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I film dimenticati. “The limits of control” il capolavoro introvabile di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna sulla via del guerriero con un film che richiama molto del suo “Ghost Dog”, dove un killer solitario segue scrupolosamente un codice preciso per raggiungere i suoi scopi.

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Si tratta di un oggetto filmico ineffabile e di difficile collocazione, nel quale Jarmusch flirta col noir ma con una messa in scena radicale e una scrittura che si avvia verso l’astrazione lynchiana. Assistendo alla proiezione del film, alla maggior parte degli spettatori sorgerà solo un grande punto interrogativo lungo quasi 120 minuti, vuoi per la ripetitività delle scene, vuoi per l’apparente inconcludenza narrativa. Infine, in pochi hanno veramente parlato di quest’opera, il che è quasi un controsenso: solitamente meno si capisce qualcosa più si tenta di sviscerarlo anche nei dettagli meno significativi, con l’unico obiettivo di poterlo controllare del tutto.
Un accenno di trama: “Un killer dai modi fare estremamente posati e meticolosi decide di mettere fine alla sua carriera con una ultima missione criminale, per poi ritirarsi e godersi la pensione anticipata. L’ultimo lavoro deve essere svolto in Spagna, tra Madrid, Siviglia e la Sierra desertica. Il compito non è semplice, per raggiungere l’obiettivo il killer dovrà seguire alcuni indizi molto improbabili e seguire le tracce lasciate da alcuni bizzarri personaggi incontrati lungo il suo percorso”.

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“The Limits of Control”, nel suo essere sfuggente, è un film dalla forte identità; qualità che ormai si perdona sempre più difficilmente, perché porta lontano dalle soluzioni più semplici e conosciute. Un film fatto di figure senza nome catturate nel mezzo di un intreccio che non può più essere spiegato.
Le critiche negative lo trovano inconcludente, ma The Limits of Control non è un film vuoto, bensì svuotato, e ogni mancanza richiama quel che sarebbe potuto essere: è “Dead man” senza i suoi duelli, “Ghost dog” senza codice, “Coffee and cigarettes” senza la sua chiusura tematica e spaziale. Si tratta di un film sulla percezione, della realtàdi quel che la influenza, dell’altro, dell’arte, delle cose inutili, di quel che si vede dal finestrino di un treno, costruito dando massimo spazio a tutte le idee presenti negli altri film del regista, comprimendo e mutilando la linea narrativa, ma conservando quel tocco che fa di Jarmusch un regista non di ossessioni, ma di impressioni e intuizioni.
“The Limits of Control” ammalia e cattura a dispetto di uno stile visivamente grandioso ma ritmicamente respingente, perfetta espressione di un pensiero senza compromessi che si fa metafora di un mondo interiore e non pronto a liberarsi da ogni limitazione.
Opera minore, dunque, sia per risultato che per ricezione? Per alcuni sicuramente sì, per altri un cult non compreso…decidete voi!!!

FABIO BUCCOLINI

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I film dimenticati. “Big bad wolves” il noir israeliano che non dimenticherete molto facilmente

Viene da Israele uno dei film più interessanti dell’anno. E’ una storia nera di vendetta che sa impressionare, ma è anche così abile da contaminare di continuo il proprio incedere verso l’inferno di momenti di grande comicità che non alleggeriscono ma addirittura appesantiscono la materia trattata.
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Adoro la figura del grande lupo cattivo. Perché il grande lupo cattivo non è altro che malvagità fatta di furbizia e stupidità, radicata nei contesti sociali (politici) e istituzionali. Il grande lupo cattivo è il male riconosciuto e accettato che, la maggior parte delle volte, si riesce a fingere agnello. Ed è proprio di tutto questo che parla, secondo me, un film come Big Bad Wolves.
Arrivato con la benedizione di Quentin Tarantino, che l’ha inserito nella personale top ten dei migliori film del 2013, “Big bad wolves” non deluderà le attese dei tarantiniani doc, vista la gran dose di cinefilia, humor e violenza gratuita che regala. Il film conferma inoltre l’ottimo stato del cinema israeliano, qui testato su un versante più di genere che autoriale.
Stato d’Israele. Una serie di brutali omicidi fa incontrare e scontrare la vita di tre uomini: Il padre dell’ultima vittima in cerca di vendetta, un investigatore che usa spesso operare aldilà dei confini della legge e il principale sospettato degli omicidi, un insegnante di religione arrestato e rilasciato a causa di un errore della polizia.
Se al loro esordio i due registi si erano avventurati nel filone dello slasher piegandolo alla loro personale (e abbastanza originale) visione, in questa seconda prova affrontano il thriller e il genere torture.
“Big bad wolves” è un film che, inizialmente, potrebbe far pensare a opere come “Prisoners”, ma pian piano si distacca da una certa visione occidentale del tema, andando a cadere nell’analisi sociale con un certo distacco emotivo. Riesce persino ad evitare la trappola del già visto, infatti siamo di fronte ad un film che tutto ciò che mostra è fine alla storia e niente è gratuito.
Lo spunto di partenza è abbastanza semplice e tutto sommato anche risaputo: c’è in giro un serial killer che si dedica a rapire, seviziare e uccidere bambine, c’è un poliziotto dai metodi spicci che esagera nell’interrogare un sospetto e per questo motivo viene sospeso, c’è il padre di una vittima, disperato, in cerca di vendetta e convinto che il sospetto di cui sopra sia in effetti il colpevole. Il bello è che il tutto viene raccontato mescolando assieme tre film diversi. Da un lato c’è il thriller con mistero, poi c’è il film più truce, quello dedicato all’accanimento sul pover’uomo, infine c’è la commedia, assolutamente dark, che davvero a tratti fa schiantare dal ridere, perché propone personaggi che scivolano spesso nella macchietta.
Ovviamente, la chiave per poter apprezzare “Big bad wolves” sta anche in una questione di sensibilità personale, nel non farsi problemi di fronte a un racconto che mescola in maniera assolutamente organica tutte le componenti di cui sopra. “Big bad wolves” si prende tremendamente sul serio, ma allo stesso tempo non lo fa, scherza un sacco mentre sferra pugni nello stomaco, unisce e amalgama tutto, senza alternare. In questo, ha qualcosa che ricorda la sensibilità del cinema dall’estremo oriente e può risultare spiazzante, soprattutto nel momento in cui ti dice chiaro e tondo che stai ridendo di cose sulle quali non c’è proprio nulla da ridere. Dove invece non può lasciare dubbi è sull’incredibile cura per l’immagine, che esplode fin dal primo secondo e non molla un attimo fino alla fine.
Bellissimo da vedere. Solo nella sequenza di apertura c’è più cinema che negli ultimi dieci anni di film italiani. Verrà rivalutato negli anni.

FABIO BUCCOLINI

I film dimenticati. “White bird in a blizzard” il lavoro più intimista di Gregg Araki

L’assenza è uno dei temi cinematografici più sfruttati, al copioso numero di autori affascinati da questo tema si aggiunge anche Gregg Araki che firma la sceneggiatura e la regia di “white bird in blizzard”, la sua opera più intimista.
White bird in a blizzard

“White bird in a blizzard”, dopo Mysterious skin”, è forse il film più ambizioso del talentuoso regista cult Gregg Araki (di cui già vi avevo parlato in questo articolo https://fabiobuccolini85.wordpress.com/2014/01/30/gregg-araki-un-genio-ai-limiti-della-follia/). Per cominciare, questa volta dirige un cast formato da grandi nomi: l’astro nascente Shailene Woodley (“Divergent”), la bella e brava Eva Green e, in una parte secondaria, Thomas Jane (“The Punisher”).
Un bel salto in avanti per un autore di titoli underground ma dal grande valore artistico come “Kaboom” e “Doom Generation”.
Come per “Mysterious skin”, qui Araki non scrive di proprio pugno la sceneggiatura, ma adatta l’omonimo romanzo di Laura Kasiscke.
Sono gli anni ottanta e la famiglia Connors se la cava bene. Bella casa, bel quartiere e una figlia, Kat, che sta maturando senza molti problemi. I suoi genitori non si stimano più: non parliamo neanche lontanamente d’amore. La mamma, casalinga perfetta e disperata, cerca i segreti dell’orgasmo nei libri. Il padre, lavoratore indefesso e uomo buono, non guarda più con quegli occhi una moglie ancora splendida e sbava sui giornali porno, in cantina. Finché la donna di casa sparisce. Non dice addio. Iniziano le ricerce e nei due anni successivi, quella Kat che aveva scoperto il sesso e l’amicizia, la trasgressione e lo stordimento, tenterà di fare i conti con il vuoto che le ha lasciato in eredità. Ogni tanto la sogna. Nuda e infreddolita, nella bufea, cosa significherà? Presto la verità verrà a galla…
Quello di “White bird in a blizzard” è un Araki intimista, molto distante dalle sue solite produzioni.
Abbandona le esplosioni pop che hanno contraddistinto i suoi lavori più famosi e gioca con sentimenti più intrinsechi come l’assenza. Racconta un dramma familiare tinto di venature thriller seguendo un filo semi logico preso in prestito dai vecchi noir anni 50. La mano del regista si vede molto, e non lascia da parte del tutto le sue origini da cineasta indie, infatti il film viene raccontato attraverso frequenti flashback (le parti migliori di tutta la pellicola)dove si ritrova in pieno il visionario talento di Araki: la trattenuta concessione agli elementi mystery, rimane espresso attraverso gli sporadici e visionari sogni della sua protagonista.
Chiariamoci, non è un capolavoro e nemmeno il miglior film del registo nippo/americano, ma la sua costruzione ambigua che strizza l’occhio al teen movie, lo rendono esteticamente perfetto.
Grazie alla bellezza di alcune immagini e l’ottima performance di Eva Green, “White Bird in a Blizzard” nonostante una partenza fiacca riesce a trascinare lo spettatore fino al classico colpo di scena finale.
Gregg Araki è sempre Gregg Araki e dandogli in mano anche un prodotto commerciale come questo riesce a imprimergli spessore senza cadere mai nel banale.
Alcuni fan resteranno sbalorditi perché non troveranno tutti i tratti distintivi del cineasta, ma che a dir si voglia Araki è sempre Araki…benvenuti nel suo mondo.

FABIO BUCCOLINI

“Lo sciacallo – nightcrawler”, finalmente un noir degno di nota

Apprezzato alla IX edizione del festival del cinema di Roma, “Lo sciacallo – Nightcrawler” è il sorprendente esordio alla regia dello sceneggiatore Dan Gilroy.

Lo sciacallo

La pellicola si basa su un punto fondamentale. Quello della fruibilità dei mezzi: da qualche anno, piattaforme come YouReporter consentono a tutti di improvvisarsi cronisti d’assalto. L’accessibilità del mezzo, la possibilità di istantanea diffusione del prodotto, fanno sì che anche i principali network di informazioni abbiano preso ad attingere a fonti amatoriali che con la tecnologia presente oggi, anche un bambino potrebbe girare un film con una qualità elevatissima.
La trama è di facile comprensione e ben delineata durante tutto il corso del film: Lou non riesce a trovare lavoro. Un giorno assiste per caso a un incidente stradale e ha un’illuminazione: si procura una videocamera e da quel momento passa le notti correndo sui luoghi delle emergenze, per riprendere le scene più cruente e vendere il materiale ai network televisivi. La sua scalata al successo lo rende sempre più spietato finchè, pur di mettere a segno uno scoop sensazionale, arriva a interferire pericolosamente con l’arresto di due assassini.
L’intera pellicola si regge sulla memorabile performance di un Jake Gyllenhaal (la caratterizzazione di questo personaggio deviato e isolato è prossima, per intensità, a quella di De Niro in “Taxi Driver”) dimagrito dieci chili e mai così scatenato ed intenso come nei panni del protagonista: un disoccupato mosso da indomita ambizione.
Se la fine dell’american dream è stata rappresentata su pellicola più e più volte nel corso degli anni, e se anche la forte critica allo sfruttamento dei media può risultare già sentita nella sua notevole efficacia, allora è proprio nel suo personaggio principale che tutta la strutturazione di Nightcrawler risulta potente e fresca. Lo straordinario Jake Gyllenhaal costruisce un inquietante ritratto di una persona disorientata, rifiutata, che trova nell’illegalità la sua sopravvivenza; in Internet la sua istruzione, e nel cinismo più totale la sua ragione di vita.
La modifica italiana del titolo per una volta appare una licenza felice: Lou è sciacallo in quanto si avventa sulle vittime della violenza altrui per cibarsene a proprio uso e consumo.
“Lo sciacallo” stupisce perché esente dai principali limiti delle pellicole dirette da autori che nascono come sceneggiatori. Di solito in esse alla cura del plot e dei dialoghi non corrisponde eguale brillantezza nella messa in scena. La pellicola si distingue invece per il vivido impianto scenico, in cui una fotografia dai colori saturi accompagna efficacemente il ritmo trafelato della narrazione.
La punta dell’iceberg del film è in realtà lo spunto per riflessioni enormi, gigantesche, sul giornalismo, sulla superficialità, sull’etica sociale andata al macero da (pre)concetti ormai intrinseco nei comportamenti di ogni essere umano e, di conseguenza, nel “sistema”.
Mai banale, mai scontato ma soprattutto mai ridondante, “Nightcrawler – Lo sciacallo” è un film potente che trova le sue certezze nel suo protagonista e in un apparato tecnico-­scenico tanto sobrio quanto completo.
Cosa dire di più? Ad oggi questo film è una ventata di novità in un sistema cinematografico ormai deteriorato da remake e reboot. Jake Gyllenhaal merita assolutamente una candidatura agli Oscar.

FABIO BUCCOLINI

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