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I film dimenticati. “Loro” l’Italia secondo Paolo Sorrentino

A quasi due anni dall’uscita nelle sale“loro”, il dittico di Paolo Sorrentino sulla vita di Silvio Berlusconi, è scomparso dalla circolazione.

Loro poster

“loro”, il progetto del regista premio Oscar sulla vita di Silvio Berlusconi è praticamente caduto nel dimenticatoio. Grande attesa per questa pellicola che ottenne un notevole riscontro di pubblico e critica ma che al momento è visibile solo nei circuiti “underground” oppure acquistando un dvd edizione estera. Sembra che in Italia abbia avuto la stessa fine, se pur in maniera estremamente diversa, del film di Ciprì e Maresco “Totò che visse 2 volte”.
Iniziamo con il dire che l’aneddoto di film basato sulla figura di Berlusconi e più che altro un pretesto per invitare gli spettatori in sala. Infatti la pellicola è un racconto dell’Italia degli ultimi 20/30 anni. Allora vi chiederete: perché sfruttare la figura di una delle personalità imprenditoriali e politiche più controverse? Semplice; perché silvio Berlusconi è italiano e lo scopo di Sorrentino è di fare film sugli Italiani. Berlusconi è un archetipo dell’italianità e attraverso lui puoi raccontare gli italiani.
Distribuito nei cinema in due parti distinte scritto da Sorrentino assieme ad Umberto Contarello e basato su un soggetto dello stesso Sorrentino, “Loro” trae spunto da eventi realmente accaduti e da personaggi esistenti per rivelarsi però un’opera di pura finzione, senza intenti cronachistici o documentaristici.
Il regista realizza un biopic atipico non convenzionale e plasma la sua opera come una sorta di commedia nera, poco interessata a sviluppi agiografici o a giudizi morali sui personaggi coinvolti. Diviso in due parti solo per ragioni distributive ma considerabile come un film unico, tende a smarcarsi da alcuni degli stilemi legati alla produzione del regista, con una messa in scena che rimane complessa e curata ma anche più compiuta e lineare, attraverso una regia più semplice ed essenziale rispetto ai noti vezzi stilistici del regista napoletano.

Loro

Se “Loro 1” costituisce una grottesca rappresentazione di tutto ciò che è “finto” e volutamente kitsch, “Loro 2” rinuncia a un possibile discorso metacinematografico legato al precedente cinema di Sorrentino, ma prosegue invece con coerenza nella lucida descrizione della società come un eterno show televisivo e come una continua illusione, marciando con precisione lungo il solco tematico tracciato dalla prima parte. “Loro 2” appare meno artificioso rispetto al primo capitolo, ma è incentrato comunque su un immaginario volutamente “basso”: l’immaginario da Tv trash e palesemente artificiale.
Con tutta l’operazione, Sorrentino pare offrire una visione della vita come un’enorme e articolata messa in scena: uno spettacolo in prima serata che viene assunto come realtà da tutti i suoi attori, siano essi protagonisti o comparse. Nel microcosmo malinconico e triste di “Loro”, Sorrentino cerca di mostrare il falso e la finzione come valori fondanti, l’ossessione dell’apparire in un mondo in cui qualunque cosa può essere definita una recita.
In questo discorso, forse divisivo ma comunque coerente, il Berlusconi di Servillo (che si sdoppia anche nel misterioso Ennio, sorta di alter-ego dello stesso Berlusconi) è dipinto a metà tra uno show-man da strapazzo e un imbonitore alla ricerca di attenzioni, anch’egli al centro di un perenne palcoscenico, personaggio tragicomico alla ricerca della costante approvazione degli altri. In entrambe le parti abbiamo il varietà, lo show in prima serata su una qualunque rete televisiva, il modo di atteggiarsi e di vivere, il Berlusconi barzellettiere che afferma di conoscere il copione della vita, di intuire desideri e dolori dei clienti, e afferma che voleva essere il più ricco del paese, il capo del Governo, amato da tutti. Ma a differenza di “Loro 1”, in cui lo sguardo filmico era basato sulla falsità e l’esasperazione, in “Loro 2” si assiste allo scontro tra l’artificio e una realtà capace di svelare le menzogne e di minare le false certezze: dal rifiuto di una giovane al crollo di un rapporto privato, fino al crollo pubblico e ben più tragico. Se “Loro 1” sanciva il trionfo della bugia, “Loro 2” racconta l’annullamento di qualunque costruzione, il fallimento dell’immaginario superficiale e fasullo, la sconfitta della cultura dell’apparenza a fronte della solitudine: una realtà, quest’ultima, difficile da affrontare per tutti.
Se con la prima parte si nota la falsità, o per lo più i sogni infranti degli italiani, tutto quello che noi vorremmo essere, nella seconda parte Sorrentino ci riporta alla realtà e ci dimostra che non è tutto oro quello che luccica.
Un’opera fatta per gli italiani, basata sull’Italia odierna e diretta magistralmente da un italiano.
La verità e che non ne sappiamo abbastanza.

FABIO BUCCOLINI

“La grande bellezza”, un opera complessa che fa risorgere il cinema italiano e che conquista un meritatissimo Oscar

Una pellicola ambiziosa quella di Paolo Sorrentino, che può essere considerata il “sequel” ideale de “La dolce vita” di Federico Fellini, ispirazione del regista Napoletano.

La grande bellezza

 

Il regista non racconta storie, ma ritrarre Roma che, più di ogni altro ambiente, mostra allo spettatore la contraddizione di un luogo meraviglioso e al tempo stesso orrendo.

Sorrentino orchestra l’intero film rimanendo fedele a questa premessa. Mescola continuamente immagini stupende, con convulse scene della più bassa vita umana, mentre parallelamente la colonna sonora alterna canti gregoriani a versioni remixate-house della Carrà.

Roma è perciò l’ambientazione giusta della storia di Jep Gambardella, scrittore di grido che, giunto a sessantacinque anni, è sulla cresta dell’onda da decenni per uno straordinario romanzo giovanile, cui non ne seguirono altri; giunto a Roma ventiseienne, Jep è ora il re della mondanità cittadina, nella quale si è immerso in una sorta cupio dissolvi divenendone parte integrante, eppure estranea, senza scrivere più nulla, se non articoli per giornali prestigiosi.

Il protagonista delineato da Toni Servillo, come sempre superlativo, è un personaggio complesso, affascinante nella sua malinconia crepuscolare, di un livello intellettuale e spirituale elevato, ma immerso profondamente nella vita che conduce, un gentiluomo nostalgico, brillante e tormentato. Jep guida gli spettatori,  come una sorta di Virgilio capitolino, in un inferno umano che è la società romana, vera e propria galleria degli orrori dove incontriamo modelle cocainomani e soubrette fallite, pseudo-intellettuali radical-chic e imprenditori sessuomani. Ciò che emerge da questo viaggio al termine della notte è una società mediocre e squallida, la cui bruttezza è chiamata a scontrarsi contro la “grande bellezza” che il protagonista custodisce in sé e cerca costantemente di trovare e ritrovare.

Alla magnificente prova d’attore di Servillo, alla sua quinta collaborazione con Sorrentino, si affiancano, volando assai più bassi, numerosi e famosissimi attori italiani, che il regista è assai abile nell’utilizzare più per la loro fisicità che per effettive capacità attoriali.

Molti gli intrecci narrativi della vicenda:  forse troppi. Come, forse sono troppi i personaggi.

Forse il limite del film sta un po’ nel soggetto: Sorrentino costruisce moltissimi sotto-plot che nella complessiva durata di 142 minuti, tolgono un po’ di forza alla pellicola e la rende, in alcune sue parti noiosa.

Ma una regia impegnata, una sceneggiatura di ferro e una  colonna sonora perfetta riescono ad elevare questa pellicola ad un altro livello facendo passare in secondo piano le lacune e rendendola praticamente perfetta.

Finalmente una pellicola che riporta il cinema italiano alla gloria che mancava in Italia dalla scomparsa dei grandi maestri come Fellini.

 

FABIO BUCCOLINI

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