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Terrence Malick il filosofo della settima arte

Sei film in quarant’anni e una miriade di star pronte a tutto per apparire in un suo film. Tutto questo è Terence Malick, il cineasta filosofo che nella sua riservatezza è riuscito a contaminare tutto il sistema hollywoodiano.

**EXCLUSIVE** The elusive Terrence Malick directs a scene for "Knight of Cups" on location in Los Angeles

Tutto ormai sembrava scritto, il regista statunitense, è il meno prolifico di tutti. In oltre 30 anni di carriera ha girato solo sei film. Ma scopriamo con grande clamore che ora che ha tre progetti pronti solo ed esclusivamente per il 2015. Questa è la strana, anzi stranissima “seconda vita” artistica di terrence malick che, ormai settantenne, ha deciso di dare una svolta alla sua carriera e mettere da parte la sua ossessiva riservatezza per vivere il lavoro sul set in modo meno intransigente.
Malick è sempre rimasto nell’ombra: mai presente a festival o premiazioni, per lui anno parlato i suoi film. Addirittura alla notte degli Oscar 1999, quando venne candidato il suo “La sottile linea rossa”, fece mettere a contratto la clausola che imponeva alla produzione di non usare sue foto per la promozione della suddetta pellicola.
I suoi studi filosofici, e la profonda credenza nella religione hanno contraddistinto molto il suo modo di concepire le pellicole. In ogni suo film, ci sono rimandi visibili alla creazione del mondo oppure a una visione della vita più tosto particolare concepita tramite i suoi studi nell’età giovanile. Il suo, è un cinema istintivo e poco programmatico. Una cosa è certa, il suo stile ha preso una direzione ben precisa, confermata anche dai suoi interpreti. Ha infatti ridotto al minimo il peso della sceneggiatura e della pre-produzione, decidendo di lasciare che la macchina da presa catturi istanti di vita imprevisti e che attirano la sua attenzione quando si è già sul set. Un cinema, insomma, che si crea e si nutre della quotidianità nel senso più profondo che questo possa significare.
I suoi grandi successi sono ormai diventati dei veri e propri cult. “La rabbia giovane” e “I giorni del cielo” negli anni 70, poi una lunga pausa di oltre vent’anni. Il ritorno con “La sottile linea rossa”, vincitore a Berlino e pluricandidato agli Oscar, è stato un vero e proprio boom, i critici hanno osannato questo rientro ad Hollywood come il suo più grande capolavoro. Dopo “La sottile linea rossa” la sua attività è diventata molto più prolifica, infatti i suoi tempi di gestazione si sono notevolmente accorciati e dopo sei anni torna in sala con la sua versione personale di Pocahontas intitolata “The new world” e interpretata da Colin Farrel. Dopo altri sei anni si presenta al Festival di Cannes con “The tree of life” il quale vince la Palma d’oro. Infine l’anno dopo fa un fugace passaggio a Venezia con “To the wonder”. Adesso il cineasta statunitense si prepara a una stagione cinematografica intensissima. Due i film già in fase di post-produzione e un documentario.
Il primo è “Knights of cups”, che verrà presentato al prossimo Festival di Berlino. Un’opera che ruota interamente attorno alla figura di un uomo, con le sue trasgressioni e i suoi eccessi. nei panni del protagonista Christian Bale che, nelle interviste, ha parlato di un Malick in grandissima forma, pieno di idee.
Ecco a voi la sinossi ufficiale: Rick è uno schiavo del sistema hollywoodiano. È drogato di successo, ma al contempo si dispera per la vacuità della sua esistenza. Ha trovato casa in un mondo di illusioni, ma cerca la vita reale. Come la carta dei tarocchi che dà il titolo al film, Rick si annoia facilmente, e ha bisogno di nuovi stimoli dall’esterno. Ma il Cavaliere di Coppe è anche un artista, un romantico e un avventuriero.
Dovrebbero passare pochi mesi da questo titolo e dovrebbe arrivare un secondo film, ancora senza un nome, arricchito da un cast senza precedenti; ad affiancare ancora una volta Christian Bale ci saranno Cate Blanchett, Natalie Portman, Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara, Benicio Del Toro, Val Kilmer e Holly Hunter. Insomma, il meglio di hollywood si dà appuntamento sul set. La storia dovrebbe trattare ancora uno dei temi cui il regista è più affezionato: due triangoli amorosi si incroceranno provocando una serie di imprevedibili e drammatiche conseguenze.
Per concludere in bellezza, sempre nel 2015, arriverà anche quello che forse è il più misterioso e ambizioso dei tre progetti: un documentario dal titolo “Voyage of time”, con Brad Pitt che farà da voce narrante all’imponente tentativo di raccontare “la nascita e la morte dell’universo conosciuto”. Un’idea che a Malick deve essere venuta proprio mentre lavorava con Pitt ai tempi di “The tree of life”: durante la lavorazione del film, infatti, al regista vennero in mente degli onirici e folli inserti che, tra una sequenza e l’altra che mettevano in scena i cambiamenti nella famiglia di provincia protagonista della storia, ritraevano immagini dell’origine “della vita”, dai momenti della nascita del pianeta a quelli dell’estinzione dei dinosauri.
Insomma che dire? Tutto questo è Terrence Malick, o lo si ama o lo si odia, scegliete voi.

FABIO BUCCOLINI

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“The counselor – il procuratore” tra capolavoro e noia

Ridley Scott ritrae il mondo selvaggio dei narcos. Dialoghi filosofeggianti, divagazioni cult e pessimismo spietato rendono gustoso e d’effetto quello che è un film dall’intreccio nebuloso, ma nelle sue due ore sfocia molto spesso nella noia e facendolo risultare incompleto.

The counselor

Cormac McCarthy, celebre scrittore americano autore di opere come “Non è un paese per vecchi”, presta il suo nichilismo a Ridley Scott, regista iconico, scrivendogli una sceneggiatura fuori dalle regole ma, proprio per questo, dal fascino particolare.

Nei suoi 80 anni di età, McCarthy, è stato uno degli autori più influenti del panorama letterario degli ultimi 50 anni.

Questa volta non scrive un romanzo, ma presta la sua genialità al servizio della cinematografia e scrive la sua prima sceneggiatura. In essa possiamo ritrovare tutto il pessimismo, la filosofia, e la dura violenza mischiata all’erotismo che ha fatto da padrone in tutti i suoi romanzi.

“The Counselor”, questo il titolo del film, vanta un cast di grande richiamo: Michael Fassbender, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Brad Pitt e Javier Bardem; eppure, nonostante gli ingredienti di prim’ordine, dividerà il pubblico perché presenta caratteristiche che possono essere inaccettabili per alcuni, una su tutte la trama criptica ai limiti dell’incomprensibile, ma in cui altri individueranno la forza stessa dell’opera. Sicuramente si tratta di un film d’atmosfera, diverso in maniera ricercata e con dialoghi letterari un po’ astrusi e prolissi ma accattivanti.

Siamo al confine tra Messico e Usa, nel mondo senza pietà dei signori del narcotraffico. Un avvocato, (Fassbender), sta definendo la propria partecipazione a un affare di droga che coinvolge personaggi loschi come l’eccentrico Reiner (Bardem), gestore di nightclub, e la sua mefistofelica compagna Malkina (Diaz). Nonostante una specie di mediatore, Westray (Pitt), gli rammenti più volte i rischi dell’operazione, l’avvocato si ostina a voler cogliere l’opportunità di trarre profitto da certe conoscenze e, benché sia già molto ricco e appagato dall’amore di una donna, Laura (Cruz), che è la sua ragione di vita, punta a quel denaro sporco che sembra tanto facile da ottenere. Per una fatalità l’affare non va come programmato e s’innesca un meccanismo di vendette dalle ripercussioni ineluttabili.

Non si tratta tanto di un racconto tetro sul commercio di droga quanto sui terribili effetti collaterali dell’avidità. L’attenzione è rivolta all’universo morale dei personaggi che popolano il film, criminali che filosofeggiano su grandi temi come la vita, l’amore, il denaro e la morte.

Restano impressi la loro estetica stravagante e alcune scene paradossali che li riguardano, come la decapitazione di un motociclista o l’amplesso col parabrezza di una Ferrari. Ma il punto è che, mentre i signori della malavita gestiscono il loro mondo sanguinario con distacco emotivo e istinto animale, l’avvocato è ancora un essere umano, seppur accecato dalla sete di denaro, e ha nei propri affetti il punto debole che lo porterà a vivere, anziché il paradiso artificiale e lussuoso prefiguratosi, l’inferno in Terra.

Se si potesse definire “The counselor” con un solo aggettivo questo sarebbe: TROPPO. La sceneggiatura e complessa, TROPPO e anche lo stile registico, in questo caso, è proprio TROPPO. Un prodotto finale TROPPO complesso, che risulta essere incompleto. Con alcune sequenze TROPPO lunghe che, andando avanti nella visione, lo fanno risultare noioso.

Dopo la prova, non molto riuscita di “Prometheus” Ridley Scott si risolleva dalle polveri, ma questa pellicola non riesce a pieno a far venir fuori la vera forza autoriale del grande regista americano.

Una parte degli spettatori sarà forse infastidita dall’essere costantemente impegnata nel tentativo, frustrante perché vano, di afferrare alcune nozioni sulla vicenda che in realtà vengono omesse.

L’altra parta lo acclamerà come capolavoro indiscusso.

A voi la scelta!!!!

FABIO BUCCOLINI

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