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“Hemlock Grove”, la serie prodotta da Eli Roth che strizza l’occhio a “Twin Peaks”

Più “Twin Peaks” o più “True Blood”? Hemlock Grove si muove in bilico tra queste due serie, oscillando un po’ da una parte, un po’ dall’altra. Nonostante tali riferimenti, si tratta di uno dei prodotti televisivi più originali degli ultimi tempi.

Hemlock Grove

La serie è tratta dall’omonimo romanzo del 2012 firmato da Brian McGreevy, che ha anche curato l’adattamento per il piccolo schermo. Il nome che fa più spicco è quello del produttore (non che regista di alcuni episodi tra cui il pilot), cioè Eli Roth. Quest’ultimo a qualcuno fa storcere il naso, mentre fa esaltare qualcun altro; grazie a film come “Cabin Fever” e “Hostel”, l’amichetto di Quentin Tarantino si è infatti guadagnato un seguito di culto. L’impronta di Eli Roth nella serie non è così forte ed è presente più che altro nell’episodio pilota, in cui l’atmosfera che si respira è più vicina a quella del suo folgorante esordio “Cabin Fever” che non a quella di “Hostel”. La trama, se raccontata, potrebbe risultare piatta e banale: un ragazzo nuovo in una città piena di segreti, una famiglia onnipresente eppure sfuggente, licei, bulli, amici, omicidi consumati nel bosco e preceduti da ululati emessi sotto la luna piena. Effettivamente banale lo è davvero, e le dinamiche familiari e i morbosi intrighi ricordano alla lontana quelli di una soap. A rendere oscuro e impenetrabile il tutto è una cappa di paranormale, che prevede cacciatori, licantropi, medium e sortilegi, maledizioni ed esperimenti di scienziati che giocano ad essere Dio. La serie è un carosello di stramberie; una di quelle in cui, spesso, ci sono episodi in cui comprendi poco o niente, ma che comunque ti ipnotizzano e ti spingono a vedere ancora e ancora. Mi è piaciuto, ma non so perché. E’ uno di quei prodotti che, se spiegati, perdono tutto il loro fascino. Dà sprazzi di verità, è delirante, eppure dietro a quel velo di stranezza è molto più semplice di quanto sembri. Riesce a tenerti, però, curioso e vigile per tutti gli episodi. Monitorare i comportamenti dei personaggi è un’esigenza. Sono ambigui, incomprensibili, fuori dagli schemi, bellissimi. Tutto quello che uno spettatore si aspetta. La serie è stata sparata tutta in un colpo solo dal servizio di streaming Netflix. 13 episodi tutti insieme, un’idea che butta all’aria l’intera concezione di serialità tradizionale, basata sulla classica puntata, massimo due, a settimana. Qualcosa del genere lo fa anche la serie stessa: “Hemlock Grove” in una botta sola propone al suo interno di tutto; è un giallo mystery con atmosfere alla “Twin Peaks”, “The Killing” e pure un po’ di “Pretty Little Liars”. Ci sono anche risvolti fantasy licantropeschi alla “Teen Wolf” e “The Vampire Diaries” ma anche “True Blood”; insomma trame da teen drama, qualche contorno soapposo e un pizzico di humour nero per alleggerire il tutto. Quindi, possiamo dire che la serie è un pasticcio? Ebbene si, un pasticcio…ma intrigante!!! Per la sua concenzione, la serie rimanda soprattutto a “Twin Peaks”. I personaggi sembano palesemente usciti da un’opera di David Lynch. Bill Skarsgård è Roman Godfrey, un po’ il bel tenebroso di Hemlock Grove, ancor più del licantropo gitano, ed è l’ereditiere superficiale e cazzaro più potente e in vista della cittadina. Sembra avere qualche potere soprannaturale e inoltre sia fisicamente che come personaggio mi ricorda Bobby Briggs di “Twin Peaks”. Inoltre ci sono anche la bionda teen di turno, Penelope Mitchell, che con quell bel faccino pure lei fa tanto David Lynch, e la giovanissima Freya Tingley, tipetta misteriosa che all’inizio non si capisce bene cosa c’entri con il resto e invece c’entra parecchio. Ma il personaggio migliore dell’intera serie e che più di tutti incarna l’ideale personaggio alla Lynch è la sorella di Roman Godfrey. Una specie di Frankenstein al femminile che è interpretata da Nicole Boivin. Nel corso dei 13 episodi della prima stagione succede di tutto e di più, ci sono personaggi piuttosto inutili che arrivano e poi spariscono, ci sono eventi inspiegabili che però nel corso dell’ultima puntata vengono in qualche modo spiegati, ci sono visioni, momenti splatter e altri trash, episodi avvincenti alternati a puntate riempitivo, errori di sceneggiatura clamorosi che però si risollevano quando meno te lo aspetti, e soprattutto tanta, ma tanta, follia. Hemlock Grove è bella per questo. Seppur incasinata, seppur incorpora in se eventi soprannaturali già visti in troppi film è una serie che si distingue dalla massa perché sa coinvolgere e sorprendere. Non sarà certo il nuovo “Twin Peaks”, ma nemmeno un altro inutile “Twilight” di cui non se ne sente il bisogno. Per concludere, se volete vedere una serie diversa che appassiona ed incoraggia, in ogni puntata, alla visione guardatela; mentre se cercate qualche serie simil Teen wolf e affini cambiate canale…siete proprio in un altro pianeta. Strano, originale, onirico, ben scritto e intelligentemente diretto, ammaliante, vagamente vintage….tutto questo è “Hemlock Grove”.

 

FABIO BUCCOLINI

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David Lynch, l’autore della mente

Quando si parla di Lynch, è uno dei rari casi in cui si può parlare di autore completo. Lui a sperimentato tutto quello che si poteva provare nell’ambito delle arti visive e sonore. Regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, pittore, musicista, compositore, attore, montatore, scenografo e scrittore statunitense, tutta la sua creazione artistica è dovuta alla tanto amata meditazione trascendentale.

David Lynch

 

Autore tra i più invidiati degli ultimi 50 anni, non ha mai avuto grandissimo successo al box-office. Oltre all’immenso successo della serie televisiva Twin Peaks, i suoi film sono stati sempre etichettati come troppo complessi per poter essere “esposti” al pubblico.

Le sue pellicole non sono solamente una sequenza di immagini: tramite l’immaginazione visiva e ad una colonna sonora assolutamente perfetta, vengono interpretate dallo spettatore in base alle sensazioni che le opere stesse gli trasmettono.

Nelle sue opere (perché di arte si parla), Lynch non da mai una spiegazione. Secondo lui, ognuno di noi a una propria anima ed un proprio modo di interpretare. Ognuno ha il diritto di poter vedere un film, ascoltare una canzone o ammirare un dipinto, ed assimilare le sensazioni che prova nella visione perché niente è oggettivo, ogni cosa è quello che vogliamo che sia.

La sua complessa carriera di sperimentazione delle arti si deve grazie alla tanto amata meditazione trascendentale. La meditazione permette alla mente di raggiungere uno stato naturale di “consapevolezza senza oggetto” o “senza pensieri” chiamato “trascendenza”, il quale rilasserebbe profondamente il corpo e rinfrescherebbe la mente stessa, apportando vari benefici a chi la pratica.

Grazie ad essa l’artista immagina sequenza per sequenza le sue opere per poi renderle fruibili agli spettatori.

Sperimenta e non è mai banale. Vive di attimi. Non organizza mai ciò che deve fare, ma trasforma in arte le sensazioni che prova minuto per minuto. Un esempio su tutti è il suo ultimo film intitolato “Inland Empire – l’impero della mente”. Gira in parte a Los Angeles e in parte in Polonia, con gran parte degli attori semi sconosciuti e senza un copione. Basava la scena successiva in base a come veniva girata la precedente e gli interpreti erano invitati ad improvvisare per poter trasmettere maggior potenza alle immagini secondo i vari stati d’animo che provavano in quel preciso momento.

Insomma un genio a tutto tondo che distrugge tutte le regole canoniche esistenti. Fuori da tutti i canoni, forse è la personalità più rappresentativa degli ultimi anni, senza il quale, grandi registi odierni non sarebbero nemmeno considerati, uno su tutti il suo pupillo Eli Roth.

La maggior parte di voi lo odierà, ma vi do un consiglio: immergetevi a pieno nella visione di un suo qualsiasi film e cercati di meditare su ciò che vi vuole mostrare….ne rimarrete sbalorditi.

David Lynch, in una parola ONIRICO!

 

FABIO BUCCOLINI

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