente di May riaffiora in certi momenti una scena molto significativa in cui lei è seduta ad assistere indisturbati padre e madre che, non curandosi della presenza della figlia, amoreggiano tranquillamente in modo molto esplicito. May lavora in una clinica veterinaria e vive da sola con la sua amica bambola ed il suo gatto. Lasciata da sola, abbandonata e trascurata dai suoi pochi amici, emarginata da chi la conosce da poco e ne resta sconvolto, May decide di farsi un proprio amico con i pezzi dei cadaveri delle sue vittime.
McKee è capace di accompagnarci, con inusuale lucidità e precisione, lungo il percorso di trasformazione della protagonista, una May che, soprattutto nell’ultima parte del film, sembra un personaggio appena uscito da un racconto di Edgar Allan Poe; una donna maledetta da sempre imbottigliata in una scatola di vetro, come Susan, la bambola di porcellana che la madre le regala quando è ancora bambina.
May è un film horror fino a un certo punto, è un’opera che sa andare molto oltre un genere cinematografico. Si tratta di un’opera che descrive la potenza distruttiva dell’amore frustrato, deprivato, nonché la natura vendicativa dell’amore.
Ad un certo punto lo script iniziale si trasforma, e assume le sembianze della psicosi, della ferocia interiore e della frantumazione in pezzi dell’identità che May cerca di costruirsi passo dopo passo. Da questo punto di vista abbiamo tre film in uno. Nella prima parte (la più marginale) abbiamo un ottimo horror che si distingue dalla massa; Nella parte centrale una commedia sentimentale che fa scoprire allo spettatore il bisogno di affetto della protagonista; per finire, nell’ultima parte, si infrange tutto quello che si è visto e ci troviamo di fronte ad un thriller psicologico di enorme ferocia.
McKee, sulla base di una sceneggiatura basilare ma ottimamente strutturata, è in grado di generare atmosfere in cui il degrado psicotico della ragazza è reso con una grande finezza empatica, che si sposa felicemente con alcune delicate scene gore non aventi alcuna funzione esibitiva, ma che lasciano il segno inconfondibile del perturbante ai nostri occhi.
In conclusione vi consiglio assolutamente di vedere questo May, non perché è un horror estremamente ben curato, ma per ammirare il percorso artistico di Lucky McKee, regista molto impegnato a scandagliare il lato perverso della società e delle relazioni umane.
Capolavoro.

FABIO BUCCOLINI

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